giovedì 26 maggio 2011

Negrita: Luna

Tu non lo sai quanto mi piace, non lo sai
Quando ti perdi a fare finta di essere
Semplice, calma, morbida

Come un mistero da decifrare
Tu sei la luna ancora da esplorare
Aspettami voglio salire lassù

e non tornare più, non tornare più

Ti vedo trasformare lacrime in coriandoli
Con un bicchiere in mano mi ritrovo qui a scoprire
Lucida, splendida, serenità

E ridi ancora, mi aiuta a respirare
Bianco aquilone che gioca con il sole
Aspettami voglio salire lassù

e non tornare più

L'estate un sentimento
E' caldo anche d'inverno

Aspettami voglio salire lassù

e non tornare più

mercoledì 25 maggio 2011

Hole: Nobody's Daughter (Ripescaggio)

Riportare indietro l'orologio alla fine/ metà degli anni Novanta, quando con il suo gruppo, e grazie alla luce riflessa dell'illustrissimo marito ( Kurt Cobain, non serve ricordare il curriculum, basta il nome no??? ) macinava un successo dietro l'altro. A qualche mese dall'uscita del disco possiamo dire che la missione è riuscita solo a metà. Prima la notizia cattiva: (soprattutto per lei) il disco ha venduto poco. Le buone nuove sono di più ( e il motivo per cui consiglio di recuperare questo Lp), e cioè almeno 9 delle 11 canzoni che compongono Nobody's Daughter. Dopo le ultime _disastrose_ prove soliste Courtney love è tornata in carreggiata rispolverando il brand delle Hole, quelle di Live Through This, Malibù e Celebrity Skin. Con l'aiuto di rodati songwriters del calibro del Pumpkin Billy Corgan (suo grande amico) e Linda Perry ha raccontato un altro momento della sua vita vissuta da sempre sotto i riflettori e in modo pericoloso, sempre in bilico tra l'autodistruzione e la voglia di rimettersi in gioco, nella speranza di controllare e sublimare quella fragilità che in definitiva è la sua vera ispirazione. Un disco perfetto a livello di produzione, e nonostante questo incredibilmente vero. Merito, come detto dei testi costruiti sulle contraddizioni, e sulla sregolatezza di cui è vittima. Si comincia con il grido di libertà (allo stesso tempo una richiesta d'aiuto) di Nobody's Daughter poi nei brani seguenti si continua parlando di arresa, rivincita, perdita e divertimento. Il power pop di Skinny Little Bitch con tanto di finale accelerato e urlo in extremis si avvicina ancora una volta ai Nirvana nei loro momenti più easy, Honey e Pacific Coast Higway sono due ballate griffate da Linda Perry (4 Non Blondes). Questo percorso catartico si chiude con la dichiarazione d'intenti di Never Go Hungry di un'artista inquieta. Tutti hanno diritto ad una seconda chance, perché non dovremmo darla a Courtney?

sabato 21 maggio 2011

Blocco dello scrittore?

lunedì 16 maggio 2011

Destinati a perdersi

Il primo flash back: spiaggia, estate, mare. Tutto bene. Il secondo (stavolta si gioca in casa): Ancora in estate, musica della madonna ma qualcosa non va ci siamo incazzati perché non capivamo cosa fosse. Il terzo deja vù è appena successo.

domenica 15 maggio 2011

Prince: The moonwalker

giovedì 12 maggio 2011

The Rolling Stones: Tattoo You

Tattoo You è l'ultimo capolavoro targato Stones, l'ultimo guizzo della band prima della crisi degli anni '80, una crisi che, una volta terminata, rese il rapporto tra Jagger e Richards molto più asettico e meramente professionale. Undercover, il follower di TattooYou era _ per stessa ammissione del gruppo – un disco sbilanciato, registrato in fretta e controvoglia alla pari di Dirty Work (1985): il tentativo, imposto da Mick, di rendere il sound del gruppo più in linea con le mode del periodo. Chiarito il momento storico nella pluridecennale carriera delle pietre rotolant,i è giusto soffermarsi su Tatoo You: anch'esso registrato al volo recuperando materiale e vecchi riff dai lavori precedenti, ma che materiale! Outtake e idee che giravano da tempo sono state plasmate, ripensate, stravolte ottenendo un risultato sorprendente, basta pensare a Start Me Up, l'ultimo anthem assoluto degli Stones, nato da un ritmo reggae e diventato un classico inamovibile negli show della band. La prima parte di Tattoo è quella più rock e contiene ottimi spunti come Hang Fire (... in the sweet old family where I come from, nobody ever works, we always get stoned... we hang fire). Slave propone altre “explicit lyrics”, marchio di fabbrica di Jagger. Decisamente più tranquilla la seconda metà del disco, infarcita di ballad, dove Sir.Mick si concede più volte al cantato in falsetto. Worried About You (nel video Jagger era al piano con accanto una bottiglia di Jack Daniels) parte in sordina, e cresce costantemente con il cantato che diventa più graffiante. Tops e la solare Waiting on a Friend completano il capolavoro della maturità degli Stones. Archiviato con un sontuoso tour il capitolo Tatoo You, ci sarà ancora spazio per alcuni colpi di coda in studio, ma da qui in avanti è nei concerti che rivivrà il mito degli Stones.

giovedì 28 aprile 2011

The Vaccines: What did you expect from...

What did you expect from the Vaccines? Nel titolo del disco dell'ennesima next big thing partorita dalla terra d'Albione (luogo magico dove il sensazionalismo per band poco più che esordienti è all'ordine del giorno) c'è un mondo: la sbruffonaggine di chi vive di indie rock (come questo gruppo esordiente) e l'abilità di chi guadagna (discografici) impostando abili campagne di marketing. Visto l'hype per questa uscita le aspettative erano molto alte per il disco, slittato di alcuni giorni per non uscire in contemporanea con il nuovo degli Strokes. Purtroppo ascoltando il debutto non è dato sapere cosa ha fatto gridare al miracolo. Per carità, non è un brutto disco, si lascia ascoltare piacevolmente, un buon sottofondo, ma nulla di più. In una miscela all'acqua di rose tra punk, pop e contaminazioni eighties è racchiusa l'essenza di questi The Vaccines. Effettivamente If You Wanna è un invito al cazzeggio, al pari del sound di Post Break Up Sex che si contrappone al testo; un'amara e disillusa presa di coscienza del "nulla" dopo una rottura amorosa. Wrekin bar (ra ra ra) ha un chours "scippato" ai Ramones, ma rispetto ai Fast Four il sound è meno a fuoco e più leggero. Molto meglio Wolf Pack. Qua e la vengono in mente anche i Glasvegas ( vedi A Lack Of Understanding) ultima scoperta di Alan Mc Gee della Creation (label che ha lanciato tra gli altri gli Oasis), specie nei momenti più rilassati. La voce profonda e malinconica di Justin Young ricorda per impostazione e timbro quella dei colleghi di Interpol e Editors. Ma il punk sghembo di Noorgard lo può suonare chiunque, e basta questo per aspettarsi un pò meno da loro in futuro.

martedì 19 aprile 2011

19/04

sabato 16 aprile 2011

Led Zeppelin: IV (or ZoSo)

Led Zeppelin IV è la definitiva consacrazione del mito. Non ci sono altri termini per catalogare il capolavoro (assieme a Physical Graffiti, uscito pochi anni dopo) della carriera del dirigibile più famoso nella storia del rock. Un disco che racchiude al suo interno un mondo: dalle atmosfere medievali al folk, dal blues al rock'n roll più sanguigno, celebrato a dovere nell'omonima traccia, dedicata alla musica del diavolo. L'apertura è con Black Dog e la voce di Robert Plant che introduce un poderoso riff di chitarra nella migliore tradizione del gruppo, un giro che ricorda quelli estratti da Led Zeppelin II (Whole Lotta Love, The Lemon Song...). Sulla copertina nessun riferimento: non compaiono né il nome della band, nè il titolo del disco. All'interno del booklet c'è poco altro: nulla se non 4 simboli, uno per ogni musicista. E visto che l'idea l'ha portata Jimmy Page _ appassionato di misticismo e occulto _ i fan individuano nel suo “pseudonimo” per questo album (ZoSo) il nome da dare all'Lp, in alternativa alla classica numerazione intrapresa con successo nel 1969. I problemi per gli Zeppelin erano ancora lontani, la stanchezza di Presence, gli incidenti e la morte del figlio di Plant avrebbero scalfito pochi anni dopo lo stato di grazia del gruppo, capace di un ultimo colpo di reni con In Through th Out Door. Definire l'interpretazione di When The Leeve Breaks, brano del 1928 di Memphis Minnie come una semplice cover sarebbe riduttivo: Page, Plant Bonham e Jones si superano ancora una volta con un arrangiamento impeccabile (probabilmente il pezzo dal sound più moderno del lotto). Nel disco c'è anche spazio per la traballante Misty Mountain Hop con il piano elettrico suonato da John Paul Jones a sostenere la voce raddoppiata in studio di Robert Plant e per The Battle of Evermore ballata chitarra/mandolino cantata con Sandy Denny dei Fairport Concention. Il disco però è soprattutto Stairway to Heaven: l'apice, il punto più alto _ se non dell'hard rock anni '70 _ perlomeno della carriera degli Zeppelin che qui toccano livelli di epicità mai raggiunti prima.

giovedì 14 aprile 2011

Foo Fighters: Wasting Light

La storia ci ha insegnato che le rivoluzioni nascono, molto spesso, dalle élite intellettuali, in ambito rock è un po' diverso: a vincere sono _ quasi sempre _ gli outsider, gente che parte dal basso, magari da un garage con la band degli amici del liceo. Chi non ha cominciato da li, dalla sala prove, da uno scantinato attrezzato alla bella e meglio per fare un po di casino e di rock n roll? Il nuovo album di Dave Grolh e dei suoi Foo Fighters è stato concepito con l'intento di riportare indietro le lancette dell'orologio agli albori. O quasi. Perché in cabina di regia c'è un certo Butch Vig, l'artefice del wall of sound di Nevermind , l'uomo che giusto 20 anni fa ha sdoganato Seattle e i Nirvana nel mondo. Il poderoso inizio di batteria di Bridge Burning è l'ennesimo tassello di quell'operazione nostalgia che risponde al nome di Wasting Light. Con il reintegro definitivo di Pat Smear nel gruppo, il sound delle chitarre è maggiormente stratificato e più vario rispetto al passato. Rope è la summa della classica canzone dei Foos: potente ed orecchiabile. Dal copione si discosta invece White Limo, un concentrato di rabbia rock'n roll che rappresenta il momento più “cattivo” e duro dell'album e probabilmente della loro produzione discografica (assieme a In Your Honor e The Pretender). Dopo il progetto Probot prosegue la collaborazione tra i Foos e Lemmy, l'iconico cantante dei Motorhead, autore di un cameo eccellente nell'assurdo video di White Limo, dove Grolh è il solito istrione. Un disco (registrato completamente in analogico dentro ad un garage) da ascoltare tutto d'un fiato e privo di cadute di tono. Nell'evocativa IShould Have Known il basso è di un certo Krist Novoselic.



domenica 3 aprile 2011

MILAN INTER: 3 - 0

...Si perché nella vita c'è sempre da recitare... In una manciata di parole, il Liga d'annata (era agli esordi con Bambolina e Barracuda) racchiude il prima e il dopo del derby di ieri sera, una partita su cui è già stato detto (e scritto) tutto e il contrario di tutto. In ordine sparso:
Non conta/ ci sono ancora in palio 21 punti/ è una gara come le altre/ non si decide nulla stasera.
Nonostante i complimenti per la diplomazia e l'arte retorica di giocatori, allenatori e dirigenti di Milan e Inter la verità è un'altra. Il segreto di pulcinella è un mantra che si usa in automatico davanti a taccuini e microfoni, un gioco vecchio che ormai non stupisce più nessuno. Con buona pace della scaramanzia e di paranoie varie e assortite. Al di là del dato sportivo (da anni il derby non era decisivo per lo scudo), è l'aspetto emotivo della stracittadina che emoziona sempre e comunque, anche un tifoso distratto come il sottoscritto. Dall'ultima volta che la sezione Bar Sport di questo blog ha alzato le saracinesche, ne è passata di acqua sotto i ponti, specie in casa nerazzurra, con l'esonero di Malitez, l'arrivo di Leo e una rimonta solo sfiorata. Si scrive Leonardo ma si legge voglia di rivincita, delusione, orgoglio, rabbia: da una parte e dall'altra. In cento e passa anni di storia non era mai successo che un allenatore passasse da una squadra all'altra di Milano nel giro di pochi mesi. Deluso per il trattamento, le tirate d'orecchie ricevute Leonardo, non si è "venduto" per 30 denari, come scritto da tifosi comunque dispiaciuti per la cosa, ma semplicemente ha voluto restituire lo "sgambetto", dimostrando di valere. Le critiche, sarebbero arrivate comunque, ma di certo non sarebbero state così feroci se il tecnico brasiliano appena arrivato alla Pinetina non avesse parlato di sogno che si realizza. Dopo anni nel Milan, quella ed altre frecciate fanno male. E hanno scaldato gli animi. Ecco perché quelle vecchie ferite, nei tifosi, nello stesso Leonardo ieri sera erano ancora aperte, a dispetto delle caute dichiarazioni distensive dell'allenatore (Rosso)Neroazzurro. Il clima, nonostante facesse di tutto per dissimularlo era da alta tensione. Nel cast un allenatore "tradito e traditore", un ex ingombrante, che si sforzava, non riuscendoci, di non pensare alle accuse urlate da tante comparse infastidite. Rapporti che si sono sgretolati in poco tempo. Alla fine il tuffo sotto la curva dei Milanisti che, dopo aver rifilato 3 sberle ai cugini, nonostante la gioia predicano ancora prudenza. "Non è cambiato nulla dicono", mentendo sapendo di mentire...

martedì 29 marzo 2011

Doctor feelgood!

Finalmente sono dottore! 105!!!!!

giovedì 17 marzo 2011

Beady Eye: Different Gear, Still Speeding

"Hai dato una copia dell'album a Noel?" "No... credo lo abbia scaricato." Questa risposta, rilasciata durante un'intervista da un sardonico Liam Gallagher, impegnato nella promozione del debutto dei Beady Eye è il riassunto delle puntate precedenti (lo scioglimento, Parigi, quelle chitarre sfasciate e la parola fine all'avventura Oasis). Il titolo dell'esordio della nuova/vecchia band, Different Gear Still Speeding sintetizza il presente, la voglia di rimettersi in gioco senza stravolgimenti di sound. Sempre Liam pochi mesi fa ha chiarito cosa aspettarsi: " di certo non ci metteremo a fare musica Africana". L'album è l'istantanea di un gruppo coeso, testimonia la crescita musicale e umana di Liam e la sua voglia di rivincita urlata in Four Letter Word, il pezzo più "rock" del disco. I Beady Eye volevano dimostrare di cavarsela da soli, ed hanno fatto centro. In questo Mr. Pretty Green è stato aiutato da Andy Bell (ex Ride) e Gem Archer (Heavy Stereo), due autori di indiscusso talento ma giocoforza "schiacciati" da Noel. Con maggiore libertà compositiva hanno virato il sound ammorbidendolo rispetto all'ultimo Dig Out Your Soul. Ancora più Beatles, ma anche Kinks, The Who, Faces: in poche parole il meglio della Swinging London. A parte la spiazzante Bring The Light con le sue atmosfere rock'n'roll à la Jerry Lee Lewis, c'è anche qualcosa degli Smiths qua e là. For Anyone è una nuova Songbird, molto più melodica. I fab 4 vengono tirati in ballo clamorosamente in Wigwam e in The Beat Goes On, mentre l'onnipresente The Roller è la loro Instant Karma. Tra le "tirate" Beatles and Stones, ("omaggio" a My Generation), Standing On The Edge Of The Noise. Capolavori di Different Gear, Kill For a Dream e The Mornig Son, con la sua bellissima coda psichedelica.

sabato 12 marzo 2011

Io vi troverò

Latiterò ancora per poco dal blog. That's for sure.

domenica 6 marzo 2011

Beady Eye: Kill For A Dream (Abbey Road)

mercoledì 2 marzo 2011

Taccagno: Eto'o multato.

venerdì 25 febbraio 2011

Middle Class Rut: No Name, No Color

Lo ammetto, se a destra e manca non fossero stati accostati ai Jane's Addction, probabilmente non avrei mai approfondito il discorso con questi Middle Class Rut, duo californiano composto dal cantante e chitarrista Zack Lopez e dal batterista Sean Stockham. E _seconda ammissione della giornata_ a scatola chiusa ero pronto a “massacrare” un pò il loro No Name, No Color, almeno dopo aver sentito l'opener New Low, (un brano che non decolla mai) che dei Jane's ha poco e niente, eccezion fatta per una chitarra troppo defilata sul finale, senza lode e senza infamia. La fortuna è che il singolo ha poco a che spartire con il resto delle tracce del disco. 12 canzoni che ricordano da vicino gli ultimi _per ora_ Jan'es Addiction, quelli di Strays dei primi Duemila. Certo Lopez non può essere al contempo Dave Navarro e Perry Farrell (umanamente impossibile), ma nel suo piccolo fa comunque un buon lavoro, riproponendo a suo modo la lezione dei grandi. Nel disco non c'è un assolo che vale Three Days lo so, ma in compenso un'urgenza espressiva sincera, al servizio di qualche buona idea. Premesso che certi capolavori non sono avvicinabili dai comuni mortali, qui siamo comunque davanti ad una buonissima prova. Se nel grosso dei pezzi la voce di Lopez assomiglia a quella (unica) del cantante di Ritual De Lo Habitual, in Dead Line si spinge più in la, riproponendo _in meglio_ l'approccio al cantato di Chester Benningthon dei Linkin Park. Per chi scrive la vera chicca di No Name... è Are You On Your Way. Bella anche I Guess You Could Say, dove in un gioco di rimandi e influenze reciproche, si citano i Led Zeppelin fonte di ispirazione anche per i maestri di Lopez e Stockham.

sabato 19 febbraio 2011

Pagine Nere: Sanremo Trash

venerdì 18 febbraio 2011

Social Distortion: Hard Times & Nursery Rhymes

Somewhere between heaven and hell: parafrasando il titolo di un loro vecchio disco è li, in quella terra di mezzo tra il successo, i trionfi e le cadute che potremmo collocare la carriera dei Social Distortion. Sempre sul punto di “esplodere” in positivo (corteggiati dalle major) e in negativo (tra tensioni, scioglimenti, litigi e rimaneggiamenti nella line-up) sono tra i più illustri esponenti dell' rock'n'roll punk californiano. Hard times è il settimo album di una serie iniziata nel 1983: un colpo di reni, che restituisce al mondo una band in palla, solida e in grado di cambiare un po' le carte in tavola, rispetto alla rodata attitudine punk rock. Writing on the wall è classic rock anni '80, quello portato al successo da gente come Springsteen e i Replacements. Probabilmente si tratta del pezzo migliore in scaletta. Segnatevi anche Can't take whit you, bellissimo rock che rievoca le suggestioni dei Guns'n Roses di Lies. Still Alive canta Mike Ness nell'omonima canzone, augurandosi che l'avventura possa proseguire ancora a lungo. Ben congegnato il gioco di chitarre nella strumentale Road Zombie, la più “cattiva” di Hard Times... La rabbia però lascia presto il posto alla spensieratezza di California (Hustle And Flow), nient'altro che un omaggio da parte della band agli Stones di Exile On Main Street e all'ineccepibile Take care of yourself, un consiglio che Mike Ness, tribolato leader dei Social Distortion sembra aver fatto suo dopo anni di bagordi. Hard Times and Nursery Rhymes si candida al ruolo di capolavoro tardivo della formazione, mai così consapevole dei propri mezzi.

giovedì 10 febbraio 2011

Weezer: Death To False Metal

Dalla seconda metà del 2008 ad oggi hanno già fatto uscire il Red Album, Ratitude, e solo pochi mesi fa Hurley. Tre nuovi dischi, a cui si aggiunge questo Death To False Metal (minaccioso solo nel titolo) composto da 10 pezzi inediti, scritti nel corso della carriera ma mai registrati e una cover, Unbreak My Heart, vecchia hit di Tony Braxton. “Queste _spiega il cantante_ sono sempre state canzoni grandiose, che per un motivo o per l'altro non sono mai finite negli album precedenti". Proprio perché contenente pezzi scritti dagli esordi ad oggi, alcuni capitoli _opportunamente riveduti e corretti_ ricordano da vicino il periodo del Green/ BlueAlbum, ovviamente traslato ad oggi. Pinkerton si sa rimane inarrivabile: è sempre là, pietra angolare della loro discografia, è il disco più tormentato (e bello) scritto da Rivers Cuomo & Co., diventato con il tempo anche il lavoro più apprezzato dalla critica e tirato sempre in ballo dai fan più accaniti, quelli che... “Rivogliamo la band di Pinkerton”. Si mettano il cuore in pace: non succederà, anche se questo giro ci sono andati davvero vicino. Death To False Metal riesce, forse per la prima volta, a riproporne il sound: il rock monotono di Everyone, sporco quanto basta è il miglior tentativo di imitazione possibile di Pinkerton. Chapeau. Abbandonata definitivamente l'iper produzione di Make Believe e Ratitude, i Weezer buttano fuori il loro classico disco di power punk, con la solita dose di naivité nei testi di Cuomo (Let The Music Play, let the good times roll...). A differenza del recentissimo passato di Hurley (disco con il volto dell'omonimo personaggio di Lost in copertina) i pezzi sono decisamente più belli (Trampoline) e gli assoli più riusciti (vedi Blowin' My Stack), mentre rispetto a 15/16 anni fa ora ci sono sonorità anni Ottanta che affiorano qua e la a diversificare un po i brani, come gli effettini all'inizio di Autopilot o di Outta Here.



martedì 8 febbraio 2011

The Cure: Boys Don't Cry



Be positive.,,

giovedì 3 febbraio 2011

All The People!

Il chitarrista dei Blur Graham Coxon ha fatto sapere di essere pronto, assieme a Damon Albarn, Alex James e Dave Rowntree, a fissare su nastro del nuovo materiale in vista di una futura pubblicazione del gruppo: l'annuncio, seppur non così esplicito, è avvenuto qualche ora fa per mezzo dell'account di Twitter dell'artista. "Sono fuori a vedere i ragazzi per un caffé, e forse per tornare a schiacciare il tasto 'record' del registratore", ha scritto Coxon. Alla richiesta di maggiori informazioni da parte dei suoi "followers", il musicista - nato a Rinteln, in Germania, nel marzo del '69, ha risposto: "E' solo una riunione, meglio che non mi porti dietro la chitarra". Lo scorso novembre Damon Albarn - che aveva precedentemente annunciato di sospendere a tempo indeterminato le attività coi Gorillaz per almeno tutto il 2011 - aveva fatto intendere di voler riattivare i Blur, benché, allora, non ci fosse alcun piano né per la registrazione di materiale inedito né per un eventuale tour. Il gruppo, che con gli Oasis segnò il periodo d'oro del brit-pop negli anni Novanta, è discograficamente fermo dal 2010, quando pubblicò il singolo Fool's day per il Record Store Day, mentre l'ultima attività dal vivo venne registrata l'anno precedente, quando si esibì al festival T in the Park, in Scozia.

Source: www.rockol.it

martedì 1 febbraio 2011

Skunk Anansie: Wonderlustre

Si scrive Wonderlustre ma si legge compromesso: l'ultima prova in studio degli Skunk Anansie “ di e con" (ma soprattutto di) Skin è frutto di un difficile equilibrio tra il rock robusto degli esordi (piuttosto sacrificato) e la vena melodica dei pezzi più soft licenziati dalla cantante durante la sua parentesi solista. L'idea del compromesso si rafforza ulteriormente facendo una (maligna) analisi prettamente commerciale: nonostante il ritorno ad un rock più incisivo maturato nella seconda fase della sua corsa in solitaria, i risultati non sono stati minimamente paragonabili a quelli conseguiti con Ace e i vecchi compagni d'avventura. Rimettersi assieme quindi avrebbe fatto bene un po a tutti e c.v.d. le ruggini vengono lasciate da parte. Fortunatamente questa lettura è vera solo in parte poiché a confutarla ci sono canzoni vere, e un'alchimia che nonostante qualche “aiuto esterno” non sembra per nulla forzata. Wonderlustre accorda ed integra al suo interno You Saved Me e il contagiosissimo rock di My Ugly Boy, saccheggiato dalle radio di mezza Europa, alla pari di Over The Love. Ma per la maggiore la bussola è orientata a seguire la strada maestra delle ballate (il disco ne offre parecchie) anche perché senza esseri ipocriti ricreare in laboratorio la rabbia degli esordi sarebbe esercizio di stile, necessità di marketing e non artistica. Intendiamoci, sono tutti episodi apprezzabili e immediatamente riconoscibili, ma l'unico difetto di Wonderlustre è la ricerca spasmodica di una nuova Hedonism o di un'altra Secretly: con buona pace di chi scrive quei tempi (e quella ispirazione) sono andati e non torneranno più, oggi i “lenti” sono meno d'impatto ma costruiti attorno alla voce e all'interpretazione di Skin, come nel caso di I Will Stay But You Should. Ben venga It Doesn't Matter a ricordarci cosa sono in grado di fare gli Skunk più in palla. E poi Selling Jesus o Charlie Big Potato si possono sempre ascoltare dal vivo o sui vecchi cd.



Quanti ricordi con questa...

martedì 25 gennaio 2011

The Black Crowes: Croweology

Croweology, doppio cd dei Black Crowes è tante cose tutte assieme: innanzitutto un grandissmo live album testimonianza di una band ancora una volta in stato di grazia, poi è il riassunto della carriera del gruppo, erede della migliore tradizione rock a stelle e strisce (secondo il magazine Melody Maker "The most rock'n roll band of rock'n roll"). Purtroppo questo disco ne è anche il commiato: i fratelli Rich e Chris Robinson hanno deciso di smettere di volare per qualche tempo, con buona pace dei milioni di fan sparsi un po ovunque (hanno venduto oltre 20 milioni di dischi), soprattutto in America. Croweology è quindi un bilancio, la quadratura di un cerchio, un addio (speriamo arrivederci) in musica lungo un pugno di canzoni, 20, esattamente come gli anni di carriera per questi ragazzacci di Atlanta, che dall'esordio del 1990 fino al 1994/96 si storidirono più e più volte tra droghe, alcool donne, risse e litigi, insomma delle teste calde. Ma la musica... chapeau! La triade iniziale _completata da The Southern Harmony e da Amorica del 1994_ ha regalato momenti altissimi, in bilico tra Stones, Faces, Santana e The Band. Ed è bello ascoltare Croweology proprio per il piacere di sorprendersi con nuovi arrangiamenti, nuovi strumenti, una nuova veste per classici impressi da anni nel cuore di chi ha scritto queste righe. L'esordio, oggi come nell'album di debutto di 20 anni fa è affidato a Jealous Again: Stones al quadrato. Remedy in questa versione dilatata e distesa si lascia apprezzare come sempre. Non-Fiction è bella come in Amorica, esattamente come l'uno due di Ballad in Urgency-Wiser Time, probabilmente uno dei momenti più alti di sempre del rock americano. Sentire la voce di Chris cambiata si ma ancora graffiante è un'emozione, anche quando diventa difficile raggiungere certe note così alte. Il secondo dischetto si apre con la toccante She Talks To Angels e termina con il blues di Bad Luck Blue Eyes Good Bye, la loro Since I've Been Loving You ( storico pezzo dei Led Zeppelin). In mezzo il groove di Downtown Money Waster, il rock acustico di Morning Song e un'altra manciata di canzoni indimenticabili. Let's say Goodnight To The Bad Guys!


lunedì 24 gennaio 2011

Cold War Kids: Mine Is Yours

Se ci fermassimo e la smettessimo di correre almeno per un secondo non potremmo non accorgerci della bravura dei Cold War Kids. Basterebbe avere un attimo di pazienza e fidarsi (un po alla cieca me ne rendo conto) di chi sta scrivendo questa recensione per passare un'oretta scarsa in compagnia di ottima musica. Il paradosso è che nell'era di I-Tunes e del web 2.0, afflitti da manie di onnipotenza e ingordigia musicale finiamo per scaricare il maggior numero possibile di mp3, ma anche per dimenticarci di molte cose. Troppa carne al fuoco e il risultato è che si trascurano cavalli di razza. Loro, i Cold War Kids capitanati dal cantante e pianista Nathalin Willet rientrano in questa categoria per svariati motivi. Loro sono una spanna sopra gli altri e sempre loro sono puntualmente dimenticati dai più. Certo la musica proposta non è facilmente accessibile: nonostante siano Californiani (e quindi contravvenendo al più classico dei luoghi comuni che vorrebbe solo gruppi spensierati in quel pezzetto d'America) il loro è un sound cupo, molto brit e impregnato dall'attitudine dark di certa new wave anni '80. Rispetto all'illustre concorrenza che si rifà a Cure, Joy Division e soci però quelle atmosfere sono sporcate con sonorità americane che affiorano di tanto in tanto. L'ingrediente segreto. Fossero usciti 20/25 anni fa forse avrebbero fatto il botto, oggi incomprensibilmente, si devono accontentare del ruolo di cult band. Billy Corgan degli Smashing Pumpkins già ai tempi del sorprendente Robbers & Cowards ne parlava in toni entusiastici. Ci fosse una giustizia divina nel mondo della musica questo terzo disco, sicuramente meno ostico del precedente, dovrebbe ottenere migliori fortune. Royal Blue si apre al pop con una melodia piacevolissima, nella quale i singoli arrangiamenti all'apparenza discordanti finiscono per incastrarsi alla perfezione. Louder Than Ever è li e chiede solo di essere “postata” e codnvisa su qualche social network. D'altronde lo hanno detto anche loro intitolando il loro terzo album Mine is Yours: quel che è mio è tuo.

martedì 18 gennaio 2011

Soundgarden: Telephantasm

Questo disco, passato inosservato nonostante la certificazione doc, ovvero il marchio di fabbrica della band che lo ha realizzato, merita una seconda chance: stiamo parlando dei Soundgarden, rientrati in corsa dopo lo scioglimento di fine anni 90'. Stiamo parlando di un gruppo che per qualità, anche nei suoi periodi più bui, è stato abbondantemente sopra la media. Una decisione dolorosa la separazione, che sancì la fine simbolica di parte della scena di Seattle e dintorni. Infatti, la chiusura di quel capitolo _iniziato all'alba degli anni Ottanta_ diede il colpo del definitivo ko (dopo la morte di Kurt Kobain) ad un movimento su cui lentamente si spensero i riflettori. Il discorso è stato riportato in auge nell'ultimo biennio, quando oltre ai soliti grandi nomi che non hanno mai mollato (Pearl Jam, Mark Lanegan, Mudhoney, Melvins, Dave Grohl etc.) e ai second comer (Stone Temple Pilots su tutti) sono tornati i redivivi Alice in Chains ed ora i Soundgarden: nomi grossi. E Telephantasm è il loro biglietto da visita, la testimonianza di una delle band più straordinarie degli ultimi vent'anni. Nonostante la musica sia una scienza inesatta qui siamo di fronte ad algoritmi quasi matematici: una sezione ritmica granitica, un wall of sound incredibile che dipinge scenari apocalittici (come quelli della cover dell'album) dai quali è visibile nitidamente il profilo di Cornell: shouter della migliore tradizione dell'hard rock, tanto per capirci un Robert Plant anni '90 che si avventura con caparbietà spingendo al limite delle proprie possibilità una voce unica. Black Rain, outtake riaggiornata proveniente dalle sessions di un disco del 1992 intitolato Badmotorfinger, ricorda al mondo la forza deflagrante che sprigionava il quartetto on stage, qualcosa fatta lustri prima solo dai Led Zeppelin. Ovviamente è consigliata la versione deluxe, ricca di demo, outtake, live version che si accompagnano al cd vero e proprio, una sorta di greatest hits che ripercorre tutta la carriera della formazione, dagli esordi più hard rock alle contaminazioni che fecero la fortuna di Superunknown passando per l'epicità essenziale di Down on The Upside, ricco di gemme come Blow The Upside World e Pretty Noose. Da (ri)scoprire.

giovedì 13 gennaio 2011

Beady Eye: The Roller

-This tune just gets better & better-

mercoledì 12 gennaio 2011

Tron Legacy: O.S.T.

Dopo aver visto al cinema Tron Legacy, sequel del primo capitolo fantascientifico del 1982 (intitolato Tron) con Jeff Bridges ho deciso di "approfondire" il discorso ascoltando la colonna sonora del lungometraggio composta ad hoc dai Daft Punk, vero e proprio valore aggiunto dell'intero progetto targato Disney. Dato che l'ultimo vero lavoro del gruppo elettronico risale a 5 anni fa (il sorprendente Human After All) molti fan attendevano con ansia qualcosa firmato dal duo francese e vista la penuria di produzioni griffate dai nostri anche una soundtrack è utile per ingannare l'attesa. I Daft Punk sono stati maestri ancora una volta: abili a calarsi appieno nel mood "revivalista" del film, hanno pianificato un accompagnamento che unisce e rielabora frammenti di suoni vecchi di vent'anni come l'incipit di Rinzler (le prime colonne sonore del genere) abbinandoli ad inserti più "classici" e ariosi con ampie sezioni di archi. Classica ed elettronica raramente si sono sposate così bene e il merito è tutto di questi alchimisti sonici. Il pezzo intitolato The Game Has Changed (volutamente abbozzato) è eloquente un questo senso. Adagio for Tron, e Nocturne _potrebbero tranquillamente essere state composte da Morricone o Williams_ spostano decisamente l'orizzonte verso la musica classica. Poi quando l'ascolto sembra indirizzato su certi binari ci pensa End of Line (i Daft punk la suonano in un cameo del film dove giocoforza sono dee jays in un locale virtuale ) a ridiscutere il tutto. Se Fall accompagna le scene più ricche di pathos di questo cult riaggiornato, il Jolly è l'energica Derezzed, inconfondibile dimostrazione di tecnica e stile.

martedì 11 gennaio 2011

11/01/'11

ANNA AMA OTTO

domenica 9 gennaio 2011

Best of 2010

Rieccomi dopo qualche giorno di latitanza dal blog... per l'occasione ho deciso di postare la mia personale classifica (uscita anche sull'inserto Alta Fedeltà) con il meglio del 2010, artisti, album e canzoni (con link annessi), esattamente come ho fatto l'anno scorso. Keep on rockin' in a free world.
1) Manic Street Preachers
Postcards from a young man
The Descent http://www.youtube.com/watch?v=h3rMCgGhrME
2) Stone Temple Pilots
S/t
Take a Load Off http://www.youtube.com/watch?v=L69lQB8zBJw
3) The Black Crowes
Croweology
Thorn in My Pride http://www.youtube.com/watch?v=03DdRyLEYWc&feature=related
4) The Charlatans
Who We Touch
Love Is Ending http://www.youtube.com/watch?v=WwO6H9rTfMg
5) Isobel Campbell & Mark Lanegan
Hawk
You Won't Let Me Down Again http://www.youtube.com/watch?v=8TQJAb3W838
6) Black Rebel Motorcycle Club
Beat The Devil's Tattoo
Bad Blood http://www.youtube.com/watch?v=pc3MDCYtK8w
7) Slash
S/t
Promise
http://www.youtube.com/watch?v=gkrKN5fn4P4&feature=related
8) Mike Patton
Mondo Cane
Deep Down http://www.youtube.com/watch?v=zaUrzMeS4xg
9) Jamiroquai
Rock Dust Light Star
Blue Skies http://www.youtube.com/watch?v=Dg7E9wEQVOA
10) Kula Shaker
Pilgrim's Progress
Peter Pan R.I.P.
http://www.youtube.com/watch?v=h47fHpIL-MY

giovedì 6 gennaio 2011

Gorillaz: The Fall

Speak It!, SoundyThingie, Mugician, Solo Synth, Cleartune, StudioMiniXI, BassLine, Harmonizer: sono alcune delle applicazioni per I-Pad con le quali i Gorillaz hanno registrato The Fall, regalo natalizio per i loro fan. Attenzione: non è del seguito dell'ottimo Plastic Beach che stiamo parlando, ma di un divertissement senza troppe velleità, e purtroppo (va detto) senza molti guizzi. Stavolta non c'è nessuna potenziale hit, nessuna Clint Eastwood all'orizzonte. Ovvio, sarebbe impossibile biasimare Damon Albarn & Co. per aver tenuto in serbo i colpi migliori in vista del prossimo Lp, e altrettanto logico invece apprezzare lo sforzo, sulla via di uno sperimentalismo tout court, che mette al centro, non le idee ma i mezzi, gli strumenti più dei musicisti, la forma e non la sostanza. In una parola sola la tecnologia. Probabilmente l'ex singer dei Blur rientra nella schiera di chi individua nei supporti digitali e hi-tech la vera rivoluzione (forse l'ultima?) per il futuro della musica. In molte interviste Albarn si è detto entusiasta della tablet oggetto "cult" del 2010, e con altrettanta fierezza ha presentato al mondo questo suo nuovo lavoro che per importanza prettamente musicale potremmo accostare ad un disco di outtake, remix e lati b, (lui lo chiamo D Sides) ma nell'insieme stiamo parlando di una rivoluzione copernicana: i Gorillaz hanno aperto un varco, individuando nella marea di app utilizzate il corrispettivo dello scratch anni '80. Alcune soluzioni sono al limite del kitch _l'intro di Phoner to Arizona_ altre sono proprio trovate da guascone, come l'assurdo Seattle Yodel pochi secondi di delirio per quello che è un piccolo ossimoro musicale lungo 39 secondi. Poi c'è Revolving Doors, tra i pezzi suonati di The Fall e in Hillibilly Man spunta anche la chitarra dell'ex Clash Mick Jones. L'urlo à la Prodigy di Detroit (il bluff durerà pochi secondi) apre a un sound da happy hour, in mezzo ci sono anche basi da mc e atmosfere vicine alle vibrazioni provenienti da Bristol.

domenica 26 dicembre 2010

Beady Eye: Four Letter Word

-La nuova di Liam & soci spacca-


Sleepwalk away the life
If that turns you on
It’s only a moment
Walk away and it’s gone


It’s about time
That your mind took a holiday
You’re all grown up
Don’t you ever wanna play?

You’ve had enough
Staring out of those dead end eyes
It’s gonna be tough
The battle’s on and there’s always a prize

I don’t know what it is I’m feeling
A four letter word really get’s my meaning
Nothing ever lasts forever...

sabato 25 dicembre 2010

Bad Santa: il vero film di Natale



mercoledì 22 dicembre 2010

Kid Rock: Born Free

La metamorfosi è compiuta: Kid Rock, quello caciarone in canottiera bianca e catenoni, quello del new metal non c'è più. Arrivato a 40 anni ha smesso di essere la caricatura di se stesso preferendo smarcarsi da un genere che gli ha dato si notorietà ma che non sentiva più suo per ovvi motivi anagrafici e soprattutto artistici. Ci aveva provato un paio di anni fa _con buoni risultati_ in Rock 'n roll Jesus, l'album di Hold On e della hit estiva All Summer Long (la rivisitazione di Sweet Home Alabama dei Lynyrd Skynyrd) ora lo ribadisce da subito, quasi a voler mettere le mani avanti, con il titolo della sua ultima fatica in studio: Born Free. Dietro al mixer il producer Rick Rubin, mago nel rivitalizzare carriere in declino o perlomeno in stasi creativa. Ancora una volta centra l'obiettivo cucendo su misura un abito da country rocker al suo assistito. Si, non ci sono scratch, ne chitarre distorte ma canzoni dall'appeal radiofonico. Southern rock, quello dei Lynyrd di cui sopra ma anche di mostri sacri del calibro di Allman Brothers o degli ultimi Black Crowes. Date le coordinate di riferimento è quasi scontato dire che il confronto artistico non sussiste tra i padrini di un genere e chi vivacchia, seppur bene, di rendita come Mr. Rock. Un nuovo duetto con Sheryl Crow (ma meno efficace del primo Picture di alcuni anni fa) cui ha partecipato Bob Seger al piano si unisce all'ospitata di Care (con Martina McBride e il rapper T.I). Se anche Rock Bottom Blues (con un solo che ammorbidisce lo stile di un certo Muddy Waters) e Rock On a dispetto del titolo indugiano in malinconiche atmosfere da looser allora è evidente che il nostro con questo lavoro intriso di acustiche stratificate ha intrapreso un cammino di non ritorno verso sonorità roots. In una frase estrapolata da uno dei brani di Born Free c'è l'essenza del personaggio che, c'è da scommetterci, non ha affatto l'intenzione di accontentare i vecchi fan delusi da questa svolta artistica "It feels good to me now, I hope it feels good to you": della serie "prendere o lasciare". D'altronde si sa... il lupo perde il pelo ma non in vizio. Second life.

martedì 21 dicembre 2010

Jamiroquai: Rock Dust Light Star

Alla fine gli ingredienti sono sempre quelli: acid jazz, disco anni '70, un pizzico di rock e tanto tanto funk. Impossibile sbagliare con Jay Kay e i suoi Jamiroquai. Certo, dopo avere ascoltato l' ultima fatica in studio (la settima a quasi vent'anni da un esordio che fece gridare al miracolo la critica di mezzo mondo) non possiamo parlare di capolavoro, ma più ragionevolmente ( e cosa non da poco) di un disco ben fatto e strutturato, parole difficilmente spendibili al giorno d'oggi considerando cosa offre il mercato discografico. Cinque anni dopo Dynamite i nostri tornano in sella e scaldano i motori: si parte bene con il rock della title track cui segue l'opener single White Knuckle Ride, una canzone geneticamente modificata per il dancefloor. Farà di meglio All Good in The Hood, quarto pezzo in scaletta, che si apre con un basso poderoso, debitore della geniale linea melodica di Another one Bite The Dust dei Queen. Però è quando si allontana dal filone funk che questo Lp regala i momenti migliori: Hurtin, ad esempio rimane impressa per il suo cantato sommesso al limite della svogliatezza del frontman e per una chitarra che si diverte a giocare con il wah wah ed altri effetti vintage. Poi c'è la suadente ballad Blue Skies con le sue atomsfere soul, probabilemte tra le migliori canzoni mai licenziate dalla formazione cui spetta il compito di inaugurare la sezione soul dell'album (pensata studiando a fondo la discografia della Motown) che prosegue con gli ottoni di Lifeline, e il gusto sixties di Two Completely Different Things.

sabato 18 dicembre 2010

Badly Drawn Boy: It's What I'm Thinking...

Nelle ultime prove si era un po perso questo “ragazzo disegnato male”, ora con questo It's what I'm thinking Pt.1-Photographing Snowflakes si deve registrare una parziale inversione di tendenza: seppur lontana dagli alti standard qualitativi raggiunti da The Hour of Biwilderbeast (il vero esordio uscito nel 2000) il nostro torna in carreggiata dopo la parentesi un po deludente (almeno dal punto di vista prettamente commerciale) su major. L'album inizia in sordina con il malinconico arpeggio di Safe Hands su cui si appoggia la voce effettata di Badly che poco dopo, si giocherà subito il jolly con il terzo pezzo in scaletta: Too Many Miracles, non a caso il primo singolo estratto, infarcita di rimandi al sound dell'ultimo Morrisey. Piano, archi e l'acustica del cantante costituiscono l'ossatura della successiva What tomorrow brings, piccolo gioiello folk/pop dal grande respiro armonico. La title track _piuttosto lunga_ apre un filotto di canzoni poco a fuoco e meno interessanti a livello compositivo, l'ipotesi che ci siano un paio di filler si trasformerà in certezza in A pure accident. Fortunatamente BDB si riprende e con un colpo di reni riesce a ritrovare in zona cesarini (This electric) lo smalto con cui ha aperto l'album. In definitiva abbiamo tra le mani un lavoro che può essere visto come la trasposizione su piccola scala della sua carriera che, partita con promettenti ep autoprodotti e arrivata presto a unanimi riscontri di critica stava rischiando di assomigliare troppo a quella di colleghi meno ispirati e dotati di questo artista. Ecco perché It's what... va accolto bene, perché è il ritorno a casa di un bravo songwriter, probabilmente non più ossessionato di bissare il successo ottenuto con i brani inseriti nella soundtrack di About a Boy film con Hugh Grant tratto dal meraviglioso romanzo di Nick Hornby.

martedì 14 dicembre 2010

A Milano la mostra su Mick Jagger: ci andrò

-Sino al 13 febbraio alla Fondazione Forma in Piazza Tito Lucrezio Caro 1-
A differenza di quello che credono in molti gli Stones in questo 2010 non sono stati con le mani in mano: certo, Jagger e soci non si sono imbarcati in nessun nuovo mastodontico tour planetario, ma hanno comunque concesso ai fans qualche “diversivo” per ingannare l'attesa prima del grande ritorno. Le recenti novità di cui sopra in casa Glimmer Twins sono molte, su tutte la ripubblicazione del capolavoro del 1972 Exile On Main Street. Il disco più americano del gruppo, un doppio Lp imbevuto di roots rock, southern e country, croce e delizia delle pietre rotolanti con Jagger da una parte a criticarne il missaggio (lo definì pessimo) e Richards dall'altra a difenderlo a spada tratta. Infatti era il disco più vicino all'indole del chitarrista, non solo perché registrato nella sua villa in Costa Azzurra (la band scappò dalla Gran Bretagna per sfuggire da un fisco predatore) ma perché Richards riuscì ad imprimergli qui come non mai la propria sensibilità artistica: un album suo, nel bene e nel male, registrato a singhiozzo tra le mille difficoltà legate all'abuso di droghe, disciplina in cui “Keef” eccelleva. Il dvd documentario Stones in Exile, uscito da poco, è li a ricordarci i momenti più alti della migliore rock band di sempre; poi ci sono le riflessioni di Mr.Richards nella sua autobiografia Life uscita le scorse settimane. Per par condicio anche i fan del cantante di Brown Sugar avranno di che gioire: il 2 dicembre apre alla fondazione Forma di Milano "Mick Jagger. The photobook", ovvero la retrospettiva dedicata al leader dei Rolling Stones. Sono 70 gli scatti che immortalano il frontman del gruppo nel corso della sua carriera, dagli esordi nella Swinging London ai fasti degli anni '70 (e quindi anche al tormentato periodo di Exile) passando attraverso il ritorno sulle scene verso la fine degli anni '80 delle Pietre Rotolanti dopo 4 anni di pausa (che ai tempi sembravano definitivi). Le foto raccolte nella rassegna scavano tra le rughe del suo volto profonde come canyon per capire l'artista e prima ancora l'uomo. Così François Hébel, direttore del festival Rencontres d’Arles _dove ha esordito la mostra_ ne spiega l'essenza. “La raccolta di queste immagini è prima di tutto un progetto fotografico. Non è solo la carriera di Mick Jagger ad essere raccontata ma la storia di 50 anni di ritratto, dove la fisicità e la notorietà di un volto sono una sfida che spinge gli autori a rappresentarlo andando oltre la semplice documentazione. Attraverso gli scatti dei più importanti fotografi (Goodwin, Mankowitz, Périer, Cecil Beaton, Annie Leibovitz, Karl Lagerfeld, Anton Corbijn, Mark Seliger e Bryan Adams) si può assistere alla nascita di quel legame, ormai indissolubile, che unisce personaggio e immagine”. La mostra (chiusa al lunedì) sarà aperta al pubblico tutti i giorni dalle 10 alle 20 e al giovedì e venerdì dalle 10 alle 22. Il biglietto intero costa 7.5 euro e 6 in riduzione. Per info 02.5811.8067.

giovedì 9 dicembre 2010

Bad Religion: The Dissent of Man

Prendete un pezzo qualsiasi estrapolato da The Dissent of Man, per esempio The Devil in Stitches per capire che aria tira in casa Bad Religion oggi: la band è in forma, felice per i tanti successi maturati in 30 anni di carriera e più matura e consapevole anche grazie a sporadiche battute a vuoto (il riferimento è allo scialbo disco del 200 licenziato da Sony e intitolato The New America) che in prospettiva hanno fatto solo bene. Esattamente come l'approdo nella scuderia della Epitaph, label che ha fatto grande il punk rock negli anni '90. E qui i meriti "del ritorno a casa nella dimensione più congeniale per questa band californiana sono tutti per Brett Gurewitz compositore della band, chitarrista e apprezzato produttore discografico che in passato ha collaborato con Nofx, Millencolin e Rancid, nomi grossi. A voler fare le punte agli spilli dopo l'ascolto dell'ennesima fatica della formazione americana si potrebbe dire che rispetto all'immediato passato di New Maps of Hell forse si è perso un pizzico di mordente, sacrificato in nome di una varietà più marcata. Per carità, il ritmo è sempre protagonista in ogni passaggio del disco e non si può certo parlare di appannamento, visto che a momenti più "leggeri" si alternano le consuete bordate (The Resist Stance) cui questi padrini dell'hardcore melodico ci hanno abituato da lustri ormai. Nonostante l'abuso che il punk ha fatto del concetto di rivolta e ribellione i Bad Religion riescono a instillare il concetto negli ascoltatori in maniera sincera, dimostrando come il loro non sia mestiere ma una passione autentica al 100%, vedi Someone to Believe. Niente di nuovo sotto il sole della California: solo la certezza, confermata dall'ascolto di questo disco, di avere tra le mani un prodotto sincero, immediato e assolutamente vero, che non fa mistero dei suoi difetti ma piuttosto li tramuta in punti di forza.

mercoledì 8 dicembre 2010

Beady Eye: Different Gear, Still Speeding

L'album di debutto dei Beady Eye arriverà nei negozi di dischi il 28 febbraio 2011e si intitolerà Different Gear, Still Speeding. La band è formata da Liam Gallagher, Gem Archer, Andy Bell e Chris Sharrock; durante il tour sarà supportata alle tastiere da Matt Jones e al basso da Jeff Woottoon. Tra i titoli delle canzoni inserite nella tracklist promettono bene Beatles and the Stones e Standing on the Edge of the Noise. Ecco gli altri pezzi: Four Letter Word, Millionaire, The Roller, Wind Up Dream, Bring The Light, For Anyone, Kill For A Dream, Wigwam, Three Ring Circus, The Beat Goes On e The Morning Son.

venerdì 3 dicembre 2010

A Perfect Circle: Mer De Noms

Da quando sono usciti con il primo album non si contano i tentativi di imitazione per gli A Perfect Circle cult band capitanata da James Maynard Keenan (già voce nei Tool) e dal chitarrista Billy Howerdel, unici punti fissi del progetto. Sono bastati due dischi di pezzi propri, seguiti da eMOTIVE _cover album del 2004_ per conferire al gruppo un'immagine quasi salvifica nel panorama di certo alternative rock. Mer De Noms è stato il biglietto da visita di una band amatissima, il cui ritorno dal vivo con il comeback tour di questi mesi è li a dimostrarlo, con molte date sold out da un pezzo. In ogni città gli A Perfect Circle suoneranno interamente i loro tre album pubblicati, uno a sera. D'altronde, si sa... J.M.Keenan è un perfezionista che vuole , accontentare un po tutti, in primis se stesso, ecco perché ha scelto ambienti di piccole e medie dimensioni per tornare on stage: “le locations di questi show _ha detto il cantante alla vigilia del rientro in una intervista a Rolling Stone America_ saranno piuttosto intime e raccolte, solo noi sul palco per ritrovare la vecchia alchimia.” Un feeling nato dall'ottimo Mer de Noms, disco che vede subentrare un finale più rilassato e rarefatto a una parte iniziale più decisa e altrettanto complessa. Infatti sono tante le stratificazioni sonore dell'album, che cresce con gli ascolti e capace ogni volta di offrire particolari nuovi e inediti, sottigliezze che riflettono un grande sforzo non solo a livello compositivo ma anche in fase di registrazione. Brena ne è l'esempio più lampante: apparentemente semplice rivela un lavoro di sintesi e sottrazione notevole, specialmente nelle parti di batteria, vivaci e mai banali che costituiscono l'asse portante dietro cui si sviluppano le intricate trame chitarristiche del pezzo. Thomas si avvicina al grunge, riveduto e corretto con piccole contaminazioni elettroniche. Il punto più alto dell'album, più che il singolo Judith, brano robusto dove questo all star team (completo dalla bassista ex Zwan Paz Lenchantin, da Troy Van Leeuwen chitarrista dei Queens of The Stone Age e dal drummer dei Vandals Josh Freese) mostra i muscoli, lo regala la hit 3 Libras.