La metamorfosi è compiuta: Kid Rock, quello caciarone in canottiera bianca e catenoni, quello del new metal non c'è più. Arrivato a 40 anni ha smesso di essere la caricatura di se stesso preferendo smarcarsi da un genere che gli ha dato si notorietà ma che non sentiva più suo per ovvi motivi anagrafici e soprattutto artistici. Ci aveva provato un paio di anni fa _con buoni risultati_ in Rock 'n roll Jesus, l'album di Hold On e della hit estiva All Summer Long (la rivisitazione di Sweet Home Alabama dei Lynyrd Skynyrd) ora lo ribadisce da subito, quasi a voler mettere le mani avanti, con il titolo della sua ultima fatica in studio: Born Free. Dietro al mixer il producer Rick Rubin, mago nel rivitalizzare carriere in declino o perlomeno in stasi creativa. Ancora una volta centra l'obiettivo cucendo su misura un abito da country rocker al suo assistito. Si, non ci sono scratch, ne chitarre distorte ma canzoni dall'appeal radiofonico. Southern rock, quello dei Lynyrd di cui sopra ma anche di mostri sacri del calibro di Allman Brothers o degli ultimi Black Crowes. Date le coordinate di riferimento è quasi scontato dire che il confronto artistico non sussiste tra i padrini di un genere e chi vivacchia, seppur bene, di rendita come Mr. Rock. Un nuovo duetto con Sheryl Crow (ma meno efficace del primo Picture di alcuni anni fa) cui ha partecipato Bob Seger al piano si unisce all'ospitata di Care (con Martina McBride e il rapper T.I). Se anche Rock Bottom Blues (con un solo che ammorbidisce lo stile di un certo Muddy Waters) e Rock On a dispetto del titolo indugiano in malinconiche atmosfere da looser allora è evidente che il nostro con questo lavoro intriso di acustiche stratificate ha intrapreso un cammino di non ritorno verso sonorità roots. In una frase estrapolata da uno dei brani di Born Free c'è l'essenza del personaggio che, c'è da scommetterci, non ha affatto l'intenzione di accontentare i vecchi fan delusi da questa svolta artistica "It feels good to me now, I hope it feels good to you": della serie "prendere o lasciare". D'altronde si sa... il lupo perde il pelo ma non in vizio. Second life.
Alla fine gli ingredienti sono sempre quelli: acid jazz, disco anni '70, un pizzico di rock e tanto tanto funk. Impossibile sbagliare con Jay Kay e i suoi Jamiroquai. Certo, dopo avere ascoltato l' ultima fatica in studio (la settima a quasi vent'anni da un esordio che fece gridare al miracolo la critica di mezzo mondo) non possiamo parlare di capolavoro, ma più ragionevolmente ( e cosa non da poco) di un disco ben fatto e strutturato, parole difficilmente spendibili al giorno d'oggi considerando cosa offre il mercato discografico. Cinque anni dopo Dynamite i nostri tornano in sella e scaldano i motori: si parte bene con il rock della title track cui segue l'opener single WhiteKnuckle Ride, una canzone geneticamente modificata per il dancefloor. Farà di meglio All Good in The Hood, quarto pezzo in scaletta, che si apre con un basso poderoso, debitore della geniale linea melodica di Another one Bite The Dust dei Queen. Però è quando si allontana dal filone funk che questo Lp regala i momenti migliori: Hurtin, ad esempio rimane impressa per il suo cantato sommesso al limite della svogliatezza del frontman e per una chitarra che si diverte a giocare con il wah wah ed altri effetti vintage. Poi c'è la suadente ballad Blue Skies con le sue atomsfere soul, probabilemte tra le migliori canzoni mai licenziate dalla formazione cui spetta il compito di inaugurare la sezione soul dell'album (pensata studiando a fondo la discografia della Motown) che prosegue con gli ottoni di Lifeline, e il gusto sixties di Two Completely Different Things.
Nelle ultime prove si era un po perso questo “ragazzo disegnato male”, ora con questo It's what I'm thinking Pt.1-Photographing Snowflakes si deve registrare una parziale inversione di tendenza: seppur lontana dagli alti standard qualitativi raggiunti da The Hour of Biwilderbeast (il vero esordio uscito nel 2000) il nostro torna in carreggiata dopo la parentesi un po deludente (almeno dal punto di vista prettamente commerciale) su major. L'album inizia in sordina con il malinconico arpeggio di Safe Hands su cui si appoggia la voce effettata di Badly che poco dopo, si giocherà subito il jolly con il terzo pezzo in scaletta: Too Many Miracles, non a caso il primo singolo estratto, infarcita di rimandi al sound dell'ultimo Morrisey. Piano, archi e l'acustica del cantante costituiscono l'ossatura della successiva What tomorrow brings, piccolo gioiello folk/pop dal grande respiro armonico. La title track _piuttosto lunga_ apre un filotto di canzoni poco a fuoco e meno interessanti a livello compositivo, l'ipotesi che ci siano un paio di filler si trasformerà in certezza in A pure accident. Fortunatamente BDB si riprende e con un colpo di reni riesce a ritrovare in zona cesarini (This electric) lo smalto con cui ha aperto l'album. In definitiva abbiamo tra le mani un lavoro che può essere visto come la trasposizione su piccola scala della sua carriera che, partita con promettenti ep autoprodotti e arrivata presto a unanimi riscontri di critica stava rischiando di assomigliare troppo a quella di colleghi meno ispirati e dotati di questo artista. Ecco perché It's what... va accolto bene, perché è il ritorno a casa di un bravo songwriter, probabilmente non più ossessionato di bissare il successo ottenuto con i brani inseriti nella soundtrack di About a Boy film con Hugh Grant tratto dal meraviglioso romanzo di Nick Hornby.
-Sino al 13 febbraio alla Fondazione Forma in Piazza Tito Lucrezio Caro 1- A differenza di quello che credono in molti gli Stones in questo 2010 non sono stati con le mani in mano: certo, Jagger e soci non si sono imbarcati in nessun nuovo mastodontico tour planetario, ma hanno comunque concesso ai fans qualche “diversivo” per ingannare l'attesa prima del grande ritorno. Le recenti novità di cui sopra in casa Glimmer Twins sono molte, su tutte la ripubblicazione del capolavoro del 1972 Exile OnMainStreet. Il disco più americano del gruppo, un doppio Lp imbevuto di roots rock, southern e country, croce e delizia delle pietre rotolanti con Jagger da una parte a criticarne il missaggio (lo definì pessimo) e Richards dall'altra a difenderlo a spada tratta. Infatti era il disco più vicino all'indole del chitarrista, non solo perché registrato nella sua villa in Costa Azzurra (la band scappò dalla Gran Bretagna per sfuggire da un fisco predatore) ma perché Richards riuscì ad imprimergli qui come non mai la propria sensibilità artistica: un album suo, nel bene e nel male, registrato a singhiozzo tra le mille difficoltà legate all'abuso di droghe, disciplina in cui “Keef” eccelleva. Il dvd documentario Stones in Exile, uscito da poco, è li a ricordarci i momenti più alti della migliore rock band di sempre; poi ci sono le riflessioni di Mr.Richards nella sua autobiografia Life uscita le scorse settimane. Per par condicio anche i fan del cantante di Brown Sugar avranno di che gioire: il 2 dicembre apre alla fondazione Forma di Milano "Mick Jagger. The photobook", ovvero la retrospettiva dedicata al leader dei Rolling Stones. Sono 70 gli scatti che immortalano il frontman del gruppo nel corso della sua carriera, dagli esordi nella Swinging London ai fasti degli anni '70 (e quindi anche al tormentato periodo di Exile) passando attraverso il ritorno sulle scene verso la fine degli anni '80 delle Pietre Rotolanti dopo 4 anni di pausa (che ai tempi sembravano definitivi). Le foto raccolte nella rassegna scavano tra le rughe del suo volto profonde come canyon per capire l'artista e prima ancora l'uomo. Così François Hébel, direttore del festival Rencontres d’Arles _dove ha esordito la mostra_ ne spiega l'essenza. “La raccolta di queste immagini è prima di tutto un progetto fotografico. Non è solo la carriera di Mick Jagger ad essere raccontata ma la storia di 50 anni di ritratto, dove la fisicità e la notorietà di un volto sono una sfida che spinge gli autori a rappresentarlo andando oltre la semplice documentazione. Attraverso gli scatti dei più importanti fotografi (Goodwin, Mankowitz, Périer, Cecil Beaton, Annie Leibovitz, Karl Lagerfeld, Anton Corbijn, Mark Seliger e Bryan Adams) si può assistere alla nascita di quel legame, ormai indissolubile, che unisce personaggio e immagine”. La mostra (chiusa al lunedì) sarà aperta al pubblico tutti i giorni dalle 10 alle 20 e al giovedì e venerdì dalle 10 alle 22. Il biglietto intero costa 7.5 euro e 6 in riduzione. Per info 02.5811.8067.
Prendete un pezzo qualsiasi estrapolato da The Dissent of Man, per esempio The Devil in Stitches per capire che aria tira in casa Bad Religion oggi: la band è in forma, felice per i tanti successi maturati in 30 anni di carriera e più matura e consapevole anche grazie a sporadiche battute a vuoto (il riferimento è allo scialbo disco del 200 licenziato da Sony e intitolato The NewAmerica) che in prospettiva hanno fatto solo bene. Esattamente come l'approdo nella scuderia della Epitaph, label che ha fatto grande il punk rock negli anni '90. E qui i meriti "del ritorno a casa nella dimensione più congeniale per questa band californiana sono tutti per Brett Gurewitz compositore della band, chitarrista e apprezzato produttore discografico che in passato ha collaborato con Nofx, Millencolin e Rancid, nomi grossi. A voler fare le punte agli spilli dopo l'ascolto dell'ennesima fatica della formazione americana si potrebbe dire che rispetto all'immediato passato di New Maps of Hell forse si è perso un pizzico di mordente, sacrificato in nome di una varietà più marcata. Per carità, il ritmo è sempre protagonista in ogni passaggio del disco e non si può certo parlare di appannamento, visto che a momenti più "leggeri" si alternano le consuete bordate (The Resist Stance) cui questi padrini dell'hardcore melodico ci hanno abituato da lustri ormai. Nonostante l'abuso che il punk ha fatto del concetto di rivolta e ribellione i Bad Religion riescono a instillare il concetto negli ascoltatori in maniera sincera, dimostrando come il loro non sia mestiere ma una passione autentica al 100%, vedi Someone toBelieve. Niente di nuovo sotto il sole della California: solo la certezza, confermata dall'ascolto di questo disco, di avere tra le mani un prodotto sincero, immediato e assolutamente vero, che non fa mistero dei suoi difetti ma piuttosto li tramuta in punti di forza.
L'album di debutto dei Beady Eye arriverà nei negozi di dischi il 28 febbraio 2011e si intitolerà Different Gear, Still Speeding. La band è formata da Liam Gallagher, Gem Archer, Andy Bell e Chris Sharrock; durante il tour sarà supportata alle tastiere da Matt Jones e al basso da Jeff Woottoon. Tra i titoli delle canzoni inserite nella tracklist promettono bene Beatles and the Stones e Standing on the Edge of the Noise.Ecco gli altri pezzi: Four Letter Word,Millionaire, The Roller, Wind Up Dream, Bring The Light, For Anyone, Kill For A Dream, Wigwam, Three Ring Circus, The Beat Goes One The Morning Son.
Da quando sono usciti con il primo album non si contano i tentativi di imitazione per gli A Perfect Circle cult band capitanata da James Maynard Keenan (già voce nei Tool) e dal chitarrista Billy Howerdel, unici punti fissi del progetto. Sono bastati due dischi di pezzi propri, seguiti da eMOTIVE _cover album del 2004_ per conferire al gruppo un'immagine quasi salvifica nel panorama di certo alternative rock. Mer De Noms è stato il biglietto da visita di una band amatissima, il cui ritorno dal vivo con il comeback tour di questi mesi è li a dimostrarlo, con molte date sold out da un pezzo. In ogni città gli A Perfect Circle suoneranno interamente i loro tre album pubblicati, uno a sera. D'altronde, si sa... J.M.Keenan è un perfezionista che vuole , accontentare un po tutti, in primis se stesso, ecco perché ha scelto ambienti di piccole e medie dimensioni per tornare on stage: “le locations di questi show _ha detto il cantante alla vigilia del rientro in una intervista a Rolling Stone America_ saranno piuttosto intime e raccolte, solo noi sul palco per ritrovare la vecchia alchimia.” Un feeling nato dall'ottimo Mer de Noms, disco che vede subentrare un finale più rilassato e rarefatto a una parte iniziale più decisa e altrettanto complessa. Infatti sono tante le stratificazioni sonore dell'album, che cresce con gli ascolti e capace ogni volta di offrire particolari nuovi e inediti, sottigliezze che riflettono un grande sforzo non solo a livello compositivo ma anche in fase di registrazione. Brena ne è l'esempio più lampante: apparentemente semplice rivela un lavoro di sintesi e sottrazione notevole, specialmente nelle parti di batteria, vivaci e mai banali che costituiscono l'asse portante dietro cui si sviluppano le intricate trame chitarristiche del pezzo. Thomas si avvicina al grunge, riveduto e corretto con piccole contaminazioni elettroniche. Il punto più alto dell'album, più che il singolo Judith, brano robusto dove questo all star team (completo dalla bassista ex Zwan Paz Lenchantin, da Troy Van Leeuwen chitarrista dei Queens of The Stone Age e dal drummer dei Vandals Josh Freese) mostra i muscoli, lo regala la hit 3 Libras.
-Chiaccherata con Freak Antoni, leader degli Skiantos premiato al Tenco 2010- Il premio Tenco ha giusto qualche mese in più degli Skiantos di Freak Antoni, gli inventori del rock demenziale, che come ricorda il cantante sono orgogliosamente “sulla cresta dell'onta” da 35 lunghi anni. Pochi giorni fa, durante la kermesse all'Ariston queste due realtà _che qualcuno superficialmente potrebbe giudicare inconciliabili_ hanno finalmente trovato un punto di incontro: il cantante bolognese è stato insignito del prestigioso riconoscimento per l'innovazione e la provocazione culturale, da sempre sua inconfondibile cifra stilistica. Ospite della kermesse letteraria Bizzarri Visionari e Scrittori al MuVi di Viadana ed organizzata dal direttore della galleria civica d'Arte Contemporanea Afro Somenzari, Freak ha parlato di scrittura _ è autore di numerosi libri tra cui "Non c'è gusto in Italia a essere intelligenti (seguirà il dibattito)" (Feltrinelli, 1991) e "Mia figlia vuole sposare uno dei Lunapop non importa quale" (Arcana, 2001). Com'è andata all'Ariston? Bene, il premio mi è stato consegnato dal conduttore Antonio Silva e per la serata avevo preparato alcuni sketch di cabaret che mi sono serviti per intrattenere il pubblico nel corso della serata. L'Ariston pieno di gente fa un certo effetto, ma è andata molto bene. Siete stati i primi ad interagire in un certo modo con gli spettatori dei vostri concerti, qual è il pubblico migliore? E' quello complice _spiega_ mentre il peggiore è quello che sottintende di essere migliore di te, rilanciandoti le battute, diventando aggressivo e spocchioso. Qualcuno certe volte assume un atteggiamento di sfida nei confronti del gruppo, tentando di dimostrare di aver capito il discorso dell'ironia. Noi Skiantos vogliamo divertire e fare divertire. Al Tenco l'ho fatto raccontando i nostri insuccessi, importanti come le vittorie se siamo in grado d'accettarli. E' un approccio condiviso da molti. Qualche esempio? E' la posizione dei vari Bob Dylan e Woody Allen, che hanno fatto delle loro sconfitte motivo di rivincita. Non puoi vincere in questo mondo ne col destino perché la sfiga ci vede benissimo. Nella posizione di eterni sconfitti di questi artisti mi ci ritrovo. Un po il filo conduttore dietro il vostro ultimo album, Dio ci deve delle Spiegazioni... Una band deve esprimere quello che sente in quel preciso momento della propria carriera. Nella seconda metà degli anni '70 (sono appena uscite le ristampe di Kinotto e Monotono cult del periodo) giocavamo d'anticipo, ma è ovvio che non puoi farlo per una vita, per questo certi critici hanno detto che ci siamo intristiti. Non direi, basta pensare alla genialità di Testa di Pazzo o di Odio il Brodo dal vostro ultimo LP. Progetti per il futuro? Gli Skiantos vanno avanti, parallelamente ad un mio percorso solistico con la Freak Antoni Band: grazie ad Alessandra Mostacci, pianista di origine marchigiana proveremo una commistione tra musica classica ed heavy metal. Pubblicherete qualcosa? Si, uscirà un cd di inediti: abbiamo un testo di PierVittorio Tondelli e una canzone costruita a mosaico con le frasi di alcune lettere che Mozart scriveva alla mamma, alla cugine, dove il musicista si consegna a loro come un punk ante litteram.
Flamingo ha definitivamente completato il percorso a ritroso del leader dei Killers, ormai più eighties di quegli stessi artisti che, grazie alle hit pubblicate in quell'indimenticabile decennio ne hanno forgiato il gusto estetico. Welcome to the Fabolous Las Vegas inizia malinconica e poi si apre ad un piacevole crescendo enfatico che contrasta con il testo del pezzo: omaggio alla disillusione di quella città e al tempo stesso ode ed atto d'accusa verso il "non luogo" per eccellenza, terra d'estremi, di eccessi e luci al neon, dove un solo lancio alla roulette è sufficiente a decretare la vittoria o la più bruciante delle sconfitte. Flowers però _a dispetto delle sue origini_ non ha giocato più di tanto d'azzardo, preferendo battere sentieri sicuri, quelli per intenderci dei Killers del bestseller Human. Quindi pop della migliore specie e una piacevole varietà melodica che è un pò il leitmotiv del disco. Forse rispetto al terzo lavoro con il suo gruppo qui c'è addirittura più carne al fuoco: più strumenti, più stratificazioni sonore e sovraincisioni. La mano di Daniel Lanois in cabina di regia è inconfondibile nella piacevole Jilted Lovers & Broken Hearts. Le riflessioni di Playing with Fire lasciano spazio al capitolo più smaccatamente pop del lotto, che potremmo tranquillamente inserire in una One Shot '80 senza risultare blasfemi, magari tra i Pet Shop Boys, i Cars o i Duran Duran. Magdalena segue la rotta senza problemi tra coretti e un arrengiamento si kitch, ma contagiosissimo. Crossfire, con un assolo d'effetto ed essenziale, è l'ennesima cartolina da spazi che probabilmente sono più immaginari che reali e si congeda con classe sfumando a poco a poco.Sul finire del disco On The Floor tira le somme rallentando i giri, con Flowers che si ferma a guardare cosa rimane della sua città una volta che le luci si sono spente. Forse è proprio in quei momenti che il cantante _magari dalla stanza dell'albergo raffigurato nella cover dell'album_ la ama di più.
The illusion of democracy: è un gioco da ragazzi descrivere il concept dietro XTRMNTR, basta citare una frase a caso estrapolata dell'album. L'altro mezzo indizio per cogliere l'umore catastrofista del disco, lo da il titolo della canzone cui si riferiscono quelle parole: Swastika Eyes. All'ennesimo cambio di direzione, la formazione scozzese guidata da Bobby Gillespie sforna il secondo capolavoro di una carriera d'altissimo profilo. Secondo solo a Screamadelica, questo XTRMNTR, cd dell'anno nel 2000 per il magazine NME è, nelle intenzioni, parente nobile delle produzioni firmate Prodigy. Aggressivo ma con garbo. Subdolo. Non è così potente e prepotente come la band di Breathe, semmai queste canzoni sono più distanti e asettiche, ma non meno spietate nel descrivere e trasporre la triste realtà. Si perché per sferrare un attacco così preciso ad una intera generazione ci vogliono tre dita di pelo sullo stomaco. Con kill All Hippies, che si insinua con un arrangiamento elettronico sorretto da un'inquietante campionamento d'archi e una chitarra iper effettata i Primal Scream assestano il primo colpo, sputando _con disarmante cinismo_veleno sull'ex generazione flower power ormai asservita al dio denaro e svuotata dagli ideali di gioventù (You've got the money I've got the soul ripete ossessivamente Gillespye). Accelerator riesce a mandare in distorsione il vostro stereo anche al minimo dei giri, merito della geniale compressione del suono, sporco, e via via che procede la canzone sempre più sgranato e sfocato. Dopo 3 minuti e mezzo dominati da una chitarra malata e selvaggia, il rock cede nuovamente la scena all'elettronica della successiva title track, con un finale da rave party. In Pills si sprecano anatemi a destra e manca; Blood Money sceglie di non emergere mai dalle sue nebbie tecno-blues per sovraccaricarsi di chitarre distorte, sitar e fiati, un omaggio _certamente voluto_ agli Stones psichedelici di Their Satanic Majesties Request. L'unico momento di distensione lo porta Keep Your Dreams, raggio di sole che si insinua in un cielo plumbeo.
Il titolo del post prende in prestito una battuta del grande Maccio Capatonda, utile per manifestare il disappunto del sottoscritto dopo aver sentito Bring The Light, pezzo di presentazione dei Beady Eye al mondo. Non solo non decolla, ma Liam & Co. con le atmosfere anni '60 della canzone c'entrano come i cavoli a merenda.
"Un fazzoletto di seta, un orologio, un anello, un fermasoldi d'oro senza soldi e un... telefonino." E' l'elenco (che fa molto Blues Brothers) scandito da una guardia carceraria che con fare severo consegna gli effetti personali, (ultimo dei quali un preistorico cellulare anni '80) tornati in possesso di Gordon Gekko, squalo della finanza americana di nuovo libero dopo anni dietro le sbarre. Insider trading e speculazioni assortite sono le cause dell'esilio forzato per questa personificazione dello yuppismo reaganiano. Cinico, avido, manipolatore, in una parola sola diabolico. Oltre a voler ritornare nel giro di Wall Street dopo otto anni (il lupo si sa, perde il pelo ma non il vizio) Gekko (interpetato ancora una volta in maniera straordinaria da Michael Douglas) grazie all'incontro con il giovane e ambizioso broker Jacob "Jake" Moore (Shia LaBoeuf) _ cerca di riallacciare i rapporti con la figlia Winnie (Carey Mulligan) profondamente delusa dalla condotta del padre. Sullo sfondo delle vicende dei personaggi, risultano efficaci e puntuali i riferimenti "storici", utili per contestualizzare la crisi finanziaria dei mutui sub prime e dei derivati del 2008, crisi che si è poi trasferita su scala planetaria all'economia reale. E nel prevedere l'esplosione di quella bolla speculativa, Gekko dimostra di non essere affatto un "rudere", come ritengono erroneamente i suoi vecchi colleghi/nemici. Se da una parte Oliver Stone firma una pellicola coinvolgente e vivace, che regge alla grande il confronto con il primo film intitolato Wall Street (1987), dall'altra il trio Douglas, LaBoeuf e Brolin (che interpreta l'altrettanto meschino Bretton James) è autore di una prova assolutamente impeccabile: Gekko e gli altri "guru" della finanza di battuta in battuta chiariscono le vere motivazioni alla base del "gioco", che a quei livelli e per quelle persone arriva a diventare mero amore per sfide che ovviamente sono da vincere. Ad ogni costo e se occorre, sopportando qualsiasi rischio morale, insomma pacche sulle spalle, un po di metafore, i classici brindisi con un bicchiere di scotch nell'ufficio di turno accompagnati da silenti coltellate dietro la schiena.
Gordon Gekko: "Qualcuno mi ha ricordato che una volta ho detto che l'avidità era una cosa buona, ora sembra diventata legge."
Ecco la copertina del primo singolo dei Beady Eye (uscita prevista 22 novembre), vale a dire gli Oasis senza Noel. Bella cover, con Liam & Co. ritratti in uno scatto che fa molto Swingin' London, e ricorda certe foto degli Stones e dei Beatles dei tempi. Sul loro nuovo sito http://www.beadyeyemusic.co.uk/ un assaggio di 22 secondi dalle sessions per il loro debutto. A quanto pare c'è vita dopo Pretty Green.
Sono bravi i cantanti di X Factor, nulla da dire. Bravi interpreti, (quasi sempre) seppur schiacciati dalla formula fast food di questo format televisivo. Fossi su quel palco, mi darebbe fastido essere giudicato non tanto da Elio, ne dagli altri giurati _assolutamente competenti_ ma dalla Tatangelo. Vederle arricciare il naso e sentirla lamentarsi di mancanza di talento nei giovani, creature, loro malgrado, allo sbaraglio del talent show è ridicolo: quale gusto e sensibilità musicale può avere chi cantava in maniera anonima nefandezze del calibro di "essere una donna non vuol dir riempire solo una minigonna?" Svegliati ragazza di periferia (altro must imbarazzante della "diva" de noartri): i dischi della tua eroina Barbara Streisand hanno lustri di polvere addosso.