



Colpaccio insperato: vinili di Pink Floyd, Lou Reed, Springsteen e Police.
Questa è la mia personale camera di depressurizzazione, qui si parla di rocckerroll e derivati, ma anche di quello che si dice in giro...stay tuned!!!
Questo disco sta a Tom Petty come The Rising a Bruce Springsteen: il comeback dopo tanti anni con la sua combriccola, quegli Heartbreakers che come gruppo di classic rock a supporto di un solista sono stati secondi solo al Boss e alla sua E Street Band in stato di grazia, come documenta il sontuoso live album uscito a inizio 2010. Ora, date le coordinate "emotive" è giusto soffermarsi su quelle prettamente musicali: bandita la pulizia sonora di certi studio Lp (stiamo parlando di un disco registrato in presa diretta e non stravolto da sovraincisioni) Petty naviga con convinzione e profiquamente sulle torbide e paludose acque del Missisipi. E va detto, il blues che c'è in Mojo è tanto e di ottima fattura. Come la sua visione di rock: inequivocabilmente d'altri tempi. I 4 minuti scarsi di I should have known it sono debitori esclusivamente ai riff magici e immortali di un certo Jimmi Page, ottima soluzione su cui si poggia tutta la struttura di un brano che accellerando nella parte finale si candida ad essere una presenza fissa nelle scalette dei concerti futuri. I meriti sono del sottovalutato Mike Campbell guitar hero del combo. Jefferson Jerico Blues invece aggiunge alla ricetta sentori di boogie woogie. Lover's touch rallenta un pò, senza brillare troppo per originalità. Piacevole e nulla più don't pull me over, in cui Petty gioca a suo modo con il reggae. Mojo si risolleva senza problemi dai due (parziali) tiri a vuoto con Something good coming con il suo messaggio ingenuo di speranza e rivincita e la dolce No reason to cry. Dylan ha bussato alla porta di Petty anche per U.S. 41 (più lenta rispetto a Subterrean homesick blues) che partendo chitarra e voce si arrichisce di armonica, riff slide e del contributo di ognuno degli Heartbreakers. Insomma uno dei migliori dischi del panorama classic rock dell'ultimo periodo.
Sono “mediorientali” i Kula Shaker del 2010, l'aggettivo non si riferisce a una collocazione geografica, sia chiaro, ma all'affievolirsi della febbre per l'india di Crispian Mills, uno dei pochi e sicuramente più autorevoli interpreti della materia applicata al rock d'albione, secondo forse solo a George Harrison. Il misticismo, come detto è in minore nelle traccie di Pilgrim's Progress. Il gruppo con il seguito di Strangefolk ha lavorato di sottrazione: meno oriente (Figure it out), meno raga indiani, meno droghe di un tempo forse, meno divagazioni sonore. Un lavoro di equilibrio, dove il rock non è sbarazzino come ai bei tempi_quelli fumosi e alterati dall'oppio immaginando tramonti sul Gange_ ma è più maturo, riflessivo se vogliamo. Gli anni '60, rimangono in pole, così come la cultura beat che si lega ad intuizioni più consapevoli, forse di maniera e meno “sguaiate”. Per rivivere quella magia selvaggia alla Hey Dude per intenderci c'è sempre il meraviglioso debutto di K, come allo stesso modo per ubriacarsi di India, rock, pop e psichedelia esiste il consigliatissimo seguito di Peasant Pigs & Astronaut. Questa nuova terra è meno impervia che in passato dunque. Ci sono novità interessanti come Peter Pan Rip, che si regge su un delizioso gioco di archi, un balletto che rimanda agli esperimenti del polistrumentista Brian Jones_ il primo stone_ ci sono carezze pop che meriterebbero (purtroppo so che andrà a finire così) ben altra gloria. C'è Morricone che affiora prepotentemente in When a Brave Needs a Maid o in Calvary, dall'andamento dinoccolato. L'anima però rimane sempre quella di un tempo ad esempio guardate sul loro myspace: nessuna band inglese ha in programma date a Kuala Lumpur o a Jakarta. Mills lascia, ancora una volta gente ben più fresca a mordere la polvere, prendendosi gioco del tempo che se ne va ( il suo viso è identico a quello di 10/15 anni fa), delle mode del momento. Ma questo l'ha sempre fatto, solo che ora è meno incazzato e più consapevole.
"What's so bad about the Black Crowes?" Con questo titolo l'edizione americana di Rolling Stone presentava al mondo il fenomeno dei Corvi di Atlanta. Si, fenomeno: l'appellativo non è affatto esagerato alla luce dell'esplosiva miscela di rock'n roll, blues e soul che ha accompagnato un esordio cristallino. Il periodo psichedelico della band era ancora lontano e nemmeno abbozzato nel 1990, al tempo di questo debut album ricco di hit: a partire dalla cover di Hard to Handle di Otis Redding al rock sbarazzino di Thik 'n thin. Anche gli altri singoli non scherzano: la stonesiana Jealous again, oppure Twice as hard, esempi perfetti del miglior rock americano. Ai tempi i "fratelli coltelli" Robinson non erano ancora ai ferri corti e nonostante una tensione che, di album in album sarebbe aumentata a dismisura fino al punto di rottura nel 2000, erano capaci di incastonare gemme acustiche come la dolce She talks to angels tra le pieghe di brani vivaci e grintosi. Se col tempo i Black Crowes si sono lasciati suggestionare prima dagli Zeppelin e più recentemente dai Lynyrd Skynyrd all'inizio di carriera i nostri guardavano agli Stones: Chris Robinson, cantante smilzo fece riviere il personaggio ideato da Jagger anni prima, con la differenza di una voce roca e soul molto simile a quella di Rod Stewart dei Faces. Shake Your money maker è a conti fatti la rivincita del rock old school, anni '70, sporcato dall'hammod e da riverberi di soul music, la tradizione "nera" che rivendica la propria essenza nonostante il mondo alternativo guardi altrove, magari al grunge. Senza ombra di dubbio uno dei migliori album degli anni '90, equamente bilanciato tra esuberanza (Struttin' blues) e momenti melancolici come quelli offerti da Sister Luck e soprattutto Seeing Things.
Antefatto (s)cortese: chi pensa si tratti di una marchetta e non di elogio strameritato, si legga Sorrisi e Ca...zoni o vada a quel paese; tra le due io farei la seconda.
Alzi la mano chi ci sperava ancora: a dieci anni da quel gioiellino di Shangri La gli Stone Temple Pilots si sono riformati, dando alle stampe un Lp che riprende un discorso interrotto troppo frettolosamente dopo una carriera che avrebbe meritato _almeno in Europa_ ben altre sorti. Proprio come questo gruppo, (ostaggio della vita sregolata del proprio frontman), criticato sempre e comunque, anche per peccati veniali. Diciamolo chiaramente, il persistere nell'accostare Weiland e soci al grunge è sempre stata una forzatura, specie a partire dal terzo album intitolato Tiny Music, infarcito di soluzioni e aperture melodiche godibilissime che fanno capolino anche in queste nuove tracce. Dare if you Dare ne è l'esempio più lampante assieme alla solare ed estemporanea Cinnamon. Fortunatamente c'è altro: questo album è il punto di congiunzione tra l'auto citazionismo più leggero del combo americano (Maver, con un quid beatlesiano) e l'omaggio ad un sound sporco e ruvido, più vicino al rock di scuola Aerosmith (Take a load off) che non allo spleen degli anni d'oro di Seattle. "Quel che resta del grunge" è sintetizzato dai nostri in Hazy Daze o in Between the lines. Huckleberry Crumble è un grande pezzo di puro hard rock sporcato da un wah wah d'altri tempi. Insomma, i redivivi Stone Temple Pilots rivoluzionari non lo sono mai stati, tantomeno qui. Tuttavia nonostante la lunga pausa, l'alchimia tra i fratelli De Leo funziona ancora a meraviglia, regalando ai fans quello che di fatto è un perfetto compromesso, la testimonianza in differita di un lavoro che regge il confronto con album di oltre 10 anni fa senza risultare artefatto. Energia e positività: è la celebrazione di una rinascita, che riprende anche le intuizioni dell'ultimo Weiland solista _come nella discreta First kiss on Mars, influenzata dallo stile di Bowie_ abbinandole ad excursus insoliti tra cui Samba Nova.
Fanno gli Stadi i Muse, ormai anche da noi. E il sold out è arrivato con parecchie settimane di anticipo rispetto all'8 giugno data dell'unica tappa del tour di The Resistance. Un live sontuoso a detta di tutti i presenti, corroborato dall'esibizioni degli opener: nell'ordine Calibro 35 _con il loro funk poliziesco anni '70_ i penosi, irritanti ed anacronistici Friendly Fires e infine i Kasabian, che forti di un set secco e senza cali di tono, hanno riscaldato il pubblico con hit come Underdog, Shoot The Runner, Club Foot, Fire e Fast Fuse. Se c'è giustizia a questo mondo anche loro faranno San Siro da headliner un giorno. Con il classico quarto d'ora accademico ecco salire sul palco i Muse di Matt Bellamy. Due ore di live aperte da Uprising, seguita a ruota dalla convincente Supermassive Black Hole, singolo di quel Black Holes and Revelations che ha fatto capolino nel concerto anche con l'ottima Starlight e Knights of Cydonia. Rien à dir sull'energia sprigionata da questo power trio: New Born e Plug in Baby parlano da sole. Le obiezioni stanno a zero anche sull'allestimento scenico. Non sarà sontuoso come il palco del 360° degli U2, ma comunque è di tutto rispetto, una costruzione futuristica sulla quale sono proiettate immagini del gruppo inframezzate dalle sequenze più disparate, fash da immaginari regimi Orwelliani e altro ancora. Da una pedana al centro del palco i nostri (mutuando il trucchetto dagli Stones) si sono alzati, reggiungendo il centro del prato di San Siro. Stupire prima di tutto dunque, come per Exogenesis Pt.1 in cui è comparsa addirittura una "navicella spaziale". La sorpresa vera però è stata la cover di Back in Black con Nic Chester (cantante dei Jet) che ha incendiato non solo la sua gola ma tutto San Siro.