martedì 19 luglio 2011

The Chief is back

Il primo singolo da solista di Noel Gallagher esce su etichetta Sour Mash il 21 agosto 2011 per il download digitale e il giorno dopo nei formati vinile 7″ e cd singolo.

Il mio manager mi ha chiesto chi sono gli High Flying Birds. Non sono nessuno in particolare. Noel Gallagher’s High Flying Birds sono io e chiunque sia nelle mie vicinanze durante il mio operato, una specie di collettivo” – Noel Gallagher

Il singolo di debutto si intitola The Death of You and Me, realizzato il 21 agosto e sarà presentato con un video girato a Los Angeles.

Il singolo anticipa il disco Noel Gallagher’s High Flying Birds che esce il 17 Ottobre, una co-produzione Noel e David Sardy (l’album è stato registrato a London e Los Angeles).
Il singolo The Death of You and Me sarà disponibile come digital bundle il 21 agosto 2011 con il video e una esclusiva B side, The Good Rebel. Il Cd single e il vinile 7” saranno disponibili dal giorno seguente, il 22 Agosto 2011.

Source: wonderwall.it

domenica 17 luglio 2011

RHCP: The Adventures of Rain Dance Maggie

L'anteprima del nuovo singolo dei Red Hot al link qui sotto...

sabato 16 luglio 2011

Yeah Yeah Yeah Yeah Yeah.

venerdì 15 luglio 2011

Weezer: The Green Album

“Torniamo all'antico e sarà un progresso”: con questa frase _ inserita all'interno dello striminzito booklet del Green Album _ i Weezer hanno riassunto tutte le puntate precedenti della loro carriera: l'esordio con l'omonimo disco (il blu, quello di Buddy Holly, Undone e Say it isn't so) e il “difficile secondo album”: lo splendido Pinkerton. Una tappa travagliata quest'ultima, che ha quasi messo la parola fine alla formazione americana, mai così vicina allo scioglimento (per fortuna scongiurato). Da li a poco ci sarebbero stati altri cambi di line up (il bassista Mikey Welsh lascerà presto per problemi di salute) ma nulla a confronto con gli scossoni del periodo 1997/2000. Il “ritorno all'antico” della formazione di Los Angeles parte dalla grafica: rispetto al debutto cambia il colore, ma la copertina _ che immortala la band su uno sfondo colorato _ è praticamente la stessa, riaggiornata di qualche anno. Il sound _ un robusto power pop punk _ non presenta grossi scossoni, eccezion fatta per l'arrabbiata Hash Pipe, scelta dalla band come singolo apripista del lavoro, nonostante la richiesta della Geffen di puntare sulla scanzonata Don't let go. Bella anche Island In The Sun (con il video firmato da Spike Jonze). Di un altro livello Simple Pages, ennesimo esempio dell'abilità di scrivere di Rivers Cuomo, capace di incastrare alla perfezione le parole tra gli accordi power e le trame di chitarra che costituiscono il 90% del wall of sound dei Weezer. In questo senso il wah wah di Crab è una garanzia. La chiusura in bellezza con lo spleen di O Girlfriend, meravigliosamente triste. Il Green Album è l'ultimo disco da avere dei Weezer, e chiude al meglio il primo capitolo della loro storia, sicuramente quello più significativo.


sabato 9 luglio 2011

Miles Kane: Colour Of The Trap

Studiatissimo, in ogni minimo particolare, a partire dallo scatto (rigorosamente in bianco e nero) dove Miles Kane gigioneggia a favor di fotografo: Colour Of The Trap è essenzialmente questo, il prodotto di un lungo ed approfondito studio della materia, ovvero il pop inglese Sixties _ scandagliato in ogni minimo particolare. Kane è un perfezionista, uno che sta attento alle pose e al look, ma soprattutto ai suoni, per questo ha chiamato a produrre il disco Dan The Automator (Kasabian) e Dan Carey (Franz Ferdinand). Per chi non avesse mai ascoltato The Age of Understatement, il debutto solista di Miles Kane potrebbe riservare alcune piacevoli sorprese, per chi invece ha avuto modo di apprezzare la riuscita collaborazione di qualche anno fa con Alex Turner (Artic Monkeys) sarà scontato trovare somiglianze in Inhaler (con quell'assolo di chitarra in vibrato). A detta di chi scrive My Fantasy _ dove fa una comparsata Noel Gallagher _ è il pezzo migliore in assoluto, il brano più moderno e melodico del lotto, e quello (assieme a Rearrange) dal più alto potenziale radiofonico. Per carità, nulla che non sia già stato inventato o proposto a più riprese in UK, ma certamente un modo piacevole per passare una manciata di minuti. Per il resto il disco rimane immerso nell'atmosfera nebbiosa nella quale Kane si trova maggiormente a suo agio (anche Telephaty potrebbe essere la colonna sonora di qualche oscuro film anni Sessanta) qualche piccola variazione al tema la offre Better Left Invisible e Take The Night From Me, inno all'italianità sonica in salsa british.

sabato 2 luglio 2011

Ma che discorsi...

...se pensi che sia logico
scoprire in mezzo al traffico
di amarsi in modo cosmico
ma un attimo che poi due metri dopo
l’amore sembra consumato già...


lunedì 27 giugno 2011

at sea...

mercoledì 22 giugno 2011

...I'm on fire...

Hey little girl is your daddy home
Did he go away and leave you all alone
I got a bad desire
I'm on fire

Tell me now baby is he good to you
Can he do to you the things that I do
I can take you higher
I'm on fire

Sometimes it's like someone took a knife baby
edgy and dull and cut a six-inch valley
through the middle of my soul

At night I wake up with the sheets soaking wet
and a freight train running through the
middle of my head
Only you can cool my desire
I'm on fire

by Bruce...

martedì 21 giugno 2011

Danger Mouse & Daniele Luppi: Rome

Danger Mouse è uno stacanovista: come se non bastasse il progetto Gnarls Barkley o nemmeno i “pacchi” di produzioni a destra e a manca che sta firmando (Black Keys, Gorillaz etc) adesso arriva questo Rome, gioiellino lungo 36 minuti figlio della lunga collaborazione con Daniele Luppi, (compositore italiano che ha già collaborato con Mike Patton per gli arrangiamenti del suo Mondo Cane). Qualcuno la chiamerebbe “musica “cinematica”, i più si limitano ad indicare questo disco come un omaggio alle colonne sonore all'italiana anni Sessanta/Settanta. La musica al servizio delle immagini: l'assist che Danger Mouse e Luppi lanciano ai registi di mezzo mondo è troppo ghiotto per lasciarselo scappare. Una manciata di canzoni eleganti, mai ridondanti nella produzione, ma piuttosto equilibrate e misurate, canzoni che partono con l'idea di accompagnare l'ascoltatore, brani nati per essere cercati con cognizione di causa e mai per imporsi. Oltre ad Edda D'Orso (voce in “C'era una volta il west” e altri capolavori di Sergio Leone), anche Alessandro Alessandrini (l'immortale fischio nei brani del Maestro Morricone) tra gli ospiti illustri di Rome. Poi nel ruolo di “gregari di lusso” Jack White e Norah Jones. I pezzi cantati dalla giovane singer americana ricordano per piacevolezza i migliori Morcheeba: pop della miglior specie. In questo senso Season's Trees ne è un esempio lampante. Roman Blue è sinuosa nel suo arrangiamento, altrettanto The Rose With a Broken Neck, dove Jack White non urla ma si mette al servizio del collettivo, garantendo la buona riuscita del prodotto finale. Per una volta, l'Italia ha smentito la fuga dei cervelli: tutte le strade portano a Rome.

domenica 19 giugno 2011

Addio Clarence.

giovedì 16 giugno 2011

Rock in Idrho 2011

Forse il Rock in Idrho sarà ricordato come il miglior festival dell'estate 2011, almeno da un punto di vista musicale: un cast eccezionale si è dato il cambio nell'Arena della Fiera di Milano a Rho, location invero non felicissima dal punto di vista logistico. Dalle 15.30 circa, con l'apertura dei cancelli, inizia la maratona dei concerti. Un pomeriggio rovente aperto dagli Outback (vincitori del contest per gruppi emergenti) e dai Ministri, accolti dai primi irriducibili, pronti a sfidare il cemento del “parcheggione” della Fiera pur di guadagnare una posizione favorevole. Ad ogni modo, trait d'union a tutte le band ospiti del Rock in Idrho, la grande energia sprigionata sul palco. Prendete gli Hives, da anni una delle più rodate band garage punk. Tick Tick Boom, Hate to say I told You So, Main Offender, e gli altri “classici” del combo svedese guidato da Howlin Pelle Almquist, botte di adrenalina da 2 minuti massimo, via una sotto l'altra. Dopo di loro Flogging Molly e Social Distorition, pesi massimi del punk rock a stelle e strisce: capitanati dal leader Mik Ness hanno ricordato le tappe fondamentali di una carriera che vede in Hard TimesAnd Nursery Rhymes, uno dei dischi migliori. L'attesa ovviamente era tutta per i due main act della serata, così uguali e così diversi tra loro: gli Stooges e i Foo Fighters. Epoche, scene musicali, generi, sound così diversi hanno trovato l'ideale punto di incontro nella voglia di “divertire” cosa che probabilmente è mancata un po all'altro grande festival di inizio estate (l'Heineken), in minore dopo i fasti dell'anno scorso. Poco dopo le 21 un boato accoglie gli Stooges. Le attenzioni com'era prevedibile, erano tutte per Iggy Pop, selvaggio padrino del punk che a sessant'anni suonati ha ancora la voglia di buttarsi in mezzo al pubblico come ai bei tempi. Iggy si è dimenato come un ossesso al ritmo dei migliori “classici mancati” degli Stooges (I wanna be your dog, Search and Destroy). Poco dopo, sono arrivati i Foo Fighters guidati dall'incontenibile Dave Grohl non hanno lasciato scampo alle ballad (ad eccezione di Skin and Bones e Times like These) e dalle prime note di Bridge Burnin' sono andati avanti a testa bassa tra una hit e l'altra (All my life, Breakout, My Hero The Pretender). Non sono mancati i pezzi tratti dall'ultimo Wasting Light, come l'incendiaria White Limo o Rope. Sul finale Best of You e Everlong hanno chiuso, nel migliore dei modi, un giorno memorabile. Con il concerto di mercoledì i Foos hanno colmato un vuoto di 7 anni, di assenza dall'Italia in questo lasso di tempo sono cresciuti e sono diventati una delle migliori rock band d'America e probabilmente del mondo.

martedì 14 giugno 2011

Pino Scotto@Sabbio Summer Fest



Con amici a fare i pirla assieme a Pino Scotto dopo il concerto al Sabbio Summer Fest dell'ex Vanadium. Io son alla sinistra di Pino con la maglia rossa. Nessun avvistamento del papà di Jim...

giovedì 9 giugno 2011

My Morning Jacket: Circuital

Quintali di roba, quintali di spunti, linee melodiche, intuizioni, idee, abbozzi, possibilità. Il trionfo per gli indecisi, cui è fornita l'apologia definitiva per difendere con orgoglio la propria natura. Si, perché si può star bene anche senza decidere, senza rinchiudersi negli spazi troppo angusti di un genere musicale, meglio andare a mani bassse fregandosene della classica formula strofa/ritornello/strofa. Lo sanno bene i My Morning Jacket, che con il nuovo Circuital confezionano un prodotto buono per tutte le stagioni, un dischetto che in certi momenti potrebbe strizzare l'occhio ad un film di Tarantino, alla colonna sonora di un teen drama americano, e in altre occasioni potrebbe stare bene solo sullo stereo dell'appassionato. Parafrasando Le Luci della Centrale Elettrica (aka Vasco Brondi) per ora dovremmo limitarci a chiamarla schizofrenia. Niente di più sbagliato: la volontà precisa della band è quella di essere il più libera possibile, leggera, ironica. Attratto dal provocatorio titolo di Holdin'on to black metal, l'ascoltatore non può che sorridere e lasciarsi trasportare dalle atmosfere rarefatte e lievi del pezzo. Slow slow tune è una ballad fuori tempo, languida e calda, forse la cosa più vicina ai Wilco di questo Circuital. Victory line si apre con il suono pieno di un gong, ed indugia mantenendo un'andatura orizzontale, in cui la chitarra improvvisa reggendo il gioco alle architetture della parte cantata, prima di accelerare in un crescendo improvviso e deflagrante. Oltre ad una rassicurante Wonderful (The way I feel), dal sapore country, Circuital offre anche il pop à la Beck di First light. Movin Away, piano e voce, riporta indietro le lancette dell'orologio agli anni Settanta. E qui James spiega chiaramente il motivo di questa inqiuetudine sonica ed esistenziale: "E anche se c'è una nuova linea di vita. non dimenticherò quello che ho lasciato alle spalle. Una nuova vita per creare. Una nuova piccola vita."

martedì 7 giugno 2011

Manca John, ma si va avanti comunque.

I Red Hot Chili Peppers hanno annunciato la data d'uscita del loro nuovo album, il decimo in studio, previsto per il 30 di agosto. Il disco si intitolerà I'm with you, e segue il precedente Stadium Arcadium del 2006.

domenica 5 giugno 2011

Metallica: Black Album

Il Black Album è lo spartiacque nella carriera dei Metallica. Pubblicato nel 1991 divide nettamente in 2 tronconi distinti la strada dei 4 di Frisco: prima divinità intoccabili del trash metal e da lì in avanti pronti a fare dei capitomboli qua e la (Load, Reload, Garage Inc. St Anger...). L'ultimo disco di inediti veramente degno di nota è questo. Un lavoro aperto alla grandissima con Enter Sandman, uno dei pezzi più noti e apprezzati dell'intera discografia dei 'Tallica. Con Bob Rock in cabina di regia il gruppo ha limato il proprio sound in virtù di un prodotto più accessibile: ottimo hard rock con rimandi al glorioso passato di Masters of Puppets e affini. Enter Sandman si identifica in un riff clamorosamente efficace, preludio per un chours assolutamente evocativo e molto più aperto rispetto alla classiche atmosfere cui fino ad allora il gruppo aveva abituato i propri fans. Kirk Hammett non lesina sugli assoli ed è ancora una volta autore di una prova magistrale. Ai tempi i puristi storsero il naso quando sentirono per la prima volta la stupenda (credo che non ci siano altri termini per definirla) Nothing Else Matters, cavalcata lunga una manciata di minuti ricca di pathos e sfumature alla pari di The Unforgiven. Il manifesto della seconda fase dei Metallica potrebbe essere questo. Wherever I May Roam rimane uno dei capitoli migliori, con la voce graffiante di James Hetfield che si fa largo pian piano dopo oltre un minuto di strumentale in cui il gruppo pesta a dovere sugli strumenti e riporta in auge sonorità hard rock della miglior specie. Che dire: siamo di fronte al capolavoro, un prodotto che non ha paura di citare trovate “morriconiane” inserendole in un contesto molto più “duro e puro”. In definitiva il back album è l'istantanea di un gruppo che per un breve periodo trovò il perfetto compromesso tra l'integrità artistica e la voglia di farsi conoscere e apprezzare dal pubblico.

giovedì 26 maggio 2011

Negrita: Luna

Tu non lo sai quanto mi piace, non lo sai
Quando ti perdi a fare finta di essere
Semplice, calma, morbida

Come un mistero da decifrare
Tu sei la luna ancora da esplorare
Aspettami voglio salire lassù

e non tornare più, non tornare più

Ti vedo trasformare lacrime in coriandoli
Con un bicchiere in mano mi ritrovo qui a scoprire
Lucida, splendida, serenità

E ridi ancora, mi aiuta a respirare
Bianco aquilone che gioca con il sole
Aspettami voglio salire lassù

e non tornare più

L'estate un sentimento
E' caldo anche d'inverno

Aspettami voglio salire lassù

e non tornare più

mercoledì 25 maggio 2011

Hole: Nobody's Daughter (Ripescaggio)

Riportare indietro l'orologio alla fine/ metà degli anni Novanta, quando con il suo gruppo, e grazie alla luce riflessa dell'illustrissimo marito ( Kurt Cobain, non serve ricordare il curriculum, basta il nome no??? ) macinava un successo dietro l'altro. A qualche mese dall'uscita del disco possiamo dire che la missione è riuscita solo a metà. Prima la notizia cattiva: (soprattutto per lei) il disco ha venduto poco. Le buone nuove sono di più ( e il motivo per cui consiglio di recuperare questo Lp), e cioè almeno 9 delle 11 canzoni che compongono Nobody's Daughter. Dopo le ultime _disastrose_ prove soliste Courtney love è tornata in carreggiata rispolverando il brand delle Hole, quelle di Live Through This, Malibù e Celebrity Skin. Con l'aiuto di rodati songwriters del calibro del Pumpkin Billy Corgan (suo grande amico) e Linda Perry ha raccontato un altro momento della sua vita vissuta da sempre sotto i riflettori e in modo pericoloso, sempre in bilico tra l'autodistruzione e la voglia di rimettersi in gioco, nella speranza di controllare e sublimare quella fragilità che in definitiva è la sua vera ispirazione. Un disco perfetto a livello di produzione, e nonostante questo incredibilmente vero. Merito, come detto dei testi costruiti sulle contraddizioni, e sulla sregolatezza di cui è vittima. Si comincia con il grido di libertà (allo stesso tempo una richiesta d'aiuto) di Nobody's Daughter poi nei brani seguenti si continua parlando di arresa, rivincita, perdita e divertimento. Il power pop di Skinny Little Bitch con tanto di finale accelerato e urlo in extremis si avvicina ancora una volta ai Nirvana nei loro momenti più easy, Honey e Pacific Coast Higway sono due ballate griffate da Linda Perry (4 Non Blondes). Questo percorso catartico si chiude con la dichiarazione d'intenti di Never Go Hungry di un'artista inquieta. Tutti hanno diritto ad una seconda chance, perché non dovremmo darla a Courtney?

sabato 21 maggio 2011

Blocco dello scrittore?

lunedì 16 maggio 2011

Destinati a perdersi

Il primo flash back: spiaggia, estate, mare. Tutto bene. Il secondo (stavolta si gioca in casa): Ancora in estate, musica della madonna ma qualcosa non va ci siamo incazzati perché non capivamo cosa fosse. Il terzo deja vù è appena successo.

domenica 15 maggio 2011

Prince: The moonwalker

giovedì 12 maggio 2011

The Rolling Stones: Tattoo You

Tattoo You è l'ultimo capolavoro targato Stones, l'ultimo guizzo della band prima della crisi degli anni '80, una crisi che, una volta terminata, rese il rapporto tra Jagger e Richards molto più asettico e meramente professionale. Undercover, il follower di TattooYou era _ per stessa ammissione del gruppo – un disco sbilanciato, registrato in fretta e controvoglia alla pari di Dirty Work (1985): il tentativo, imposto da Mick, di rendere il sound del gruppo più in linea con le mode del periodo. Chiarito il momento storico nella pluridecennale carriera delle pietre rotolant,i è giusto soffermarsi su Tatoo You: anch'esso registrato al volo recuperando materiale e vecchi riff dai lavori precedenti, ma che materiale! Outtake e idee che giravano da tempo sono state plasmate, ripensate, stravolte ottenendo un risultato sorprendente, basta pensare a Start Me Up, l'ultimo anthem assoluto degli Stones, nato da un ritmo reggae e diventato un classico inamovibile negli show della band. La prima parte di Tattoo è quella più rock e contiene ottimi spunti come Hang Fire (... in the sweet old family where I come from, nobody ever works, we always get stoned... we hang fire). Slave propone altre “explicit lyrics”, marchio di fabbrica di Jagger. Decisamente più tranquilla la seconda metà del disco, infarcita di ballad, dove Sir.Mick si concede più volte al cantato in falsetto. Worried About You (nel video Jagger era al piano con accanto una bottiglia di Jack Daniels) parte in sordina, e cresce costantemente con il cantato che diventa più graffiante. Tops e la solare Waiting on a Friend completano il capolavoro della maturità degli Stones. Archiviato con un sontuoso tour il capitolo Tatoo You, ci sarà ancora spazio per alcuni colpi di coda in studio, ma da qui in avanti è nei concerti che rivivrà il mito degli Stones.

giovedì 28 aprile 2011

The Vaccines: What did you expect from...

What did you expect from the Vaccines? Nel titolo del disco dell'ennesima next big thing partorita dalla terra d'Albione (luogo magico dove il sensazionalismo per band poco più che esordienti è all'ordine del giorno) c'è un mondo: la sbruffonaggine di chi vive di indie rock (come questo gruppo esordiente) e l'abilità di chi guadagna (discografici) impostando abili campagne di marketing. Visto l'hype per questa uscita le aspettative erano molto alte per il disco, slittato di alcuni giorni per non uscire in contemporanea con il nuovo degli Strokes. Purtroppo ascoltando il debutto non è dato sapere cosa ha fatto gridare al miracolo. Per carità, non è un brutto disco, si lascia ascoltare piacevolmente, un buon sottofondo, ma nulla di più. In una miscela all'acqua di rose tra punk, pop e contaminazioni eighties è racchiusa l'essenza di questi The Vaccines. Effettivamente If You Wanna è un invito al cazzeggio, al pari del sound di Post Break Up Sex che si contrappone al testo; un'amara e disillusa presa di coscienza del "nulla" dopo una rottura amorosa. Wrekin bar (ra ra ra) ha un chours "scippato" ai Ramones, ma rispetto ai Fast Four il sound è meno a fuoco e più leggero. Molto meglio Wolf Pack. Qua e la vengono in mente anche i Glasvegas ( vedi A Lack Of Understanding) ultima scoperta di Alan Mc Gee della Creation (label che ha lanciato tra gli altri gli Oasis), specie nei momenti più rilassati. La voce profonda e malinconica di Justin Young ricorda per impostazione e timbro quella dei colleghi di Interpol e Editors. Ma il punk sghembo di Noorgard lo può suonare chiunque, e basta questo per aspettarsi un pò meno da loro in futuro.

martedì 19 aprile 2011

19/04

sabato 16 aprile 2011

Led Zeppelin: IV (or ZoSo)

Led Zeppelin IV è la definitiva consacrazione del mito. Non ci sono altri termini per catalogare il capolavoro (assieme a Physical Graffiti, uscito pochi anni dopo) della carriera del dirigibile più famoso nella storia del rock. Un disco che racchiude al suo interno un mondo: dalle atmosfere medievali al folk, dal blues al rock'n roll più sanguigno, celebrato a dovere nell'omonima traccia, dedicata alla musica del diavolo. L'apertura è con Black Dog e la voce di Robert Plant che introduce un poderoso riff di chitarra nella migliore tradizione del gruppo, un giro che ricorda quelli estratti da Led Zeppelin II (Whole Lotta Love, The Lemon Song...). Sulla copertina nessun riferimento: non compaiono né il nome della band, nè il titolo del disco. All'interno del booklet c'è poco altro: nulla se non 4 simboli, uno per ogni musicista. E visto che l'idea l'ha portata Jimmy Page _ appassionato di misticismo e occulto _ i fan individuano nel suo “pseudonimo” per questo album (ZoSo) il nome da dare all'Lp, in alternativa alla classica numerazione intrapresa con successo nel 1969. I problemi per gli Zeppelin erano ancora lontani, la stanchezza di Presence, gli incidenti e la morte del figlio di Plant avrebbero scalfito pochi anni dopo lo stato di grazia del gruppo, capace di un ultimo colpo di reni con In Through th Out Door. Definire l'interpretazione di When The Leeve Breaks, brano del 1928 di Memphis Minnie come una semplice cover sarebbe riduttivo: Page, Plant Bonham e Jones si superano ancora una volta con un arrangiamento impeccabile (probabilmente il pezzo dal sound più moderno del lotto). Nel disco c'è anche spazio per la traballante Misty Mountain Hop con il piano elettrico suonato da John Paul Jones a sostenere la voce raddoppiata in studio di Robert Plant e per The Battle of Evermore ballata chitarra/mandolino cantata con Sandy Denny dei Fairport Concention. Il disco però è soprattutto Stairway to Heaven: l'apice, il punto più alto _ se non dell'hard rock anni '70 _ perlomeno della carriera degli Zeppelin che qui toccano livelli di epicità mai raggiunti prima.

giovedì 14 aprile 2011

Foo Fighters: Wasting Light

La storia ci ha insegnato che le rivoluzioni nascono, molto spesso, dalle élite intellettuali, in ambito rock è un po' diverso: a vincere sono _ quasi sempre _ gli outsider, gente che parte dal basso, magari da un garage con la band degli amici del liceo. Chi non ha cominciato da li, dalla sala prove, da uno scantinato attrezzato alla bella e meglio per fare un po di casino e di rock n roll? Il nuovo album di Dave Grolh e dei suoi Foo Fighters è stato concepito con l'intento di riportare indietro le lancette dell'orologio agli albori. O quasi. Perché in cabina di regia c'è un certo Butch Vig, l'artefice del wall of sound di Nevermind , l'uomo che giusto 20 anni fa ha sdoganato Seattle e i Nirvana nel mondo. Il poderoso inizio di batteria di Bridge Burning è l'ennesimo tassello di quell'operazione nostalgia che risponde al nome di Wasting Light. Con il reintegro definitivo di Pat Smear nel gruppo, il sound delle chitarre è maggiormente stratificato e più vario rispetto al passato. Rope è la summa della classica canzone dei Foos: potente ed orecchiabile. Dal copione si discosta invece White Limo, un concentrato di rabbia rock'n roll che rappresenta il momento più “cattivo” e duro dell'album e probabilmente della loro produzione discografica (assieme a In Your Honor e The Pretender). Dopo il progetto Probot prosegue la collaborazione tra i Foos e Lemmy, l'iconico cantante dei Motorhead, autore di un cameo eccellente nell'assurdo video di White Limo, dove Grolh è il solito istrione. Un disco (registrato completamente in analogico dentro ad un garage) da ascoltare tutto d'un fiato e privo di cadute di tono. Nell'evocativa IShould Have Known il basso è di un certo Krist Novoselic.



domenica 3 aprile 2011

MILAN INTER: 3 - 0

...Si perché nella vita c'è sempre da recitare... In una manciata di parole, il Liga d'annata (era agli esordi con Bambolina e Barracuda) racchiude il prima e il dopo del derby di ieri sera, una partita su cui è già stato detto (e scritto) tutto e il contrario di tutto. In ordine sparso:
Non conta/ ci sono ancora in palio 21 punti/ è una gara come le altre/ non si decide nulla stasera.
Nonostante i complimenti per la diplomazia e l'arte retorica di giocatori, allenatori e dirigenti di Milan e Inter la verità è un'altra. Il segreto di pulcinella è un mantra che si usa in automatico davanti a taccuini e microfoni, un gioco vecchio che ormai non stupisce più nessuno. Con buona pace della scaramanzia e di paranoie varie e assortite. Al di là del dato sportivo (da anni il derby non era decisivo per lo scudo), è l'aspetto emotivo della stracittadina che emoziona sempre e comunque, anche un tifoso distratto come il sottoscritto. Dall'ultima volta che la sezione Bar Sport di questo blog ha alzato le saracinesche, ne è passata di acqua sotto i ponti, specie in casa nerazzurra, con l'esonero di Malitez, l'arrivo di Leo e una rimonta solo sfiorata. Si scrive Leonardo ma si legge voglia di rivincita, delusione, orgoglio, rabbia: da una parte e dall'altra. In cento e passa anni di storia non era mai successo che un allenatore passasse da una squadra all'altra di Milano nel giro di pochi mesi. Deluso per il trattamento, le tirate d'orecchie ricevute Leonardo, non si è "venduto" per 30 denari, come scritto da tifosi comunque dispiaciuti per la cosa, ma semplicemente ha voluto restituire lo "sgambetto", dimostrando di valere. Le critiche, sarebbero arrivate comunque, ma di certo non sarebbero state così feroci se il tecnico brasiliano appena arrivato alla Pinetina non avesse parlato di sogno che si realizza. Dopo anni nel Milan, quella ed altre frecciate fanno male. E hanno scaldato gli animi. Ecco perché quelle vecchie ferite, nei tifosi, nello stesso Leonardo ieri sera erano ancora aperte, a dispetto delle caute dichiarazioni distensive dell'allenatore (Rosso)Neroazzurro. Il clima, nonostante facesse di tutto per dissimularlo era da alta tensione. Nel cast un allenatore "tradito e traditore", un ex ingombrante, che si sforzava, non riuscendoci, di non pensare alle accuse urlate da tante comparse infastidite. Rapporti che si sono sgretolati in poco tempo. Alla fine il tuffo sotto la curva dei Milanisti che, dopo aver rifilato 3 sberle ai cugini, nonostante la gioia predicano ancora prudenza. "Non è cambiato nulla dicono", mentendo sapendo di mentire...

martedì 29 marzo 2011

Doctor feelgood!

Finalmente sono dottore! 105!!!!!

giovedì 17 marzo 2011

Beady Eye: Different Gear, Still Speeding

"Hai dato una copia dell'album a Noel?" "No... credo lo abbia scaricato." Questa risposta, rilasciata durante un'intervista da un sardonico Liam Gallagher, impegnato nella promozione del debutto dei Beady Eye è il riassunto delle puntate precedenti (lo scioglimento, Parigi, quelle chitarre sfasciate e la parola fine all'avventura Oasis). Il titolo dell'esordio della nuova/vecchia band, Different Gear Still Speeding sintetizza il presente, la voglia di rimettersi in gioco senza stravolgimenti di sound. Sempre Liam pochi mesi fa ha chiarito cosa aspettarsi: " di certo non ci metteremo a fare musica Africana". L'album è l'istantanea di un gruppo coeso, testimonia la crescita musicale e umana di Liam e la sua voglia di rivincita urlata in Four Letter Word, il pezzo più "rock" del disco. I Beady Eye volevano dimostrare di cavarsela da soli, ed hanno fatto centro. In questo Mr. Pretty Green è stato aiutato da Andy Bell (ex Ride) e Gem Archer (Heavy Stereo), due autori di indiscusso talento ma giocoforza "schiacciati" da Noel. Con maggiore libertà compositiva hanno virato il sound ammorbidendolo rispetto all'ultimo Dig Out Your Soul. Ancora più Beatles, ma anche Kinks, The Who, Faces: in poche parole il meglio della Swinging London. A parte la spiazzante Bring The Light con le sue atmosfere rock'n'roll à la Jerry Lee Lewis, c'è anche qualcosa degli Smiths qua e là. For Anyone è una nuova Songbird, molto più melodica. I fab 4 vengono tirati in ballo clamorosamente in Wigwam e in The Beat Goes On, mentre l'onnipresente The Roller è la loro Instant Karma. Tra le "tirate" Beatles and Stones, ("omaggio" a My Generation), Standing On The Edge Of The Noise. Capolavori di Different Gear, Kill For a Dream e The Mornig Son, con la sua bellissima coda psichedelica.

sabato 12 marzo 2011

Io vi troverò

Latiterò ancora per poco dal blog. That's for sure.

domenica 6 marzo 2011

Beady Eye: Kill For A Dream (Abbey Road)

mercoledì 2 marzo 2011

Taccagno: Eto'o multato.

venerdì 25 febbraio 2011

Middle Class Rut: No Name, No Color

Lo ammetto, se a destra e manca non fossero stati accostati ai Jane's Addction, probabilmente non avrei mai approfondito il discorso con questi Middle Class Rut, duo californiano composto dal cantante e chitarrista Zack Lopez e dal batterista Sean Stockham. E _seconda ammissione della giornata_ a scatola chiusa ero pronto a “massacrare” un pò il loro No Name, No Color, almeno dopo aver sentito l'opener New Low, (un brano che non decolla mai) che dei Jane's ha poco e niente, eccezion fatta per una chitarra troppo defilata sul finale, senza lode e senza infamia. La fortuna è che il singolo ha poco a che spartire con il resto delle tracce del disco. 12 canzoni che ricordano da vicino gli ultimi _per ora_ Jan'es Addiction, quelli di Strays dei primi Duemila. Certo Lopez non può essere al contempo Dave Navarro e Perry Farrell (umanamente impossibile), ma nel suo piccolo fa comunque un buon lavoro, riproponendo a suo modo la lezione dei grandi. Nel disco non c'è un assolo che vale Three Days lo so, ma in compenso un'urgenza espressiva sincera, al servizio di qualche buona idea. Premesso che certi capolavori non sono avvicinabili dai comuni mortali, qui siamo comunque davanti ad una buonissima prova. Se nel grosso dei pezzi la voce di Lopez assomiglia a quella (unica) del cantante di Ritual De Lo Habitual, in Dead Line si spinge più in la, riproponendo _in meglio_ l'approccio al cantato di Chester Benningthon dei Linkin Park. Per chi scrive la vera chicca di No Name... è Are You On Your Way. Bella anche I Guess You Could Say, dove in un gioco di rimandi e influenze reciproche, si citano i Led Zeppelin fonte di ispirazione anche per i maestri di Lopez e Stockham.

sabato 19 febbraio 2011

Pagine Nere: Sanremo Trash

venerdì 18 febbraio 2011

Social Distortion: Hard Times & Nursery Rhymes

Somewhere between heaven and hell: parafrasando il titolo di un loro vecchio disco è li, in quella terra di mezzo tra il successo, i trionfi e le cadute che potremmo collocare la carriera dei Social Distortion. Sempre sul punto di “esplodere” in positivo (corteggiati dalle major) e in negativo (tra tensioni, scioglimenti, litigi e rimaneggiamenti nella line-up) sono tra i più illustri esponenti dell' rock'n'roll punk californiano. Hard times è il settimo album di una serie iniziata nel 1983: un colpo di reni, che restituisce al mondo una band in palla, solida e in grado di cambiare un po' le carte in tavola, rispetto alla rodata attitudine punk rock. Writing on the wall è classic rock anni '80, quello portato al successo da gente come Springsteen e i Replacements. Probabilmente si tratta del pezzo migliore in scaletta. Segnatevi anche Can't take whit you, bellissimo rock che rievoca le suggestioni dei Guns'n Roses di Lies. Still Alive canta Mike Ness nell'omonima canzone, augurandosi che l'avventura possa proseguire ancora a lungo. Ben congegnato il gioco di chitarre nella strumentale Road Zombie, la più “cattiva” di Hard Times... La rabbia però lascia presto il posto alla spensieratezza di California (Hustle And Flow), nient'altro che un omaggio da parte della band agli Stones di Exile On Main Street e all'ineccepibile Take care of yourself, un consiglio che Mike Ness, tribolato leader dei Social Distortion sembra aver fatto suo dopo anni di bagordi. Hard Times and Nursery Rhymes si candida al ruolo di capolavoro tardivo della formazione, mai così consapevole dei propri mezzi.

giovedì 10 febbraio 2011

Weezer: Death To False Metal

Dalla seconda metà del 2008 ad oggi hanno già fatto uscire il Red Album, Ratitude, e solo pochi mesi fa Hurley. Tre nuovi dischi, a cui si aggiunge questo Death To False Metal (minaccioso solo nel titolo) composto da 10 pezzi inediti, scritti nel corso della carriera ma mai registrati e una cover, Unbreak My Heart, vecchia hit di Tony Braxton. “Queste _spiega il cantante_ sono sempre state canzoni grandiose, che per un motivo o per l'altro non sono mai finite negli album precedenti". Proprio perché contenente pezzi scritti dagli esordi ad oggi, alcuni capitoli _opportunamente riveduti e corretti_ ricordano da vicino il periodo del Green/ BlueAlbum, ovviamente traslato ad oggi. Pinkerton si sa rimane inarrivabile: è sempre là, pietra angolare della loro discografia, è il disco più tormentato (e bello) scritto da Rivers Cuomo & Co., diventato con il tempo anche il lavoro più apprezzato dalla critica e tirato sempre in ballo dai fan più accaniti, quelli che... “Rivogliamo la band di Pinkerton”. Si mettano il cuore in pace: non succederà, anche se questo giro ci sono andati davvero vicino. Death To False Metal riesce, forse per la prima volta, a riproporne il sound: il rock monotono di Everyone, sporco quanto basta è il miglior tentativo di imitazione possibile di Pinkerton. Chapeau. Abbandonata definitivamente l'iper produzione di Make Believe e Ratitude, i Weezer buttano fuori il loro classico disco di power punk, con la solita dose di naivité nei testi di Cuomo (Let The Music Play, let the good times roll...). A differenza del recentissimo passato di Hurley (disco con il volto dell'omonimo personaggio di Lost in copertina) i pezzi sono decisamente più belli (Trampoline) e gli assoli più riusciti (vedi Blowin' My Stack), mentre rispetto a 15/16 anni fa ora ci sono sonorità anni Ottanta che affiorano qua e la a diversificare un po i brani, come gli effettini all'inizio di Autopilot o di Outta Here.



martedì 8 febbraio 2011

The Cure: Boys Don't Cry



Be positive.,,

giovedì 3 febbraio 2011

All The People!

Il chitarrista dei Blur Graham Coxon ha fatto sapere di essere pronto, assieme a Damon Albarn, Alex James e Dave Rowntree, a fissare su nastro del nuovo materiale in vista di una futura pubblicazione del gruppo: l'annuncio, seppur non così esplicito, è avvenuto qualche ora fa per mezzo dell'account di Twitter dell'artista. "Sono fuori a vedere i ragazzi per un caffé, e forse per tornare a schiacciare il tasto 'record' del registratore", ha scritto Coxon. Alla richiesta di maggiori informazioni da parte dei suoi "followers", il musicista - nato a Rinteln, in Germania, nel marzo del '69, ha risposto: "E' solo una riunione, meglio che non mi porti dietro la chitarra". Lo scorso novembre Damon Albarn - che aveva precedentemente annunciato di sospendere a tempo indeterminato le attività coi Gorillaz per almeno tutto il 2011 - aveva fatto intendere di voler riattivare i Blur, benché, allora, non ci fosse alcun piano né per la registrazione di materiale inedito né per un eventuale tour. Il gruppo, che con gli Oasis segnò il periodo d'oro del brit-pop negli anni Novanta, è discograficamente fermo dal 2010, quando pubblicò il singolo Fool's day per il Record Store Day, mentre l'ultima attività dal vivo venne registrata l'anno precedente, quando si esibì al festival T in the Park, in Scozia.

Source: www.rockol.it

martedì 1 febbraio 2011

Skunk Anansie: Wonderlustre

Si scrive Wonderlustre ma si legge compromesso: l'ultima prova in studio degli Skunk Anansie “ di e con" (ma soprattutto di) Skin è frutto di un difficile equilibrio tra il rock robusto degli esordi (piuttosto sacrificato) e la vena melodica dei pezzi più soft licenziati dalla cantante durante la sua parentesi solista. L'idea del compromesso si rafforza ulteriormente facendo una (maligna) analisi prettamente commerciale: nonostante il ritorno ad un rock più incisivo maturato nella seconda fase della sua corsa in solitaria, i risultati non sono stati minimamente paragonabili a quelli conseguiti con Ace e i vecchi compagni d'avventura. Rimettersi assieme quindi avrebbe fatto bene un po a tutti e c.v.d. le ruggini vengono lasciate da parte. Fortunatamente questa lettura è vera solo in parte poiché a confutarla ci sono canzoni vere, e un'alchimia che nonostante qualche “aiuto esterno” non sembra per nulla forzata. Wonderlustre accorda ed integra al suo interno You Saved Me e il contagiosissimo rock di My Ugly Boy, saccheggiato dalle radio di mezza Europa, alla pari di Over The Love. Ma per la maggiore la bussola è orientata a seguire la strada maestra delle ballate (il disco ne offre parecchie) anche perché senza esseri ipocriti ricreare in laboratorio la rabbia degli esordi sarebbe esercizio di stile, necessità di marketing e non artistica. Intendiamoci, sono tutti episodi apprezzabili e immediatamente riconoscibili, ma l'unico difetto di Wonderlustre è la ricerca spasmodica di una nuova Hedonism o di un'altra Secretly: con buona pace di chi scrive quei tempi (e quella ispirazione) sono andati e non torneranno più, oggi i “lenti” sono meno d'impatto ma costruiti attorno alla voce e all'interpretazione di Skin, come nel caso di I Will Stay But You Should. Ben venga It Doesn't Matter a ricordarci cosa sono in grado di fare gli Skunk più in palla. E poi Selling Jesus o Charlie Big Potato si possono sempre ascoltare dal vivo o sui vecchi cd.



Quanti ricordi con questa...

martedì 25 gennaio 2011

The Black Crowes: Croweology

Croweology, doppio cd dei Black Crowes è tante cose tutte assieme: innanzitutto un grandissmo live album testimonianza di una band ancora una volta in stato di grazia, poi è il riassunto della carriera del gruppo, erede della migliore tradizione rock a stelle e strisce (secondo il magazine Melody Maker "The most rock'n roll band of rock'n roll"). Purtroppo questo disco ne è anche il commiato: i fratelli Rich e Chris Robinson hanno deciso di smettere di volare per qualche tempo, con buona pace dei milioni di fan sparsi un po ovunque (hanno venduto oltre 20 milioni di dischi), soprattutto in America. Croweology è quindi un bilancio, la quadratura di un cerchio, un addio (speriamo arrivederci) in musica lungo un pugno di canzoni, 20, esattamente come gli anni di carriera per questi ragazzacci di Atlanta, che dall'esordio del 1990 fino al 1994/96 si storidirono più e più volte tra droghe, alcool donne, risse e litigi, insomma delle teste calde. Ma la musica... chapeau! La triade iniziale _completata da The Southern Harmony e da Amorica del 1994_ ha regalato momenti altissimi, in bilico tra Stones, Faces, Santana e The Band. Ed è bello ascoltare Croweology proprio per il piacere di sorprendersi con nuovi arrangiamenti, nuovi strumenti, una nuova veste per classici impressi da anni nel cuore di chi ha scritto queste righe. L'esordio, oggi come nell'album di debutto di 20 anni fa è affidato a Jealous Again: Stones al quadrato. Remedy in questa versione dilatata e distesa si lascia apprezzare come sempre. Non-Fiction è bella come in Amorica, esattamente come l'uno due di Ballad in Urgency-Wiser Time, probabilmente uno dei momenti più alti di sempre del rock americano. Sentire la voce di Chris cambiata si ma ancora graffiante è un'emozione, anche quando diventa difficile raggiungere certe note così alte. Il secondo dischetto si apre con la toccante She Talks To Angels e termina con il blues di Bad Luck Blue Eyes Good Bye, la loro Since I've Been Loving You ( storico pezzo dei Led Zeppelin). In mezzo il groove di Downtown Money Waster, il rock acustico di Morning Song e un'altra manciata di canzoni indimenticabili. Let's say Goodnight To The Bad Guys!


lunedì 24 gennaio 2011

Cold War Kids: Mine Is Yours

Se ci fermassimo e la smettessimo di correre almeno per un secondo non potremmo non accorgerci della bravura dei Cold War Kids. Basterebbe avere un attimo di pazienza e fidarsi (un po alla cieca me ne rendo conto) di chi sta scrivendo questa recensione per passare un'oretta scarsa in compagnia di ottima musica. Il paradosso è che nell'era di I-Tunes e del web 2.0, afflitti da manie di onnipotenza e ingordigia musicale finiamo per scaricare il maggior numero possibile di mp3, ma anche per dimenticarci di molte cose. Troppa carne al fuoco e il risultato è che si trascurano cavalli di razza. Loro, i Cold War Kids capitanati dal cantante e pianista Nathalin Willet rientrano in questa categoria per svariati motivi. Loro sono una spanna sopra gli altri e sempre loro sono puntualmente dimenticati dai più. Certo la musica proposta non è facilmente accessibile: nonostante siano Californiani (e quindi contravvenendo al più classico dei luoghi comuni che vorrebbe solo gruppi spensierati in quel pezzetto d'America) il loro è un sound cupo, molto brit e impregnato dall'attitudine dark di certa new wave anni '80. Rispetto all'illustre concorrenza che si rifà a Cure, Joy Division e soci però quelle atmosfere sono sporcate con sonorità americane che affiorano di tanto in tanto. L'ingrediente segreto. Fossero usciti 20/25 anni fa forse avrebbero fatto il botto, oggi incomprensibilmente, si devono accontentare del ruolo di cult band. Billy Corgan degli Smashing Pumpkins già ai tempi del sorprendente Robbers & Cowards ne parlava in toni entusiastici. Ci fosse una giustizia divina nel mondo della musica questo terzo disco, sicuramente meno ostico del precedente, dovrebbe ottenere migliori fortune. Royal Blue si apre al pop con una melodia piacevolissima, nella quale i singoli arrangiamenti all'apparenza discordanti finiscono per incastrarsi alla perfezione. Louder Than Ever è li e chiede solo di essere “postata” e codnvisa su qualche social network. D'altronde lo hanno detto anche loro intitolando il loro terzo album Mine is Yours: quel che è mio è tuo.

martedì 18 gennaio 2011

Soundgarden: Telephantasm

Questo disco, passato inosservato nonostante la certificazione doc, ovvero il marchio di fabbrica della band che lo ha realizzato, merita una seconda chance: stiamo parlando dei Soundgarden, rientrati in corsa dopo lo scioglimento di fine anni 90'. Stiamo parlando di un gruppo che per qualità, anche nei suoi periodi più bui, è stato abbondantemente sopra la media. Una decisione dolorosa la separazione, che sancì la fine simbolica di parte della scena di Seattle e dintorni. Infatti, la chiusura di quel capitolo _iniziato all'alba degli anni Ottanta_ diede il colpo del definitivo ko (dopo la morte di Kurt Kobain) ad un movimento su cui lentamente si spensero i riflettori. Il discorso è stato riportato in auge nell'ultimo biennio, quando oltre ai soliti grandi nomi che non hanno mai mollato (Pearl Jam, Mark Lanegan, Mudhoney, Melvins, Dave Grohl etc.) e ai second comer (Stone Temple Pilots su tutti) sono tornati i redivivi Alice in Chains ed ora i Soundgarden: nomi grossi. E Telephantasm è il loro biglietto da visita, la testimonianza di una delle band più straordinarie degli ultimi vent'anni. Nonostante la musica sia una scienza inesatta qui siamo di fronte ad algoritmi quasi matematici: una sezione ritmica granitica, un wall of sound incredibile che dipinge scenari apocalittici (come quelli della cover dell'album) dai quali è visibile nitidamente il profilo di Cornell: shouter della migliore tradizione dell'hard rock, tanto per capirci un Robert Plant anni '90 che si avventura con caparbietà spingendo al limite delle proprie possibilità una voce unica. Black Rain, outtake riaggiornata proveniente dalle sessions di un disco del 1992 intitolato Badmotorfinger, ricorda al mondo la forza deflagrante che sprigionava il quartetto on stage, qualcosa fatta lustri prima solo dai Led Zeppelin. Ovviamente è consigliata la versione deluxe, ricca di demo, outtake, live version che si accompagnano al cd vero e proprio, una sorta di greatest hits che ripercorre tutta la carriera della formazione, dagli esordi più hard rock alle contaminazioni che fecero la fortuna di Superunknown passando per l'epicità essenziale di Down on The Upside, ricco di gemme come Blow The Upside World e Pretty Noose. Da (ri)scoprire.

giovedì 13 gennaio 2011

Beady Eye: The Roller

-This tune just gets better & better-

mercoledì 12 gennaio 2011

Tron Legacy: O.S.T.

Dopo aver visto al cinema Tron Legacy, sequel del primo capitolo fantascientifico del 1982 (intitolato Tron) con Jeff Bridges ho deciso di "approfondire" il discorso ascoltando la colonna sonora del lungometraggio composta ad hoc dai Daft Punk, vero e proprio valore aggiunto dell'intero progetto targato Disney. Dato che l'ultimo vero lavoro del gruppo elettronico risale a 5 anni fa (il sorprendente Human After All) molti fan attendevano con ansia qualcosa firmato dal duo francese e vista la penuria di produzioni griffate dai nostri anche una soundtrack è utile per ingannare l'attesa. I Daft Punk sono stati maestri ancora una volta: abili a calarsi appieno nel mood "revivalista" del film, hanno pianificato un accompagnamento che unisce e rielabora frammenti di suoni vecchi di vent'anni come l'incipit di Rinzler (le prime colonne sonore del genere) abbinandoli ad inserti più "classici" e ariosi con ampie sezioni di archi. Classica ed elettronica raramente si sono sposate così bene e il merito è tutto di questi alchimisti sonici. Il pezzo intitolato The Game Has Changed (volutamente abbozzato) è eloquente un questo senso. Adagio for Tron, e Nocturne _potrebbero tranquillamente essere state composte da Morricone o Williams_ spostano decisamente l'orizzonte verso la musica classica. Poi quando l'ascolto sembra indirizzato su certi binari ci pensa End of Line (i Daft punk la suonano in un cameo del film dove giocoforza sono dee jays in un locale virtuale ) a ridiscutere il tutto. Se Fall accompagna le scene più ricche di pathos di questo cult riaggiornato, il Jolly è l'energica Derezzed, inconfondibile dimostrazione di tecnica e stile.

martedì 11 gennaio 2011

11/01/'11

ANNA AMA OTTO

domenica 9 gennaio 2011

Best of 2010

Rieccomi dopo qualche giorno di latitanza dal blog... per l'occasione ho deciso di postare la mia personale classifica (uscita anche sull'inserto Alta Fedeltà) con il meglio del 2010, artisti, album e canzoni (con link annessi), esattamente come ho fatto l'anno scorso. Keep on rockin' in a free world.
1) Manic Street Preachers
Postcards from a young man
The Descent http://www.youtube.com/watch?v=h3rMCgGhrME
2) Stone Temple Pilots
S/t
Take a Load Off http://www.youtube.com/watch?v=L69lQB8zBJw
3) The Black Crowes
Croweology
Thorn in My Pride http://www.youtube.com/watch?v=03DdRyLEYWc&feature=related
4) The Charlatans
Who We Touch
Love Is Ending http://www.youtube.com/watch?v=WwO6H9rTfMg
5) Isobel Campbell & Mark Lanegan
Hawk
You Won't Let Me Down Again http://www.youtube.com/watch?v=8TQJAb3W838
6) Black Rebel Motorcycle Club
Beat The Devil's Tattoo
Bad Blood http://www.youtube.com/watch?v=pc3MDCYtK8w
7) Slash
S/t
Promise
http://www.youtube.com/watch?v=gkrKN5fn4P4&feature=related
8) Mike Patton
Mondo Cane
Deep Down http://www.youtube.com/watch?v=zaUrzMeS4xg
9) Jamiroquai
Rock Dust Light Star
Blue Skies http://www.youtube.com/watch?v=Dg7E9wEQVOA
10) Kula Shaker
Pilgrim's Progress
Peter Pan R.I.P.
http://www.youtube.com/watch?v=h47fHpIL-MY

giovedì 6 gennaio 2011

Gorillaz: The Fall

Speak It!, SoundyThingie, Mugician, Solo Synth, Cleartune, StudioMiniXI, BassLine, Harmonizer: sono alcune delle applicazioni per I-Pad con le quali i Gorillaz hanno registrato The Fall, regalo natalizio per i loro fan. Attenzione: non è del seguito dell'ottimo Plastic Beach che stiamo parlando, ma di un divertissement senza troppe velleità, e purtroppo (va detto) senza molti guizzi. Stavolta non c'è nessuna potenziale hit, nessuna Clint Eastwood all'orizzonte. Ovvio, sarebbe impossibile biasimare Damon Albarn & Co. per aver tenuto in serbo i colpi migliori in vista del prossimo Lp, e altrettanto logico invece apprezzare lo sforzo, sulla via di uno sperimentalismo tout court, che mette al centro, non le idee ma i mezzi, gli strumenti più dei musicisti, la forma e non la sostanza. In una parola sola la tecnologia. Probabilmente l'ex singer dei Blur rientra nella schiera di chi individua nei supporti digitali e hi-tech la vera rivoluzione (forse l'ultima?) per il futuro della musica. In molte interviste Albarn si è detto entusiasta della tablet oggetto "cult" del 2010, e con altrettanta fierezza ha presentato al mondo questo suo nuovo lavoro che per importanza prettamente musicale potremmo accostare ad un disco di outtake, remix e lati b, (lui lo chiamo D Sides) ma nell'insieme stiamo parlando di una rivoluzione copernicana: i Gorillaz hanno aperto un varco, individuando nella marea di app utilizzate il corrispettivo dello scratch anni '80. Alcune soluzioni sono al limite del kitch _l'intro di Phoner to Arizona_ altre sono proprio trovate da guascone, come l'assurdo Seattle Yodel pochi secondi di delirio per quello che è un piccolo ossimoro musicale lungo 39 secondi. Poi c'è Revolving Doors, tra i pezzi suonati di The Fall e in Hillibilly Man spunta anche la chitarra dell'ex Clash Mick Jones. L'urlo à la Prodigy di Detroit (il bluff durerà pochi secondi) apre a un sound da happy hour, in mezzo ci sono anche basi da mc e atmosfere vicine alle vibrazioni provenienti da Bristol.