lunedì 29 novembre 2010

Da 35 anni sulla cresta dell'onta

-Chiaccherata con Freak Antoni, leader degli Skiantos premiato al Tenco 2010-
Il premio Tenco ha giusto qualche mese in più degli Skiantos di Freak Antoni, gli inventori del rock demenziale, che come ricorda il cantante sono orgogliosamente “sulla cresta dell'onta” da 35 lunghi anni. Pochi giorni fa, durante la kermesse all'Ariston queste due realtà _che qualcuno superficialmente potrebbe giudicare inconciliabili_ hanno finalmente trovato un punto di incontro: il cantante bolognese è stato insignito del prestigioso riconoscimento per l'innovazione e la provocazione culturale, da sempre sua inconfondibile cifra stilistica. Ospite della kermesse letteraria Bizzarri Visionari e Scrittori al MuVi di Viadana ed organizzata dal direttore della galleria civica d'Arte Contemporanea Afro Somenzari, Freak ha parlato di scrittura _ è autore di numerosi libri tra cui "Non c'è gusto in Italia a essere intelligenti (seguirà il dibattito)" (Feltrinelli, 1991) e "Mia figlia vuole sposare uno dei Lunapop non importa quale" (Arcana, 2001).
Com'è andata all'Ariston?

Bene, il premio mi è stato consegnato dal conduttore Antonio Silva e per la serata avevo preparato alcuni sketch di cabaret che mi sono serviti per intrattenere il pubblico nel corso della serata. L'Ariston pieno di gente fa
un certo effetto, ma è andata molto bene.
Siete stati i primi ad interagire in un certo modo con gli spettatori dei vostri concerti, qual è il pubblico migliore?

E' quello complice _spiega_ mentre il peggiore è quello che sottintende di essere migliore di te, rilanciandoti le battute, diventando aggressivo e spocchioso. Qualcuno certe volte assume un atteggiamento di sfida nei confronti del gruppo, tentando di dimostrare di aver capito il discorso dell'ironia. Noi Skiantos vogliamo divertire e fare divertire. Al Tenco l'ho fatto raccontando i nostri insuccessi, importanti come le vittorie se siamo in grado d'accettarli. E' un approccio condiviso da molti.
Qualche esempio?
E' la posizione dei vari Bob Dylan e Woody Allen, che hanno fatto delle loro sconfitte motivo di rivincita. Non puoi vincere in questo mondo ne col destino perché la sfiga ci vede benissimo. Nella posizione di eterni sconfitti di questi artisti mi ci ritrovo.
Un po il filo conduttore dietro il vostro ultimo album, Dio ci deve delle Spiegazioni...
Una band deve esprimere quello che sente in quel preciso momento della propria carriera. Nella seconda metà degli anni '70
(sono appena uscite le ristampe di Kinotto e Monotono cult del periodo) giocavamo d'anticipo, ma è ovvio che non puoi farlo per una vita, per questo certi critici hanno detto che ci siamo intristiti.
Non direi, basta pensare alla genialità di Testa di Pazzo o di Odio il Brodo dal vostro ultimo LP. Progetti per il futuro?

Gli Skiantos vanno avanti, parallelamente ad un mio percorso solistico con la Freak Antoni Band: grazie ad Alessandra Mostacci, pianista di origine marchigiana proveremo una commistione tra musica classica ed heavy metal.
Pubblicherete qualcosa?

Si, uscirà un cd di inediti: abbiamo un testo di PierVittorio Tondelli e una canzone costruita a mosaico con le frasi di alcune lettere che Mozart scriveva alla mamma, alla cugine, dove il musicista si consegna a loro come un punk ante litteram.





giovedì 25 novembre 2010

Brandon Flowers: Flamingo

Flamingo ha definitivamente completato il percorso a ritroso del leader dei Killers, ormai più eighties di quegli stessi artisti che, grazie alle hit pubblicate in quell'indimenticabile decennio ne hanno forgiato il gusto estetico. Welcome to the Fabolous Las Vegas inizia malinconica e poi si apre ad un piacevole crescendo enfatico che contrasta con il testo del pezzo: omaggio alla disillusione di quella città e al tempo stesso ode ed atto d'accusa verso il "non luogo" per eccellenza, terra d'estremi, di eccessi e luci al neon, dove un solo lancio alla roulette è sufficiente a decretare la vittoria o la più bruciante delle sconfitte. Flowers però _a dispetto delle sue origini_ non ha giocato più di tanto d'azzardo, preferendo battere sentieri sicuri, quelli per intenderci dei Killers del bestseller Human. Quindi pop della migliore specie e una piacevole varietà melodica che è un pò il leitmotiv del disco. Forse rispetto al terzo lavoro con il suo gruppo qui c'è addirittura più carne al fuoco: più strumenti, più stratificazioni sonore e sovraincisioni. La mano di Daniel Lanois in cabina di regia è inconfondibile nella piacevole Jilted Lovers & Broken Hearts. Le riflessioni di Playing with Fire lasciano spazio al capitolo più smaccatamente pop del lotto, che potremmo tranquillamente inserire in una One Shot '80 senza risultare blasfemi, magari tra i Pet Shop Boys, i Cars o i Duran Duran. Magdalena segue la rotta senza problemi tra coretti e un arrengiamento si kitch, ma contagiosissimo. Crossfire, con un assolo d'effetto ed essenziale, è l'ennesima cartolina da spazi che probabilmente sono più immaginari che reali e si congeda con classe sfumando a poco a poco.Sul finire del disco On The Floor tira le somme rallentando i giri, con Flowers che si ferma a guardare cosa rimane della sua città una volta che le luci si sono spente. Forse è proprio in quei momenti che il cantante _magari dalla stanza dell'albergo raffigurato nella cover dell'album_ la ama di più.

lunedì 22 novembre 2010

Primal Scream: XTRMNTR

The illusion of democracy: è un gioco da ragazzi descrivere il concept dietro XTRMNTR, basta citare una frase a caso estrapolata dell'album. L'altro mezzo indizio per cogliere l'umore catastrofista del disco, lo da il titolo della canzone cui si riferiscono quelle parole: Swastika Eyes. All'ennesimo cambio di direzione, la formazione scozzese guidata da Bobby Gillespie sforna il secondo capolavoro di una carriera d'altissimo profilo. Secondo solo a Screamadelica, questo XTRMNTR, cd dell'anno nel 2000 per il magazine NME è, nelle intenzioni, parente nobile delle produzioni firmate Prodigy. Aggressivo ma con garbo. Subdolo. Non è così potente e prepotente come la band di Breathe, semmai queste canzoni sono più distanti e asettiche, ma non meno spietate nel descrivere e trasporre la triste realtà. Si perché per sferrare un attacco così preciso ad una intera generazione ci vogliono tre dita di pelo sullo stomaco. Con kill All Hippies, che si insinua con un arrangiamento elettronico sorretto da un'inquietante campionamento d'archi e una chitarra iper effettata i Primal Scream assestano il primo colpo, sputando _con disarmante cinismo_veleno sull'ex generazione flower power ormai asservita al dio denaro e svuotata dagli ideali di gioventù (You've got the money I've got the soul ripete ossessivamente Gillespye). Accelerator riesce a mandare in distorsione il vostro stereo anche al minimo dei giri, merito della geniale compressione del suono, sporco, e via via che procede la canzone sempre più sgranato e sfocato. Dopo 3 minuti e mezzo dominati da una chitarra malata e selvaggia, il rock cede nuovamente la scena all'elettronica della successiva title track, con un finale da rave party. In Pills si sprecano anatemi a destra e manca; Blood Money sceglie di non emergere mai dalle sue nebbie tecno-blues per sovraccaricarsi di chitarre distorte, sitar e fiati, un omaggio _certamente voluto_ agli Stones psichedelici di Their Satanic Majesties Request. L'unico momento di distensione lo porta Keep Your Dreams, raggio di sole che si insinua in un cielo plumbeo.

giovedì 18 novembre 2010

Agniao: c'è del marcio a Casalma.

lunedì 15 novembre 2010

C'ho delusione in me

Il titolo del post prende in prestito una battuta del grande Maccio Capatonda, utile per manifestare il disappunto del sottoscritto dopo aver sentito Bring The Light, pezzo di presentazione dei Beady Eye al mondo. Non solo non decolla, ma Liam & Co. con le atmosfere anni '60 della canzone c'entrano come i cavoli a merenda.

giovedì 11 novembre 2010

Non mollare Pippo.


mercoledì 10 novembre 2010

We're comin back...

martedì 9 novembre 2010

Wall Street: Il denaro non dorme mai

"Un fazzoletto di seta, un orologio, un anello, un fermasoldi d'oro senza soldi e un... telefonino." E' l'elenco (che fa molto Blues Brothers) scandito da una guardia carceraria che con fare severo consegna gli effetti personali, (ultimo dei quali un preistorico cellulare anni '80) tornati in possesso di Gordon Gekko, squalo della finanza americana di nuovo libero dopo anni dietro le sbarre. Insider trading e speculazioni assortite sono le cause dell'esilio forzato per questa personificazione dello yuppismo reaganiano. Cinico, avido, manipolatore, in una parola sola diabolico. Oltre a voler ritornare nel giro di Wall Street dopo otto anni (il lupo si sa, perde il pelo ma non il vizio) Gekko (interpetato ancora una volta in maniera straordinaria da Michael Douglas) grazie all'incontro con il giovane e ambizioso broker Jacob "Jake" Moore (Shia LaBoeuf) _ cerca di riallacciare i rapporti con la figlia Winnie (Carey Mulligan) profondamente delusa dalla condotta del padre. Sullo sfondo delle vicende dei personaggi, risultano efficaci e puntuali i riferimenti "storici", utili per contestualizzare la crisi finanziaria dei mutui sub prime e dei derivati del 2008, crisi che si è poi trasferita su scala planetaria all'economia reale. E nel prevedere l'esplosione di quella bolla speculativa, Gekko dimostra di non essere affatto un "rudere", come ritengono erroneamente i suoi vecchi colleghi/nemici. Se da una parte Oliver Stone firma una pellicola coinvolgente e vivace, che regge alla grande il confronto con il primo film intitolato Wall Street (1987), dall'altra il trio Douglas, LaBoeuf e Brolin (che interpreta l'altrettanto meschino Bretton James) è autore di una prova assolutamente impeccabile: Gekko e gli altri "guru" della finanza di battuta in battuta chiariscono le vere motivazioni alla base del "gioco", che a quei livelli e per quelle persone arriva a diventare mero amore per sfide che ovviamente sono da vincere. Ad ogni costo e se occorre, sopportando qualsiasi rischio morale, insomma pacche sulle spalle, un po di metafore, i classici brindisi con un bicchiere di scotch nell'ufficio di turno accompagnati da silenti coltellate dietro la schiena.



Gordon Gekko: "Qualcuno mi ha ricordato che una volta ho detto che l'avidità era una cosa buona, ora sembra diventata legge."

sabato 6 novembre 2010

Bring The Light è il primo singolo dei Beady Eye

Ecco la copertina del primo singolo dei Beady Eye (uscita prevista 22 novembre), vale a dire gli Oasis senza Noel. Bella cover, con Liam & Co. ritratti in uno scatto che fa molto Swingin' London, e ricorda certe foto degli Stones e dei Beatles dei tempi. Sul loro nuovo sito http://www.beadyeyemusic.co.uk/ un assaggio di 22 secondi dalle sessions per il loro debutto. A quanto pare c'è vita dopo Pretty Green.

mercoledì 3 novembre 2010

martedì 2 novembre 2010

About X Factor.

Sono bravi i cantanti di X Factor, nulla da dire. Bravi interpreti, (quasi sempre) seppur schiacciati dalla formula fast food di questo format televisivo. Fossi su quel palco, mi darebbe fastido essere giudicato non tanto da Elio, ne dagli altri giurati _assolutamente competenti_ ma dalla Tatangelo. Vederle arricciare il naso e sentirla lamentarsi di mancanza di talento nei giovani, creature, loro malgrado, allo sbaraglio del talent show è ridicolo: quale gusto e sensibilità musicale può avere chi cantava in maniera anonima nefandezze del calibro di "essere una donna non vuol dir riempire solo una minigonna?" Svegliati ragazza di periferia (altro must imbarazzante della "diva" de noartri): i dischi della tua eroina Barbara Streisand hanno lustri di polvere addosso.

sabato 30 ottobre 2010

Il mercato discografico implode

I Litfiba a X Factor (comunque gli unici ad aver suonato dal vivo nella storia del programma) e la penosa Irene Grandi che fa la pubblicità al Pocket Coffè.

giovedì 28 ottobre 2010

Kings Of Leon: Come Around Sundown

Nientemeno che il NY Times ha definito Come Around Sundown come il "blockbuster rock della nuova stagione". Questo per dire che un po tutti aspettavano al varco i Kings of Leon dopo le buone prove offerte con Because of The Times e Only By The Night. Le aspettative erano molto alte per quella che non è solo una band ma a conti fatti il "clan Followill" (composto da 3 fratelli e un cugino), il risultato però non riesce a spiegare il perché di tutte quelle recensioni entusiastiche. Smussati definitivamente gli spigoli southern e garage dell'esordio, i Kings of Leon hanno licenziato un disco malinconico, fatto principalmente di ballate. Chitarra, basso e batteria vogliono aggiornare la lezione degli u2 dei tardi anni '80 (strano come chiunque cerchi di clonare quel suono, compresi gli stessi irlandesi, cristallizzati nel riproporre quelle atmosfere sin dal post Pop Mart Tour) con ammiccamenti vari alla disperata ricerca del coro da stadio. Questa è la dimensione che ormai compete al quartetto, spronato nell'olimpo da label e addetti ai lavori. Sarebbe facile, con le spalle un pò più larghe cavarsela, ma così non è. La partenza è buona, con Radioactive che pesca un riff di matrice The Edge unendolo ad un basso poderoso. Mary è l'unica divagazione fuori tema ( offre addirittura un assolo) con un piglio decisamente soul e le sei corde che, finalmente smettono di gingillare tra un arpeggio e l'altro e imbastiscono il fondamento ritmico del brano. The Face è struggente e bella per davvero alla pari di The Immortals (per una frazione di secondo vagamente Police) e volendo vedere equivalente ad altri pezzi inseriti nella track list. Il problema è proprio questo: presi singolarmente i vari capitoli del disco risultano godibilissimi, ma sentiti tutti d'un fiato risultano troppo simili, e telefonati. Back Down South almeno profuma (vagamente) di country, Birthday rischia di dare assuefazione, a differenza di altri riempitivi (la soporifera Mi Amigo) che nulla aggiungono e tolgono a quanto fatto da questi americani. Troppo composti, rischiano di non riuscire mai ad esprimersi liberamente.

giovedì 21 ottobre 2010

Linkin Park: A Thousand Suns

In molti passaggi, l'ultimo dei Linkin Park sembra quasi la colonna sonora di un film. Una musica di sottofondo, mai invadente, meno strillata rispetto ai fasti di inizio carriera per questi 6 losangelini che, ormai 10 anni fa hanno individuato una via "pop" e accessibile per il new metal. Un disco che senza troppo clamore, prosegue nel solco melodico di Minutes to Midnight. Chester Bennington non urla praticamente più, con buona pace delle sue corde vocali, mentre del wall of sound dei chitarroni distorti non c'è quasi traccia. L'altra voce, quella di Mike Shinoda rappa qua e la come in When they come for me, nulla di che. A Thousands Suns si fa apprezzare più per le intenzioni che non per il risultato finale. Rick Rubin tiene in piedi la baracca, salvando il disco con una produzione ancora una volta ineccepibile, adattandosi alle richieste e allo sperimentalismo ricercato a tutti i costi della band. Velleitario, giudicando complessivamente questo album. Fatto di pezzi deboli, al limite dell'ambient, strumentali appena abbozzati, che si sposano a voci campionate, rumori di spari e urla al megafono inserite per dare ancora più risalto al connubio tra certi suoni asettici e la descrizione (l'ennesima) di un futuro imminente à la Blade Runner . Ecco il motivo della falsa partenza dell'album che inizia sulla carta con The Requiem, composta da una nota di piano ripetuta ossessivamente su un tappeto di synt e la voce effettata di una donna che riprende il ritornello di The Catalyst. L'uno due iniziale si completa con The Radiance, opener per la prima canzone "vera", Burning in the Skies possibile secondo singolo, che finalmente a 2' e 40'' fa sentire il suono della chitarra di Brad Delson. Il pianoforte è ancora protagonista nell'intro di Robot Boy. Il meglio dell'album lo regala la piacevole ballad Waiting for the end, in cui Shinoda e Bennington si dividono le parti vocali, seguita da Blackout, un pezzo travolgente che riesce nell'operazione (all'apparenza autolesionista) di unire scratch new metal e un cantato in growl con un piglio da pop anni '80. The Catalyst convince nonstante alcuni effetti poco a fuoco che rovinano l'ottima idea di partenza. Wisdom, Justice and Love, prosegue nella malinconica narrazione pensata dai nostri che rialzano la testa con Iridiscent che vorrebbe essere U2 ma finisce per assomigliare ai 30 Second To Mars di This is War. Un'occasione persa.

mercoledì 20 ottobre 2010

Bella.

Non mi sono mai piaciuti i Linkin Park, ma Waiting For The End, pezzo tratto dall'ultimo A Thousand Suns non è per niente male.

sabato 16 ottobre 2010

Stoned.

...quel tour sarebbe stato memorabile, probabilmente il migliore di tutta la loro vita, ma tutto questo lo avrebbero scoperto solo molto tempo dopo. Quel perfetto mix di rabbia, menefreghismo, arroganza, rock'n roll bello sporco, droghe e donne...

mercoledì 13 ottobre 2010

Queens of the Stone Age: Rated R

Mi ricordo ancora molto bene di quella recensione letta una decina d'anni fa su un magazine di settore. Al tempo ero in cerca di nuovi eroi, e _devo dirla tutta_ li per li rimasi profondamente deluso. Colpa mia, e della mia scarsa dimestichezza con lo stoner. La critica parlava talmente bene dell'album che a scatola chiusa doveva essere per forza di cose un capolavoro. Anni dopo compresi la portata del mio errore, madornale in primis perché loro, i Queens Of The Stone Age di Josh Homme e Nick Olivieri, eroi non lo sono mai stati per nessuno (forse nemmeno per se stessi), poi perché il capolavoro vero sarebbe arrivato giusto 2 anni dopo con Song For The Deaf e infine perché il resto del disco si discostava profondamente dalla hit The Lost Art of Keeping a Secret, passata addirittura da MTV. Quindi queste erano "solo" prove generali prima del botto. Ciò premesso Rated R era avanti anni luce rispetto a gran parte della scena alternative del tempo. Una creatura strana, spelacchiata e scorbutica, della quale non ci si può mai fidare fino in fondo, nonostante ti attiri con aperture melodiche illuminanti, in qualsiasi istante poi ci si può trovare risucchiati nel gorgo da ossessivi riff ripetuti in continuazione (loro parlarono di robot rock). Una musica schizofrenica, strettamente legata al paesaggio di Palm Desert e Joshua Tree, dove i nostri si divertono ancora a registrare le celebri Desert Sessions. Rated R inizia malato, con Feel Good Hit For The Summer e l'elenco_a dire il vero piuttosto lungo_ cantato con orgoglio delle sostanze di cui hanno abusato registrando il disco. Un inizio poderoso, secondo solo a quello della schizoide Tension Head urlata da Olivieri, il più estremo del gruppo. Il resto del disco è stoner della migliore specie (Monsters in Parasol) inframezzato da piccole "ouvertures", gemme alt rock (come Auto Pilot) condannate a stare in un album "maledetto e bruciato dal sole del deserto": nemmeno la meravigliosa e sublime In The Fade con Lanegan alla voce è lasciata in pace, dato che sul finire ritorna l'eco lisergico e paranoico con cui si è aperto l'album. Dalla follia generale si salva solo la strumentale The Lighting Song. A suo modo Rated R ha segnato un'epoca con un connubio unico e deviante tra stoner, anarco punk, grunge, psichedelia e alternative.

giovedì 7 ottobre 2010

Manic Street Preachers: Postcards from a Young Man

I Manics, una delle band più amate d'Albione ritornano in pompa magna ad un anno di distanza da Journal For Plague Lovers, ennesimo capolavoro di una carriera ormai ventennale. Stavolta però non c'è traccia di quella straniante e meravigliosa inquietudine che i gallesi avevano trasformato in musica ispirandosi ad alcuni testi incompiuti di Richey Edwards, ex compagno di band. Quelle riflessioni amare e disilluse non sono contemplate _almeno ad una prima lettura_ nelle liriche e nel sound del nuovo album. Un lavoro che semmai ricrea e fa rivivere _14 anni dopo_ la magia e la svolta melodica di Everything Must Go e in cui la parola d'ordine è pop. D'altronde, l'ha detto anche il bassita Nicky Wire in una intervista al magazine Q: "Postcards from a Young Man è un ultimo tentativo di fare comunicazione di massa. Come se fossimo ancora nei '90s." Un sound pulito ed etereo caratterizzato _nella maggioranza dei brani_ da un forte ricorso ad archi e violini che puntualmente irrompono prima di ogni ritornello ad addolcire il mood delle canzoni. L'inizio è di quelli che prendono davvero bene, con un filotto di pezzi da ricordare, a partire da (It's Not War) Just The End of Love, (quintessenza della verve mainstream dei gallesi), passando per la title track, senza ombra di dubbio il momento più alto di tutto il progetto. Some Kind of Nothingless rischia un pò con un coro gospel che fa molto Queen, mentre The Descent porta in dote un'altra meravigliosa melodia. La prima battuta a vuoto arriva con I Think I Found It Out, una divagazione poco incline all'anima dei Manics, abbruttita da un mandolino a dir poco inutile. Sul finire l'anima pop di Postcards da un pizzico di gloria al rock di A Billions Balconies Facing The Sun (in cui suona l'ex bassista dei Guns Duff McKagan). Ultimo capitolo da ricordare l'enfatica All WeMake is Entertainment.

martedì 5 ottobre 2010

Solo???

Stamani, leggendo una rece dell'ultimo dei Killing Joke (Absolute Dissent) mi sono soffermato su questa frase, che ha catturato la mia attenzione: "...la band di Jaz Coleman è (stata) post-punk, proto industrial, cripto doom, avant emo...". Niente da dire, specialmente sul cripto doom.
Dico sul serio.

domenica 3 ottobre 2010

The only exception.

When I was younger
I saw my daddy cry
And curse at the wind
He broke his own heart
And I watched
As he tried to reassemble it

And my momma swore that
She would never let herself forget
And that was the day that I promised
I'd never sing of love
If it does not exist

But darling,
You, are, the only exception
You, are, the only exception
You, are, the only exception
You, are, the only exception

Maybe I know, somewhere
Deep in my soul
That love never lasts
And we've got to find other ways
To make it alone
Keep a straight face

And I've always lived like this
Keeping a comfortable, distance
And up until now
I had sworn to myself that I'm
Content with loneliness

Because none of it was ever worth the risk

Well, You, are, the only exception
You, are, the only exception
You, are, the only exception
You, are, the only exception

I've got a tight grip on reality
But I can't
Let go of what's in front of me here
I know you're leaving
In the morning, when you wake up
Leave me with some kind of proof it's not a dream


You, are, the only exception
And I'm on my way to believing
Oh, And I'm on my way to believing

sabato 2 ottobre 2010

Love Boat.

Finally I'm here: dopo un giro in Grecia e Croazia riecchime qua... Buone notizie: dopo giorni di scarsissimi (se non nulli) ascolti musicali subiti mio malgrado (sirtaki, un po di piano bar bello finto e moquettato) al rientro sul suolo natio apprendo con gioia dell'uscita del nuovo dei Soundgarden intitolato Telephantasm (in realtà non è un nuovo lavoro, ma si tratta di qualche inedito più b-sides e demo vari, insomma un prodotto ad hoc nell'attesa del disco vero e proprio). Black rain http://www.youtube.com/watch?v=K913KVe3kH8&ob=av2n _singolo di lancio_ merita. Come disse in tempi non sospetti sua maestà Chris Cornell dalle pagine del suo account Twitter: "la pausa di dodici anni è finita. E' ora di ricominciare la scuola. I cavalieri della tavola del suono sono tornati."

giovedì 23 settembre 2010

The Charlatans: Who We Touch

Sono pochi secondi di caos ad introdurre Love is Ending, primo pezzo di Who We Touch, ennesima fatica di una band sulle scene ormai da vent'anni. Un brano dalle forti similitudini con gli ultimi Primal Scream, quelli di Beautiful Future, nato da un riff secco e descrizione perfetta dell'inesorabile fine di una storia d'amore alla quale subentra un freddo senso di indifferenza (Stop pretending, love is ending. Am I trying? Day after day, you make me feel this way). Con My Foolish Pride, ballad nel solco degli Smiths, il cantante Tim Burgess si calma e sfodera liriche più concilianti (Let's make love not war, can't take this no more). Your Pure Soul partendo chitarra e voce si smarca dal cliché nobilitandosi grazie ad un bell'arrangiamento d'archi con rimandi al primo Paul Weller solista. Con la "madchesteriana" Smash The System si completa il poker d'assi di un album che, se si fermasse alla quarta traccia, sarebbe _con ogni probabilità_ un piccolo capolavoro. Anche qui: violini nel chours, e un riff che si ripete per tutta la durata della canzone, l'indizio più esplicito del loro passato nel filone aureo del Brit Pop. Spiace per Sincerity, poco più di una dichiarazione d'intenti mentre Trust in Desire strizza l'occhio agli U2, la successiva Oh! rievoca il fantasma di Barret. You Can Swim si appresta ad archiviare oniricamente un disco che termina _così come era iniziato_ con una sorpesa: una ghost track con "l'ospitata" di Penny Rimbaud, anarco punk degli anni '70 il quale, invece di cantare interpeta I Sign The Body Eclectic. Nel lotto anche un cd con demo e outtake, utile per comprendere l'evoluzione del processo creativo.

martedì 21 settembre 2010

Let's Maidenize again: free track!

Harris e soci regalano Eldorado traccia del nuovo The Final Frontier. Qui il link http://www.ironmaiden.com/download/. Poi c'è anche un videogame da arcade anni '80 (Somewhere back in time...) http://www.thefinalfrontiergame.com/
Up the Irons (as usual)!!!

venerdì 17 settembre 2010

AC/DC: Back in Black

Back in Black ha convinto qualcosa come 50 milioni di persone, certe che il primo disco del dopo Scott meritasse più di una chanche. Era il 1980, gli australiani con la dipartita del co-fondatore perdevano tragicamente non solo uno dei migliori cantanti in circolazione, ma anche un compagno di bisbocce e un fratello. Dopo qualche tempo la scelta del sostituto è caduta sul vocalist dei Geordie Brian Johnson, più disciplinato del predecessore ma dallo stile altrettanto graffiante. "There was fifteen million fingers learnin' how to play and you could hear the fingers pickin' and this is what they had to say sound drums guitar, let there be rock let there be rock 'n' roll." Col senno di poi queste liriche, estrapolate da una loro canzone di qualche anno prima (Let There Be Rock appunto) descrivono bene l'effetto indotto da Back in Black su un'intera generazione di rocker. 10 pezzi al fulmicotone, per quello che, a conti fatti, è l'apice della loro lunga carriera discografica. Si parte con la tetra Hell's Bells, riassunto delle puntate precedenti e ponte con il recente (e drammatico) passato. I rintocchi funerei delle campane piano piano fanno spazio a chitarra, batteria e basso... un giro semplice che si protrae per un minuto e mezzo prima che arrivi Johnson con la sua voce rauca e stridula. Angus Young si supera ancora una volta con un solo strutturato e molto espressivo, sorretto da una sezione ritmica poderosa e puntuale. Shoot to Thrill, quintessenza del rock esalta le doti del batterista Phil Rudd e introduce il terzo gioiellino What Do You Do For The Money Honey, ottimo hard blues alla pari di Rock'n'Roll Noise Pollution o di Let Me Put My Love Into You. Quasi superfluo parlare della title track, celebre riff e punta di diamante del disco più venduto di sempre dopo Thriller di Michael Jackson.

mercoledì 15 settembre 2010

The Charlatans: Just lookin'



The Charlatans were inspirational. Perfect music.

martedì 14 settembre 2010

Per i colli bolognesi

Fine estate coi fiocchi all'Estragon grazie alla fitta serie di concerti del Summer Festival (26 agosto/20 settembre). Dopo Baustelle, The Field e il live dei Blonde Redhead, stasera si torna al rock italiano con i Tre Allegri Ragazzi Morti, la band di Davide Toffolo, disegnatore Marvel, che ha arricchito il proprio linguaggio con suoni giamaicani ed africani nell'ultimo disco Primitivi dal futuro. Il dub reggae sarà al centro della scena domani con i Dub Pistols: elettro funk, ska, soul e hip hop dalla terra d'Albione. Giovedì 16 ritornano in Italia i canadesi Real Mckenzies alfieri del celtic punk (per loro apriranno i connazionali Mahones) e pronti ad infiammare il pubblico come per il concerto primaverile al Tom, uno dei migliori dell'annata al locale virgiliano. Agli antipodi rispetto al sound acustico esibito dai Nouvelle Vague (in calendario per venerdì 17) in 3, album figlio della rilettura inaspettata e splendidamente pop di brani punk rock e new wave. Il tour di reunion dei 99 Posse farà tappa anche a Bologna sabato prossimo (18). Chiusura col botto domenica 19 con il Rock Hard Festival: un appuntamento da non perdere per gli appassionati del metallo in tutte le sue sfumature. Nel cast alcuni tra i migliori interpreti a livello internazionale e tra le più significative realtà nostrane: Sodom, Grave Digger, Exciter, Tygers Of Pan Tang, Strana Officina (band livornese istiuzione del metal italiano_ per loro una acclamata partecipazione al Pegorock_) Gama Bomb, Rain, Elvenking, Irreverence e Malnatt.

sabato 11 settembre 2010

Volti nuovi al Bar Sport.

mercoledì 8 settembre 2010

Mark Lanegan & Isobel Campbell: Hawk

Hawk terza prova dell'affermato (e sulla carta ancora un pò azzardato) duo Lanegan Campbell è un disco squisitamente americano. Qualcuno la potrebbe anche definire roots music, l'ennesimo step nella marcia di avvinamento dell'ex Screaming Trees ai grandi cui si spira ora (Tom Waits su tutti). Ricostruire le tappe musicali di Lanegan (Screaming Trees, QOTSA, Soulsawers, The Gutter Twins....) richiederebbe tempo e fiumi d'inchiostro: con il rischio di sembrare frettolosi ci limitiamo a dire che da solo o in gruppo non ha mai sbagliato un colpo nemmeno quando ha deciso (a partire dal primo disco solista) di virare pian piano dal meraviglioso rock di Sweet Oblivion verso sonorità meno immediate e più dark/bluesy. Nei pezzi di Hawk il percorso si completa ancora arricchendosi di sfumature talvolta nuove per lui. Pezzi firmati quasi esclusivamente dall'ex Belle & Sebastian, che ha avuto un ruolo di primo piano nella scelta degli arrangiamenti e del mood complessivo del disco. Sempre lui, non ha scritto o composto lo straccio di un testo o una musica, l'unica cosa che ha fatto _e bene_ è stata l'aver firmato quelle canzoni con la sua voce, sempre più avvolgente e simile a quella dell'altro (Waits). We die and see the beauty again è una falsa partenza, con le due voci che si studiano e riprendono il filo del discorso. Meglio You won't let me down again (dove suona l'ex Pumpkin Iha), ode oscura all'irrequietezza e invito a viaggiare senza una meta precisa, effettivamente calza come un guanto al personaggio. Lately è un soul arioso, Snake song ricorda i Brmc acustici, Come undone _nella quale si gioca ancora sul duetto tra i due è una bella sorpresa tra Chess Records e Motown. Get behind me omaggia il primo Dylan elettrico, quello che voltò le spalle ai puristi del blues. Eyes of green che si regge su un arrangiamento di violini è uno standard country. In mezzo a questa miriade di citazioni più di Campbell (ormai una rodata autrice) fa la differenza Lanegan, il cantante "pop" del futuro.

lunedì 6 settembre 2010

Viadana Open Air

-Gavetta Estremeamente Metallica-
Raggiunte le 800 presenze. Non male per aver fatto tutto da soli e considerando il fatto che stiamo parlando di un festival metal organizzato a Viadana, non proprio l'epicentro della scena. Eppure, alla “periferia dell'impero” un gruppo di ragazzi della zona ha dato vita ad una associazione culturale chiamata Wrath of Metal, regia dell'evento di fine estate che ha visto, ad una settimana dal Watchout (festival di musica alternativa) centinaia di appassionati del genere recarsi nello spazio Arena. Si, perché come ribadito dagli organizzatori Davide Cacciamani e Alessandro Zarotti è arrivato un pullman anche da Roma (predisposto dal collaborare capitolino Davide Celli per la A.L. Agency) con molti fan che si sono goduti la tre giorni di concerti. In definitiva il Viadana Open Air è stato il giusto connubio tra nuove leve e pesi massimi del genere, nomi grossi che, nonostante una esperienza a livello internazionale hanno constatato ed appurato l'efficienza dell'organizzazione. Vision Divine e Blod Red Throne (metalloni splatteroni) non sono certo gli ultimi arrivati. Accanto a loro flotte di band a rappresentare le diverse ramificazioni del genere. Venerdì 27 è toccato a Handful of Hate, Subliminal Crusher, Acquefrigide, Symbolyc, Damned Spring Fragantia, Forgotten Land, Arges, As The Monster Becomes e Sadist. Altro filotto di gruppi anche sabato 28 con Flashgod Apocalypse, The Modern Age Slavery, Doomraiser, Fomento, Endless Pain, Nemesis Inferi, Hatred, The Hanged. Impeccabile la performance dei Blood Red Throne headliner di giornata, cult band norvegese che si è concessa una data a Viadana prima di un concerto in Messico. Chiusura col botto domenica 29 con Krampus, Nocturna Pit, Vehement, Disease Illusion, Furor Gallico, Draugr, Folk Stone e Vision Divine, una realtà power metal che dal bel paese ha saputo farsi strada tra gli appassionati del genere in tutto il mondo.



Nelle foto piccole i Folkstone, qui sopra i Draugr.

giovedì 2 settembre 2010

Led Zeppelin III

Led Zeppelin III ambiva ad essere perfetto, esattamente come il rispettivo numero di serie, che ha accompagnato di volta in volta _per 4 uscite_ altrettanti dischi eccellenti a partire dal debutto del 1969. Led Zeppelin III, penultimo capitolo della saga, è stato il preambolo per il maestoso number 4 (quello con Stairway to Heaven) o "Zoso" come lo avrebbero ribattezzato poi i fan più accaniti del dirigibile. Messa in secondo piano la sua Gibson Jimmy Page e soci _in cerca di ispirazione per il nuovo album_ si sono barricati in un cottage del Galles, nelle sperdute campagne di Bron-Y-Aur. Per superare Whole Lotta Love e The Lemon Song, per superare quegli immortali riff servivano trame folk, dolci e suadenti. Inaspettate. Ecco, il valore di questo album risiede nell'aver dimostrato di avere un altro linguaggio, se vogliamo una marcia in più rispetto all'illustre concorrenza del periodo (Black Sabbath e Deep Purple). Melodie liquide, nelle quali le chitarre assecondano la voce di Robert Plant (che sul numero di questo mese del magazine inglese Mojo ha definito troppo stressante il concerto reunion all'arena O2 di Londra, mettendo di fatto la parola fine a velleitari tour d'addio) qui più sussurrata che in altri episodi della loro discografia. Più del divertissement di Bron-Y-Aur Stomp (un country old school) si lascia ricordare Tangerine con la sua falsa partenza e la seguente That's The Way, mentre Friends contiene spunti orchestrali che saranno approfonditi in Physical Graffiti. Hats of to (Roy) Harper (omaggio ad un vecchio chitarrista idolo della band) va collocata nella casella degli esperimenti, con Page che sfregia le corde del proprio strumento e la voce di Plant, effettata, da un altro pianeta. Decenni dopo un'altro Harper (Ben) prenderà appunti di stile, ispirazione e tecnica. Il rock rimane sottotraccia e affiora in pezzi storici come Immigrant Song e Celebration Day , brani più calibrati rispetto alle vecchie hit al fulmicotone. Out On Tiles rinvigorisce l'anima "heavy" del disco, anticipata dal più languido blues della prima vita degli Zeppelin: Since I've been loving You.

mercoledì 25 agosto 2010

Sarò criptico,

Quella di ieri sera è stata una esperienza simile ad una partita a poker tirata, malata, malsana e paranoica. Bella storia.

lunedì 23 agosto 2010

Girls, girls girls (??)...




Nuova band questi Sweet Apple, americani che fanno un rock robusto e divertente vicino ai momenti più easy listening dei Dinosaur Jr (non a caso tra loro milita J.Masics). Sotto di loro l'ispirazione per la cover, trovata nell'artwork di Country Life dei Roxy Music, More than this... rimembri?
Sgruse ste donne comunque.

venerdì 20 agosto 2010

Tenderoni.



Sinceramente cosa ne pensate? Intendo della canzone, di certo non del pessimo titolo (Tenderoni... sigh...). Lui è Kele Okereke il cantante dei Bloc Party al debutto solista.

lunedì 16 agosto 2010

Let's Maidenize.

Per anni ho creduto che l'ascolto tout court dell'heavy metal fosse pedissequo esercizio di buffi stereotipi. Onestamente un po lo penso ancora, anche se non ho più quello snobismo (per fortuna) che mi faceva pensare alla "fase metal" come ad una strana malattia estantematica, l'ennesima sciagura dopo morbillo e varicella e ultimo ostacolo prima di diventare ometti (poi scoprì che non è proprio così). In questi anni il tempo mi ha reso saggio instillando in me poche e radicate convinzioni, pochi concetti partendo dai quali sto sgretolando tutto il resto: non sappiamo un cazzo come singoli e come gruppo, insieme di cittadini e persone siamo vessati da una classe dirigente ancorata a vecchi schemi logori, salme che stanno banchettando sulle nostre teste, per cui non sprechiamo amore per la nostra nazione (parafrasando un pezzo dei Black Rebel Motorcycle Club). In secondo luogo, e non è poco, se ho liquidato in poche righe la mia vis polemica (caduta sotto i colpi di un sano nichilismo) è per merito del rock n roll, la mia personale religione, chitarra basso batteria, e nel caso del metal, anche scena e "pose", che _per inciso_ sono eccezionali. Up The Irons. E' questo il punto, il motivo della mia folgorazione sulla via di Damasco è partito da un aspetto meramente visivo... il fumo e non l'arrosto, l'artwork, sempre sublime, dei loro album e non l'ascolto di quegli stessi album che ho appena recuperato: Killers, Number of the beast, Brave new world, Live after death. LP che ad ogni modo sono godibilissimi e mi piacciono davvero molto. In un certo senso sono rassicuranti, rappresentando per il metallo quello che sono i Ramones per il punk. Dei fumettoni forse, ma per la miseria dei grandissimi. Perché hanno fatto tutto da soli arrivando ad un livello di popolarità incredibile senza dar via il... con relativamente pochi o nulli passaggi in tv e in radio, e una semplice intuizione di marketing che è cresciuta col tempo fino a diventare il loro inequivocabile marchio di fabbrica: Eddie, il teschio mutaforma che campeggia su tutte le loro copertine e sulle magliette che ogni fan della vergine di ferro sicuramente possiede, come il chitarrista dei Foo Fighters che ne esibiva una nel video di Breakout o Ryan Adams nel booklet di Cardinology, dove indossava una bella t Shirt dei nostri, (abbozzo: credo fosse quella di Somewhere in time). Ora è uscito The Final Frontier, nuovo capitolo della saga, ovviamente (ma serve davvero che lo dica?) niente di nuovo sotto il sole. A questo genere di gruppi chiedere di cambiare troppo sarebbe non solo idiota ma inutilmente fuori luogo, non stiamo parlando di Pink Floyd, ma vivaddio degli Iron! Quindi assoloni come Their S. Majesties comanda, freshate come il video gioco sull'homepage del loro sito, numeri sul palco, teschi, mummie, e tanto sano rock n roll. Probabilmente sono tra i 3 gruppi con le migliori maglie di sempre. E probabilmente sono il mio gruppo metal preferito. Let's maidenize and Up The Irons!

mercoledì 11 agosto 2010

10! (al primo ascolto e senza ombra di dubbio)

Non conoscevo gli Arcade Fire. Lo so.. di cazzate se ne possono fare molte: ne farei una bella grossa se nel mio piccolo, dopo aver ascoltato la meravigliosa title track del nuovo album non approfondissi il "discorso" e il concept dietro The Suburbs.

sabato 7 agosto 2010

RPA& United Nations Of Sound: Redemption

Richard Ashcroft da solo proprio non riesce a fare il colpaccio. Un adepto al culto del brit pop che ha consumato Urban Hymns non dovrebbe essere così critico verso il frontman di una band che tanto ha dato alla musica britannica e non solo. Ma va detto, questo nuovo album è leggerino, troppo. Sembra che il lucky man di Wigan soffra della stessa “sindrome” che ha colpito anche Ian Brown una volta sciolti gli Stone Roses: senza una band vera e propria, senza un chitarrista che dia concretezza a certe intuizioni e sia in grado di fermare quando occorre, ci si trova spaesati, persi nell'abbondanza e nell'incoerenza di una produzione ridondante e asettica. Il plurale comprende questi cantanti, forse troppo orgogliosi, e gli ascoltatori, sicuramente delusi da prodotti come questo. Si, perché il singolo Are you ready (oltre 6 minuti) non è male, ma non decolla, e viaggia su una mediocrità che il nostro non ha quasi mai dimostrato (magari inconsapevolmente) come in questo caso. La fregatura è lecita e ampiamente preventivata se si rimpiazza Nick Mc Cabe, chitarrista spettrale e psichedelico dei Verve, con un gruppo di yesmen privi della personalità e della statura artistica per indirizzare, e imbrigliare l'urgenza compositiva della “stella”. Piccole contaminazioni black su un tessuto pop/soul: niente di trascendentale, niente che faccia gridare al miracolo o per lo meno che rimanga impresso dopo un paio di ascolti. Non c'è nessuna rinascita (come vorrebbe farci credere nel testo di Born again). Un peccato davvero, perché se questi United States of Sound sono il motivo per cui si sono sciolti per l'ennesima volta i Verve nello scambio ci hanno perso tutti, Ashcroft per primo.

giovedì 5 agosto 2010

Songbird.

"...She's not anyone... she's not anyone..."

giovedì 29 luglio 2010

Liftiba@ Carpi

Archiviata la guerra fredda che tanto male ha fatto sia a Pelù che al Renzulli (come si dice in dialetto fiorentino) i Liffiba si sono ritrovati e guardandosi in faccia, hanno deciso di riprendere le fila di un discorso interrotto (malamente) oltre 10 anni fa. Dopo i live di riscaldamento _ tutti esauriti_ di questa primavera quindi i rocker fiorentini hanno fatto tappa anche a Carpi per esportare il loro Stato Libero, questo il nome del doppio live uscito le scorse settimane. Assieme a loro anche la poetessa del rock Patty Smith ed Elio e Le StorieTese che, in tempi non sospetti mediarono le inconciliabili divergenze umane e artistiche tra Piero e Ghigo con la canzone Litfiba Tornate Insieme. Su Elio e soci c'è poco da dire: sono mostruosamente bravi, una macchina da guerra perfetta, con una precisione e una padronanza tecnica che in Italia non ha assolutamente rivali. Tre al prezzo di uno, bel colpo per l'Imarts festival che ha fatto riversare nella meravigliosa Piazza Martiri di Carpi moltissimi appassionati. Tutto perfetto (o quasi). Perché ben venga chiamare un'icona come l'autrice di People have the power, ma poi vai a spiegarle che la sua scaletta deve essere "compressa", perché dopo di lei suona qualcun altro. Ora in riferimento alla lunga esibizione di Patty Smith è meglio non pensare ad atteggiamenti divistici quanto piuttosto ad una vitale urgenza espressiva: è scesa dal palco attorno a mezzanotte dopo aver regalato gli immancabili cavalli di battaglia come Because the night, Pissing in a river e una bella cover di Play with fire dei Rolling Stones. Alle 23 e 46 è toccato ai Litfiba: nell'intro di Proibito, Pelù ha "bacchettato" la Smith per aver sforato; quindi scaletta corta e tirata con Cangaceiro, Sparami, Tex, Gioconda, Sole Nero (pessimo l'altro inedito, Barcollo), Ritmo#2 e due pezzi tratti dal sottovalutato Terremoto: Fata Morgana e Dimmi il nome, scritto negli anni di tangentopoli e (tristemente) di un'attualità disarmante. Assolutamente in forma Pelù, per il quale il tempo non sembra passare mai e che vicino a Ghigo risulta ancora più energico. Perfetta la chiusura (nonostante l'assenza di bis) con El Diablo e Lo Spettacolo. E' proprio il caso di dirlo: que viva el bandido Liftiba!

La P2 è morta, viva la P3: Terremoooooto!!!

domenica 25 luglio 2010

Tesoretto vintage (dalla soffitta)





Colpaccio insperato: vinili di Pink Floyd, Lou Reed, Springsteen e Police.

giovedì 22 luglio 2010

Tom Petty & The Heartbreakers: Mojo

Questo disco sta a Tom Petty come The Rising a Bruce Springsteen: il comeback dopo tanti anni con la sua combriccola, quegli Heartbreakers che come gruppo di classic rock a supporto di un solista sono stati secondi solo al Boss e alla sua E Street Band in stato di grazia, come documenta il sontuoso live album uscito a inizio 2010. Ora, date le coordinate "emotive" è giusto soffermarsi su quelle prettamente musicali: bandita la pulizia sonora di certi studio Lp (stiamo parlando di un disco registrato in presa diretta e non stravolto da sovraincisioni) Petty naviga con convinzione e profiquamente sulle torbide e paludose acque del Missisipi. E va detto, il blues che c'è in Mojo è tanto e di ottima fattura. Come la sua visione di rock: inequivocabilmente d'altri tempi. I 4 minuti scarsi di I should have known it sono debitori esclusivamente ai riff magici e immortali di un certo Jimmi Page, ottima soluzione su cui si poggia tutta la struttura di un brano che accellerando nella parte finale si candida ad essere una presenza fissa nelle scalette dei concerti futuri. I meriti sono del sottovalutato Mike Campbell guitar hero del combo. Jefferson Jerico Blues invece aggiunge alla ricetta sentori di boogie woogie. Lover's touch rallenta un pò, senza brillare troppo per originalità. Piacevole e nulla più don't pull me over, in cui Petty gioca a suo modo con il reggae. Mojo si risolleva senza problemi dai due (parziali) tiri a vuoto con Something good coming con il suo messaggio ingenuo di speranza e rivincita e la dolce No reason to cry. Dylan ha bussato alla porta di Petty anche per U.S. 41 (più lenta rispetto a Subterrean homesick blues) che partendo chitarra e voce si arrichisce di armonica, riff slide e del contributo di ognuno degli Heartbreakers. Insomma uno dei migliori dischi del panorama classic rock dell'ultimo periodo.

mercoledì 21 luglio 2010

I'm not sad.



Heaven's on fire.
A chi mi accusa di musilunghi nelle ultime scelte musicali rispondo con questo brano. Loro sono i Radio Dept (non faranno mai successo), ma almeno hanno sfornato uno dei tormentoni morali del 2010.

martedì 20 luglio 2010

Veleno.

Il mio karma traballa e piscio spesso di fuori ma in magazzino ho ancora troppi rancori che mi fanno buttare anche senza una rete mangiando sale per placare la sete.

domenica 18 luglio 2010

Nonsense.

HEY FOXYMOPHANDLEMAMA, THAT'S ME.

mercoledì 14 luglio 2010

Kula Shaker: Pilgrim's Progress

Sono “mediorientali” i Kula Shaker del 2010, l'aggettivo non si riferisce a una collocazione geografica, sia chiaro, ma all'affievolirsi della febbre per l'india di Crispian Mills, uno dei pochi e sicuramente più autorevoli interpreti della materia applicata al rock d'albione, secondo forse solo a George Harrison. Il misticismo, come detto è in minore nelle traccie di Pilgrim's Progress. Il gruppo con il seguito di Strangefolk ha lavorato di sottrazione: meno oriente (Figure it out), meno raga indiani, meno droghe di un tempo forse, meno divagazioni sonore. Un lavoro di equilibrio, dove il rock non è sbarazzino come ai bei tempi_quelli fumosi e alterati dall'oppio immaginando tramonti sul Gange_ ma è più maturo, riflessivo se vogliamo. Gli anni '60, rimangono in pole, così come la cultura beat che si lega ad intuizioni più consapevoli, forse di maniera e meno “sguaiate”. Per rivivere quella magia selvaggia alla Hey Dude per intenderci c'è sempre il meraviglioso debutto di K, come allo stesso modo per ubriacarsi di India, rock, pop e psichedelia esiste il consigliatissimo seguito di Peasant Pigs & Astronaut. Questa nuova terra è meno impervia che in passato dunque. Ci sono novità interessanti come Peter Pan Rip, che si regge su un delizioso gioco di archi, un balletto che rimanda agli esperimenti del polistrumentista Brian Jones_ il primo stone_ ci sono carezze pop che meriterebbero (purtroppo so che andrà a finire così) ben altra gloria. C'è Morricone che affiora prepotentemente in When a Brave Needs a Maid o in Calvary, dall'andamento dinoccolato. L'anima però rimane sempre quella di un tempo ad esempio guardate sul loro myspace: nessuna band inglese ha in programma date a Kuala Lumpur o a Jakarta. Mills lascia, ancora una volta gente ben più fresca a mordere la polvere, prendendosi gioco del tempo che se ne va ( il suo viso è identico a quello di 10/15 anni fa), delle mode del momento. Ma questo l'ha sempre fatto, solo che ora è meno incazzato e più consapevole.

sabato 10 luglio 2010

Brutta vita.



Jack Johnson, il protagonista di questo video se la passa davvero male. Povero.

mercoledì 7 luglio 2010

The Black Crowes: Shake your money maker

"What's so bad about the Black Crowes?" Con questo titolo l'edizione americana di Rolling Stone presentava al mondo il fenomeno dei Corvi di Atlanta. Si, fenomeno: l'appellativo non è affatto esagerato alla luce dell'esplosiva miscela di rock'n roll, blues e soul che ha accompagnato un esordio cristallino. Il periodo psichedelico della band era ancora lontano e nemmeno abbozzato nel 1990, al tempo di questo debut album ricco di hit: a partire dalla cover di Hard to Handle di Otis Redding al rock sbarazzino di Thik 'n thin. Anche gli altri singoli non scherzano: la stonesiana Jealous again, oppure Twice as hard, esempi perfetti del miglior rock americano. Ai tempi i "fratelli coltelli" Robinson non erano ancora ai ferri corti e nonostante una tensione che, di album in album sarebbe aumentata a dismisura fino al punto di rottura nel 2000, erano capaci di incastonare gemme acustiche come la dolce She talks to angels tra le pieghe di brani vivaci e grintosi. Se col tempo i Black Crowes si sono lasciati suggestionare prima dagli Zeppelin e più recentemente dai Lynyrd Skynyrd all'inizio di carriera i nostri guardavano agli Stones: Chris Robinson, cantante smilzo fece riviere il personaggio ideato da Jagger anni prima, con la differenza di una voce roca e soul molto simile a quella di Rod Stewart dei Faces. Shake Your money maker è a conti fatti la rivincita del rock old school, anni '70, sporcato dall'hammod e da riverberi di soul music, la tradizione "nera" che rivendica la propria essenza nonostante il mondo alternativo guardi altrove, magari al grunge. Senza ombra di dubbio uno dei migliori album degli anni '90, equamente bilanciato tra esuberanza (Struttin' blues) e momenti melancolici come quelli offerti da Sister Luck e soprattutto Seeing Things.

lunedì 5 luglio 2010

Siete degli amici. Grazie.

giovedì 1 luglio 2010

Big Wave.