Dal vivo potevano essere la peggiore o
la miglior band del mondo. Potevano incendiare il palcoscenico
mandando in visibilio i presenti oppure entrare in scena mosci e
svogliati, fregandosene dei fischi, delle critiche, di tutto. Genio e
sregolatezza ( quella in abbondanza...). Per la loro attitudine, e
grazie a un repertorio in grado di giocarsela _ tanto per fare nomi _
con Husker Du e Minuteman, i Replacements si imposero come band cult
nel circuito dei college americani. Dal proto-harcore degli esordi (
estrinsecato nel geniale lp Sorry Ma, Forgot to Take Out the Trash) a
quell'ibrido di punk country e alternative degli anni belli. Metà
ottanta: il periodo d'oro, con l'accoppiata Let It Be e Tim, album
clamorosi rilasciati a pochi mesi di distanza. Nella scelta di
“prendere in prestito il titolo dell'album” dai Fab 4 la prova
che la strafottenza degli esordi c'è ancora, forse nel 1984 era meno
sguaiata, ma ancora maledettamente efficace. Westerberg,
accompaganato dai fratelli Stinson (il compianto Bob e Tommy, attuale
bassista dei “nuovi” Guns) e dal drummer Chris Mars urla ancora
come un ossesso come in We're Comin out, che più punk non si può, e
parla di frustrazioni adolescenziali, rabbia, sconfitte,
divertimento, regalando una manciata di canzoni da tramandare ai
posteri. Dalla dolcezza di Sixteen Blue, all'energia di Tommy Gets
his Tonsils Out, dedicata al più giovane componente della band.
Fregandosene di logiche commerciali, si avventurano _ non senza
rischi _ imbastardendo Black Diamond dei Kiss. Let it be regala 11
canzoni che testimoniano la crescita nel songwriting di Westerberg
(Androgynous classico dimenticato per voce e piano), mentre
Unsatisfied, nella sua onesta fragilità, è l'emblema di chi vuole
arrivare al punto, in primis con se stesso. Una resa magnifica e
indignata _ anche_ nel nome del rock .
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giovedì 27 febbraio 2014
The Replacements: Let It Be
Dal vivo potevano essere la peggiore o
la miglior band del mondo. Potevano incendiare il palcoscenico
mandando in visibilio i presenti oppure entrare in scena mosci e
svogliati, fregandosene dei fischi, delle critiche, di tutto. Genio e
sregolatezza ( quella in abbondanza...). Per la loro attitudine, e
grazie a un repertorio in grado di giocarsela _ tanto per fare nomi _
con Husker Du e Minuteman, i Replacements si imposero come band cult
nel circuito dei college americani. Dal proto-harcore degli esordi (
estrinsecato nel geniale lp Sorry Ma, Forgot to Take Out the Trash) a
quell'ibrido di punk country e alternative degli anni belli. Metà
ottanta: il periodo d'oro, con l'accoppiata Let It Be e Tim, album
clamorosi rilasciati a pochi mesi di distanza. Nella scelta di
“prendere in prestito il titolo dell'album” dai Fab 4 la prova
che la strafottenza degli esordi c'è ancora, forse nel 1984 era meno
sguaiata, ma ancora maledettamente efficace. Westerberg,
accompaganato dai fratelli Stinson (il compianto Bob e Tommy, attuale
bassista dei “nuovi” Guns) e dal drummer Chris Mars urla ancora
come un ossesso come in We're Comin out, che più punk non si può, e
parla di frustrazioni adolescenziali, rabbia, sconfitte,
divertimento, regalando una manciata di canzoni da tramandare ai
posteri. Dalla dolcezza di Sixteen Blue, all'energia di Tommy Gets
his Tonsils Out, dedicata al più giovane componente della band.
Fregandosene di logiche commerciali, si avventurano _ non senza
rischi _ imbastardendo Black Diamond dei Kiss. Let it be regala 11
canzoni che testimoniano la crescita nel songwriting di Westerberg
(Androgynous classico dimenticato per voce e piano), mentre
Unsatisfied, nella sua onesta fragilità, è l'emblema di chi vuole
arrivare al punto, in primis con se stesso. Una resa magnifica e
indignata _ anche_ nel nome del rock .
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venerdì 21 febbraio 2014
mercoledì 19 febbraio 2014
Soundgarden: Superunknown
Il germe di Superunkonw _ classico
imprescindibile nell'epopea grunge _ è Spoonman, brano inserito
nella colonna sonora di Singles, (discutibile) film del '92 diretto
da Cameron Crowe e ambientato a Seattle, con una colonna sonora _
giocoforza _ strepitosa. Rielaborando un bel riff di hard rock
Cornell e soci si sono superati: un'impresa, considerando l'eredità
di Badmotorfinger. Alla quarta prova in studio i Soundgarden hanno
definitivamente raggiunto l'apice della loro carriera. Dopo, reunion
a parte, solo il colpo di coda di Down On the Upside, un testamento
sonico più schizoide ma decisamente meno incisivo. Superunknown,
concentrato sublime di hard rock, psichedelia, orientalismi e affini
si apre con Let Me Drown, una botta d'adrenalina sorretta dai riff
incendiari di Kim Thayl. Dopo la parentesi heavy di My Wave, il blues
di Seattle di Feel on Black Days _ immancabile in ogni concerto _
sofferto emblema dello spleen del cantante. Mentre Mailman rallenta i
battiti, ibernando il drumming di Matt Cameron sotto una cappa densa
di heavy metal (l'influenza dei Sabbath e dei Led Zep è innegabile),
coltre che si dissipa per una manciata di secondi nel riuscito
chours. In ogni episodio Cornell regala interpretazioni perfette,
urlando la propria rabbia (The Day I Tried to Live). In questo senso
Limo Wrech è una prova di forza incredibile, con una maestosità
malata e disturbante innegabile. Tra gli episodi meno incendiari,
Like Suicide una seducente suite di 7 minuti, un sinistro crescendo
culminato con un assolo di rara bellezza, o 4th of July, ballad nera
intrisa di disperazione e sofferenza, mentre Black Hole Sun, per cui
non servono presentazioni, diventerà il pezzo più famoso dei
Soundgarden.
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martedì 11 febbraio 2014
Beck: Morning Phase
Alla fine Sea Change saltava sempre
fuori. Che facesse uscire nuova musica esclusivamente sotto forma di
spartito, che remixasse se stesso (Guerolito) quel disco era sempre li. Ed ora Beck ci è ricascato!
Un lustro dopo il bel colpo di Modern Guilt (andate a ripassarvi
Gamma Ray please!) ha richiamato all'ovile i musicisti che fecero la
fortuna del suo album più acustico e malinconico: Justin
Meldal-Johnsen, Joey Waronker, Smokey Hormel, Roger Joseph
Manning Jr. e Jason Falkner sono tornati al fianco di Beck nelle
registrazioni di Morning Phase. La partitura d'archi di Waking Light,
gli arrangiamenti del pezzo, la sua struttura e i tocchi al pianoforte cadenzano un
brano “cinematico” e vintage all'inverosimile (me lo immagino in
un film di Sofia Coppola, non chiedetemi il perchè, ma se Lost in
Translation avesse un “secondo atto” questa di diritto dovrebbe
entrare nella soundtrack ufficiale). L'aver centellinato le uscite
discografiche nell'ultimo periodo (a parte un paio di singoli
“autonomi” e slegati da progetti artistici di più ampio
respiro) ha fatto bene al looser dei Nineties, mai prolisso o
scontato, pur seguendo _ anche se a zig zag come da copione per uno come lui _ strade già
percorse da altri, rotte sonore che sanno di West
Coast, tradizione, ma dalle quali è difficile sottrarsi (Blue Moon).
Un ritorno ormai inaspettato per i molti fan che vedevano il mare
suonato e raccontato da Beck solo come una bella cartolina un po' sbiadita, datata 2002.
L'ennesima trasformazione a cui tutti noi dovremmo essere grati.
Questo commento pescato su You Tube è “definitivo”: “Beck has
dabbled in more musical genre’s than Keith Richards has sampled
illegal narcotics." Nient'altro da aggiungere.
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lunedì 10 febbraio 2014
lunedì 3 febbraio 2014
giovedì 30 gennaio 2014
James Vincent Mcmorrow: Post Tropical
Dischi del genere, dove il canto è un
sussurro si reggono sui dettagli. Vivono di dettagli. E una buona
produzione molto spesso non basta. Occorre una ricerca _ totalizzante
_ del suono, un lavoro sugli arrangiamenti. sulle trame della canzone
e la metrica costante e preciso, puntuale. Citare, in un'epoca in cui
tutto è post (direbbe il noto critico musicale Simon Raynolds) è
inevitabile, plagiare poi è un rischio sempre dietro l'angolo. Non
esistessero Bon Iver e James Vernon, chiunque parlerebbe di Post
Tropical in toni entusiastici. Non conoscessimo la girandola di
emozioni e sfumature proposte dagli illustri predecessori di James
Vincent Mcmorrow, grideremmo al miracolo. Purtroppo non è così.
Tralasciando inappuntabili, quanto sterili, precisazioni cronologiche
e soffermandosi esclusivamente sulla musica, sui suoni beh... rien à
dir: Post Tropical è una carezza lunga 10 canzoni. Minimo comun
denominatore a questi pezzi l'atmosfera intima, che permea un mood
riflessivo, mai intriso di una malinconia glaciale e fredda. Un mondo
immaginato e dipinto con acquerello (bellissimo il disegno in
copertina), scandito dalla delicatezza del falsetto di McMorrow. Ogni
brano offre spunti diversi, partendo dal singolo apripista Cavalier,
al battito hip hop che scandisce Red Dust passando attraverso ai
fiati di Gold o alle note pizzicate di All Points. La title track
prosegue nel solco del miglior pop.
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mercoledì 22 gennaio 2014
Bruce Springsteen: High Hopes
La critica parla di High Hopes,
l'ultimo di Springsteen, come di un disco "minore"... in
passato è successo, ad esempio per Nebraska, Tunnel of Love, album
che ho apprezzato moltissimo. Paragoni troppo ingombranti forse,
specie per lo scarno disco acustico uscito dopo il buen ritiro in
solitaria a inizio Ottanta. L'idea che ci siano tout court piccoli tesori, in album disomogenei come questo, _ composto da cover,
versioni alternative e riarrangiate di vecchi pezzi e b sides _
risulta un po' pretenziosa lo ammetto. Nonostante non sia uno
springsteeniano convinto, le aspettative erano alte, con la mente che
rimanda a Tracks _ 4 cd di rarità, quelle veramente imprescindibili
in una discografia sterminata. La buona notizia è che Bruce
(ri)conferma la virata rock dell'ultimo Wrecking Ball. Croce e
delizia di High Hopes la chitarra di Tom Morello, protagonista nel
solo della versione in studio di American Skin (41 shots), un brano
inserito nel Live In NYCity del 2001. Presente in 8 brani su 12 l'ex
Ratm/Audislave impone il proprio stile (sua l'idea di riproporre High
Hopes, pezzo degli Havalinas) graffiando la sei corde senza
risparmiarsi, come nel chilometrico assolo di The Ghost of Tom Joad,
canzone di protesta dell'omonimo lavoro del '95 e anello di
congiunzione tra questi due artisti (peccato per la tendenza a strafare del losangelino, spesso incapace di sintesi). Down in The Hole è il
rovescio della medaglia di I'm on Fire. Curioso il fantascentifico
dialogo tra Einstein e Shakespeare in Frankie Fell in Love
rispettivamente ambasciatori di raziocinio e poesia. La delicatezza
di Hunter of Invisible Game, e lo struggente climax di The Wall
dimostrano che la vena compositiva del Boss è tutt'altro che logora.
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martedì 21 gennaio 2014
lunedì 20 gennaio 2014
Damon Albarn: Everyday Robots
-Modern Life is Rubbish-
Ecco la preview del nuovo (attesissimo) album solista di Damon Albarn. Il disco uscirà in primavera, nell'attesa gustiamoci questo ibrido folk/soul.
Ecco la preview del nuovo (attesissimo) album solista di Damon Albarn. Il disco uscirà in primavera, nell'attesa gustiamoci questo ibrido folk/soul.
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domenica 19 gennaio 2014
Los Campesinos!: No Blues
10 canzoni per continuare a credere, a
cavallo tra 2013 e 2014, ai Los Campesinos!, miliardesima “nex big
thing” d'Albione, prima osannata, poi dispersa e puntualmente
resuscitata. Per fortuna No Blues, ultima prova del gruppo Gallese
offre 41 minuti e 53'' di conferme. La formazione, nome “grosso”
per l'indie pop britannico verso la fine degli anni Zero, si era un
po' persa per strada, e il recente abbandono della bassista storica
Ellen Campesino non lasciava presagire nulla di buono. Invece lo
scossone è servito ai nostri per aggiornare una formula che segue
dogmaticamente gli stilemi di certo brit pop. Parte del merito va
data al producer John Goodmanson (in cabina di regia anche con Dead
Cab for Cutie e Blonde Redhead) per aver valorizzato al meglio il
materiale a disposizione. Non a caso For Flotsam strizza l'occhio ai
Suede con la sua epica sonora. Il trittico iniziale sgombra il campo
da dubbi e paranoie: No Blues diventerà nodo cruciale nella
discografia dei Campesinos!: canzoni ben prodotte, brevi, fresche _
in una parola efficaci _ accompagnano liriche meno teenager oriented
di un tempo e maggiormente consapevoli. A dispetto del titolo,
evidente inno alla spensieratezza in contrapposizione al mood del
Delta, ci sono momenti malinconici quasi sempre celati ma evidenti in
Glue Me. Se Let it Spill omaggia i Cure in giornata buona, la melodia
di Avocado Baby, secondo singolo è l'ennesimo ingranaggio perfetto,
con un chours che si imprime dal primo ascolto. Idem per What dead
leaves behind.
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lunedì 9 dicembre 2013
domenica 1 dicembre 2013
Crash Test Dummies: God Shuffled His Feet
Due anni dopo The Ghost That Haunt Me, i Crash Test Dummies smussano quell'ibrido di country/folk/rock in favore di un approccio definitivo e totale al Pop. Nessuna concessione o svendita becera sia beninteso, semmai il giusto riscontro (circa 6 milioni di copie in giro per il mondo) per un disco qualitativamente rilevante, il punto più alto della parabola di Brad Roberts (deux et machina della band). Fare una recensione di questo disco significa riconsiderare l'album, partendo dalla copertina, licenza poetica di un meraviglioso dipinto di Tiziano intitolato "Il trionfo di Bacco e Arianna"): a distanza di vent'anni (!) è ancora un piacere immergersi nelle atmosfere sognanti dei vari brani, assaporarne le sfumature più riuscite. Segno che qualità e pop non fanno sempre a botte. Mentre la title track è incentrata su riflessioni filosofiche, sul senso dell'esistenza e sulla figura di Dio, (un estratto del pezzo compare nell'intro di Contact, film filosofico/scientifico da riscoprire), il vero anthem del lavoro sposta l'attenzione verso tematiche più intime e personali, la storia di bambini “vecchi”, la cui infanzia è stata rubata. MMM MMM MMM MMM _ vi sfido a trovare un titolo meno bizzarro per una canzone _ ha fatto conoscere i Dummies ovunque, con il suo chours perfetto. Grazie all'abilità con cui Brad Roberts tocca tonalità bassissime e all'intreccio vocale con Ellen Reid la resa del cantato è unica e vivace. How does a duck know? contiene il germe del rock riproposto nel successivo (e meno riuscito) A Worm's Life. Da brividi il trittico finale composto dalla suadente The Psychic, Two Knights And Maidens e dalla finale The Untitled, 1.42 minuti di magia al pianoforte. L'avventura dei Dummies continua ancora, tra album autoprodotti e comparsate dal vivo.
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sabato 23 novembre 2013
Babyshambles: Sequel to the Prequel
Un lungo stand by discografico ci
permette di (ri)collocare Pete Doherty nella dimensione a lui più
congeniale _ con l'eco gossipparo di relazioni turbolente (Kate Moss)
e rapporti burrascosi con l'antidroga, ormai lontano. Dalla giusta
distanza l'ego bohemienne dell'ex Libertine ne esce ridimensionato,
tanto che si fatica a capire il clamore suscitato dal precedente Down
in Albion, disco tossico che oltre a Fuck Forever ha prodotto ben
pochi sussulti. Stavolta abbiamo tra le mani un album piacevole e
disteso. Che abbia finalmente trovato un equilibrio? Canta ancora con
pigrizia, quasi trascinandosi le parole, come ai bei tempi, ma
mancando l'impredibilità del prequel, il sequel risulta un pò
telefonato. Ibridi tra Cure e Smiths, con rimandi ad un folk rock fin
troppo rilassato, imbastardiscono (migliorandolo) il sound à la
Doherty. Intendiamoci, brutte canzoni non ce ne sono, il tenore
complessivo è sufficiente, con spunti interessanti, ad esempio l'inizio e
il chours di Farmer's Daughter che poi si perde per strada. Sfruttare
l'inerzia non sempre rende: non a caso l'aggettivo più usato da
molti cybernauti su You Tube a corredo degli estratti dell'album è
stato boring. Poi di cose che funzionano ce ne sono, penso al mood
complessivo di Picture me in a Hospital, nonostante il ricorso a
immagini stra usate. Tra le novità l'input americano di Nothing
Comes to Nothing, vicina ai dischi solisti degli ex Replacements
(Stinson e Westerberg). Più a fuoco del prequel ma sicuramente un
sequel meno imprevedibile
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giovedì 14 novembre 2013
Sebadoh: Defend Yourself
Ad anni di distanza dall'ultima
apparizione, tornano sui radar degli audiofili più lo-fi oriented i
Sebadoh, progetto parallelo di Lou Barlow, fresco di reunion/tregua
con J Masics nei Dinosaur Junior. Forse rispetto a questi ultimi _
defilati nel calderone grunge ma imprescindibili per il movimento
alternative degli ultimi vent'anni _ i Sebadoh non avranno il tiro,
privi degli assoli spaziali di Masics, bordate bulimiche di wah wah,
eccessi chitarristici più unici che rari. Magari manca qualcosa nel
confronto con la band madre (ad esempio in termini di complessità
nel songwriting), ma stavolta Barlow confeziona, se non il lavoro
migliore del gruppo, sicuramente il più equilibrato e se vogliamo,
accessibile. Fieramente autoprodotti, i Sebadoh mancavano nel
panorama indie attuale. Nessuna rivoluzione sia chiaro, ma una decisa
crescita espressiva più che tecnica. Anche l'approccio, seppur
nostalgico _ per la cronaca Beat è 4:19 di Seattle Sound _ non
risulta fuori tempo massimo, ma si lascia apprezzare per il suo
caustico finale. Oxygen, un inno alla spensieratezza, anticipa la
strumentale Once: sicuramente sarà manierista, un esercizio di stile
tra punk e lo-fi, ma mantiene alto il mood complessivo. Coadivato da
Jason Loewnstein e dalla new entry Bob D'amico, Barlow conferma il
suo stato di grazia con una serie di melodie sgangherate, toccasana
per rilassarsi in spensieratezza e antidoto usato dal leader della
band per esorcizzare un periodo difficile culminato con un divorzio
(Let it out). Punk sul velluto per i Sebadoh, invecchiati come il
buon vino.
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giovedì 7 novembre 2013
Manic Steet Preachers: Rewind The Film
Scelgono un approccio più riflessivo e soft i Manics, abbandonando l'ottimismo di Poscards From a Young Man, regalano ai fan un nuovo _ ispirato _ capitolo nella loro ventennale carriera. Ridotto al lumicino il mood heavy guitar degli ultimi dischi (da Send Away The Tigers in poi), confezionano un disco melodico e malinconico. Perfettamente adatto per il grigiore autunnale, l'album dimostra ancora una volta la tendenza dei Gallesi a ripensare al passato. Se al centro della riflessione in Journal For Plague Lovers era il loro album fotografico (il disco in sostanza era un omaggio al desaparecido Richey Edwards) stavolta il gruppo spolvera vecchie polaroid, di gente comune, la working class subissata dalla rigida politica della Teacher (guardare per credere il video di Anthem For a Lost Cause, con le difficoltà dei minatori gallesi, inariditi da una difficile guerra tra poveri). Nicky Wire, lingua affilata e sagace è ancora una garanzia: oggi la componente combat dei Manics rimane _ sicuramente meno roboante rispetto ai giorni di Generation Terrorist _ nelle interviste e nelle intenzioni. E questo è il pregio più grande dei Gallesi, mai rinchiusi in una torre d'avorio, nemmeno negli anni del successo brit. Arrangiamenti acustici ricercati e melodie eleganti sono l'impalcatura di questo buon disco. Un capitolo dimesso, dove la rassegnazione e la stanchezza vengono dichiarate apertamente, in cui diventa impossibile sottrarsi al senso di nostalgia, malinconia, privazione. Esempi perfetti I Miss The Tokyo Skyline con la sua piccola partitura per archi, o il duetto sussurrato con Lucy Rose in This Sullen Welsh Heart, in cui il cantante James Bradfield vorrebbe alzare bandiera bianca ( I can’t fight this war anymore / Time to surrender, time to move on ) o quando ammette con onestà disarmante conflitti interiori (The hating half of me / Has won the battle easily) Non tutte le ammissioni sono vere: Running out of Fantasy oltre ad essere una bellissima canzone è una lieta bugia. Per fortuna.
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mercoledì 6 novembre 2013
Jonathan Wilson: Fanfare
Dall'affollato cyberspazio di web zine
si fa largo tra la folla un (almeno per il sottoscritto) illustre
sconosciuto, tale Jonathan Wilson di cui (ahimé) non sapevo nulla.
Peccato madornale, iperbolico, totalizzante. Lo ammetto. Sta a vedere
che dal limbo esce fuori uno davvero bravo... il dubbio si trasforma
in una certezza ascoltando Fanfare, ottimo disco fresco di stampa: la
conferma dopo un debutto acclamato dalla critica specializzata. Un
bel viaggio, un salto indietro nel tempo decenni addietro quando si
registravano canzoni in presa diretta, con un'urgenza comunicativa
quasi estinta al giorno d'oggi. Suoni vintage, tra folk, psichedelia
Seventies ed un elegante attitudine rock, trait d'union del disco. A
parte gli echi Floydiani in Lovestrong, il suono della West Coast, il
suono della tradizione, si riverbera su un songwriting consapevole e
smaliziato, segno che Wilson conosce a memoria la materia: potrebbe
essere un profondo conoscitore di ogni singola nota suonata da CSNY.
Un gioiellino, ricco di imperfezioni piacevolissime, come
certe sbavature di wah wah o hammond. In termini di autenticità il
disco risulta un gradino sopra la media, nessuna concezione a facili
soluzioni, niente di “telefonato” per intenderci, ma una serie di
divagazioni sul tema, gradevoli nella loro autenticità. L'inizio di
Moses Pain, forse è stato scritto e riscritto centinaia di volte in
passato, ma voce e chitarra riescono ancora ad emozionare senza
fatica. Fanfare non è solo questo sia chiaro (ambito nel quale
Wilson si avvicina alle vette di un certo Ellioth Smith), ma è anche
un caleidoscopio dove trovano spazio ambiziose partiture per archi
come in Dear Friend, 7 minuti jazzati a spasso tra deserti, canyon e
galassie, ennesimo viaggio che si completa nel video omonimo.
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domenica 3 novembre 2013
Jane's Addiction: Another Soulmate
-Qualcosa si muove in casa Jane's-
Interessanti novità per i Jane's Addiction: la band di Los Angeles ha pubblicato sul suo canale ufficiale You Tube Another Soulmate, inedito che si riprende dall'involuzione recente (The Great Escape Artist per intenderci...). Ragazzi, ma quando passate in tour in Italia?????
Interessanti novità per i Jane's Addiction: la band di Los Angeles ha pubblicato sul suo canale ufficiale You Tube Another Soulmate, inedito che si riprende dall'involuzione recente (The Great Escape Artist per intenderci...). Ragazzi, ma quando passate in tour in Italia?????
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venerdì 1 novembre 2013
Soundgarden: King Animal ad libitum
-Ritorno di prepotenza nel mio stereo -
Sto disco mette bene... chiedete anche al buon Letterman che ne pensa... ripescatelo va!
Sto disco mette bene... chiedete anche al buon Letterman che ne pensa... ripescatelo va!
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venerdì 25 ottobre 2013
Arcade Fire: Reflektor
-Finisce la lunga, lunga, lunga campagna di viral marketing-
Il modo migliore per reagire a un leak? Vedere il bluff e rilanciare. E' quello che hanno pensato gli Arcade Fire dopo la messa on line di alcuni stralci del disco, ormai prossimo all'uscita ufficiale in formato fisico e sulle piattaforme digitali. Decisamente efficace la contromossa: sul canale You Tube del gruppo canadese è disponibile in streaming Reflektor nella sua interezza (1h e 25); a corredo del sonoro, le immagini tratte da Balck Orpheus, film del 1959 usato per accompagnare un video di lancio di Afterlife. Finisce quindi una campagna di viral marketing quantomai eterogenea (in passato fecero qualcosa di simile i NIN) tra poster, misteriosi teaser audio e video, criptiche interviste e altro ancora.
Il modo migliore per reagire a un leak? Vedere il bluff e rilanciare. E' quello che hanno pensato gli Arcade Fire dopo la messa on line di alcuni stralci del disco, ormai prossimo all'uscita ufficiale in formato fisico e sulle piattaforme digitali. Decisamente efficace la contromossa: sul canale You Tube del gruppo canadese è disponibile in streaming Reflektor nella sua interezza (1h e 25); a corredo del sonoro, le immagini tratte da Balck Orpheus, film del 1959 usato per accompagnare un video di lancio di Afterlife. Finisce quindi una campagna di viral marketing quantomai eterogenea (in passato fecero qualcosa di simile i NIN) tra poster, misteriosi teaser audio e video, criptiche interviste e altro ancora.
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