Nati dalle ceneri dei redivivi At The Drive In, i Mars Volta dopo il deludente Octahedron sono finalmente riusciti a risalire la china con un lavoro di grande livello. Guidati da Omar Rodriguez Lopez e Cedric Bixler-Zavala, sono alfieri di un prog rock schizioide: è come se il Santana dei 60/70 dopato di anfetamine suonasse alla velocità della luce assieme ai King Crimson. In questo Noctourniquet hanno finalmente trovato la via per rendere l'album assimilabile all'ascoltatore in tempi quasi ragionevoli. Il tutto senza eliminare le consuete stratificazioni sonore, con provocazioni (chitarre registrate al contrario, strumenti a volte in dissonanza tra loro, cambi di tempo e d'atmosfera repentini), ma a differenza del pretenzioso Amputechture, senza fare il passo più lungo della gamba e garantendo coesione, logica e sorprese. Molochwalker, ai mille all'ora improvvisamente frena e ti sbatte contro un muro accompagnato dai riff convulsivi di Lopez, mentre Cedric si diverte a fare Robert Plant. Vedamalady e Imago sono ballad che consegnano la miglior prova del cantante, dai tempi del classico Televators (2003). Un drumming puntuale e un timido approccio con l'elettronica sono le fondamenta della title track che regala altri chours epici, mentre Aegis suona _ specie nella parte iniziale _ come i Radiohead (!) Con questo disco (un concept basato sul mito greco di Giacinto e su un "cattivo" dei fumetti americano) i Mars Volta trovano il giusto compromesso tra la forma canzone e la loro bulimia sonica.giovedì 12 aprile 2012
The Mars Volta: Noctourniquet
Nati dalle ceneri dei redivivi At The Drive In, i Mars Volta dopo il deludente Octahedron sono finalmente riusciti a risalire la china con un lavoro di grande livello. Guidati da Omar Rodriguez Lopez e Cedric Bixler-Zavala, sono alfieri di un prog rock schizioide: è come se il Santana dei 60/70 dopato di anfetamine suonasse alla velocità della luce assieme ai King Crimson. In questo Noctourniquet hanno finalmente trovato la via per rendere l'album assimilabile all'ascoltatore in tempi quasi ragionevoli. Il tutto senza eliminare le consuete stratificazioni sonore, con provocazioni (chitarre registrate al contrario, strumenti a volte in dissonanza tra loro, cambi di tempo e d'atmosfera repentini), ma a differenza del pretenzioso Amputechture, senza fare il passo più lungo della gamba e garantendo coesione, logica e sorprese. Molochwalker, ai mille all'ora improvvisamente frena e ti sbatte contro un muro accompagnato dai riff convulsivi di Lopez, mentre Cedric si diverte a fare Robert Plant. Vedamalady e Imago sono ballad che consegnano la miglior prova del cantante, dai tempi del classico Televators (2003). Un drumming puntuale e un timido approccio con l'elettronica sono le fondamenta della title track che regala altri chours epici, mentre Aegis suona _ specie nella parte iniziale _ come i Radiohead (!) Con questo disco (un concept basato sul mito greco di Giacinto e su un "cattivo" dei fumetti americano) i Mars Volta trovano il giusto compromesso tra la forma canzone e la loro bulimia sonica.
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mercoledì 11 aprile 2012
Foo Fighters: One By One
La storia di One By One è la storia di un album rinnegato almeno un paio di volte: in fase di pre-produzione _ quando Dave Grohl buttò nel cestino la prima versione, giudicata troppo prodotta _ e ad anni di distanza, quando il disco era già stato assimilato e portato in tour. In realtà si tratta del primo vero disco dei Foos del nuovo corso, qui lontani anni luce dal pop del multiplatinum There's Nothing Left To Lose. Questo lavoro costituisce lo spartiacque nella carriera della formazione, affrancatasi definitivamente dal bisogno di visibilità che aveva contraddistinto il loro ultimo scampolo degli anni Novanta e volenterosa di crescere incurante delle mode del momento. Forse ispirato dalla contemporanea collaborazione con i Queens of The Stone Age, l'ex drummer dei Nirvana confeziona un prodotto credibile ed immediato. Il risultato di questa “operazione verità” è di grande valore: senza One By One, il successivo In Your Honour (forse il lavoro più ambizioso del gruppo) non sarebbe mai stato realizzato. La feroce All My Life inaugura nel migliore dei modi una serie di singoli al fulmicotone (The Pretender, White Limo tanto per citare i più recenti“biglietti da visita” degli ultimi capitoli della band americana). Sulla stessa lunghezza d'onda dell'opener single anche Have It All. Il maggior livello di pathos si raggiunge nella ballad Lonely as You, nel secondo estratto Times Like These e specialmente nella conclusiva Come Back, ispirata e sofferta quanto basta. Monocorde ma tremendamente efficace Low, il cui video allucinato, con Grohl e l'amico Jack Black a sfasciare una stanza di Motel, è ancora oggi un must per gli adepti al culto del gruppo.
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martedì 10 aprile 2012
domenica 8 aprile 2012
domenica 1 aprile 2012
venerdì 30 marzo 2012
Band of Skulls: Sweet Sour
Nostalgici dei White Stripes di tutto il mondo unitevi e gioite: Sweet Sour terzo disco degli inglesi Band of Skulls è quanto di più vicino ci possa essere ai torridi riff blues che un certo Jack White elargiva senza risparmiarsi giusto qualche tempo fa (Icky Thump tanto per fare un esempio). Rispetto al main project di Mr.White però la formazione di Southampton ha ben altro tiro e può vantare una compattezza sonora invidiabile e di tutto rispetto. Diciamolo subito: questo è un disco da avere. Sicuramente non per la sua originalità (chiedere a una manciata di canzoni garage rock di suonare come brani di Kid A suona un po’ troppo pretenzioso no?) ma per puro e semplice entertainment. Un disco da avere e sentire in macchina, un disco da metabolizzare quasi in loop. Sweet Sour suona bene dalla prima all’ultima nota, una sberla in faccia, con gli strumenti belli nitidi, senza lo straccio di una tastiera, un po’ come si faceva ai vecchi tempi. A dirla tutta convincono quasi più dei grandissimi Black Keys. Devil Takes Care of His Own è una cavalcata rock decisa che si sfoga in un ritornello perfetto, mentre la title track cita tutti e nessuno, ad esempio, quella chitarra che suona una manciata di note scollegate dal resto ricorda esperimenti cari a Jimmy Page quando il dirigibile degli Zep volava alto nel cielo. L’intersecarsi delle voci di Emma Richardson e Russel Marsen funziona a meraviglia, specie nei pezzi più tirati. Bene anche il mid tempo Bruises, primo singolo in bilico tra gli Yeah Yeah Yeahs e ( a livello prettamente musicale) i Kings of Leon meno caciaroni.
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giovedì 29 marzo 2012
Aerosmith: Train Kept a Rollin'
Dopo l'incoraggiante annuncio relativo al tour americano per l'estate 2012, si inizia a parlare di scadenze certe per il nuovo album degli Aerosmith: "Siamo stati chiusi in studio per quattro mesi facendo quello che sappiamo fare meglio", ha specificato il frontman Steven Tyler nel corso di una conferenza stampa svoltasi ieri a Los Angeles, "Ci restano ancora due canzoni da finire, prima di iniziare i mixaggi". Tra i brani che dovrebbero figurare nella tracklist sarebbero presenti "Legendary child", "Beautiful" e "Out go the lights". Per il resto, tanto Tyler quanto Perry, negli ultimi tempi protagonisti di incomprensioni reciproche, sono sembrati in perfetta armonia: il cantante non ha perso occasione per ringraziare il collega per aver suonato alla chitarra "Happy birthday" in occasione del suo sessantaquattresimo compleanno, mentre Perry - che era parso piuttosto insofferente per gli impegni televisivi di Tyler come giudice di "American idol" - ha benevolmente scherzato sugli impegni extra-musicali del cantante. "Come ci si sente ad avere una star della TV nel gruppo?", ha dichiarato Perry: "Benissimo: ci regala un sacco di occhiali da sole...".


source: www.rockol.it
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mercoledì 28 marzo 2012
Paul Weller: Sonik Kicks
Di cliché Paul Weller proprio non vuol sentir parlare: leader dei Jam, ottiene il successo e soprattutto lo status di “grande” della musica albionica. Poi si “stanca” del suo giocattolo e fonda gli Style Council. Poi manda ancora tutto all'aria e inizia una lunga e fortunata carriera solista. Una carriera che _ specie negli ultimi anni _ ha dato prova di essere ancora vitale, grazie ad una scrittura classica, ma mai didascalica. Stiamo parlando di uno dei maggiori compositori inglesi, stimato in egual misura da entrambi i Gallagher o dai Blur in toto. E non è un caso che questo _ interessante _ Sonik Kicks ospiti sia Graham Coxon che l'ex Oasis Noel. Nelle intenzioni il disco vorrebbe assestare un bel calcio a chi aveva profetizzato un Weller a corto d'ispirazione e stimoli dopo lo sforzo del doppio 22 Dreams e del recente Wake Up Nation. Niente di più errato. L'autore _ con un colpo di reni (l'ennesimo e scommetto non l'ultimo) abbandona la via del convenzionale in favore di un sound più moderno. Un lifting che fa suonare That Dangerous Age non come un estratto del capolavoro Stanley Road (in piena Brit Pop era) ma quasi come un pezzo dei Gorillaz (!). Ovviamente dalle anticipazioni del disco sono già piovute sul Modfather alcune critiche, come se dovesse ripetere all'infinito album come Studio 150 (un tributo al classico pop soul made in UK). La verità sta nel mezzo: Sonik Kicks, qualcosa di più di un divertissement, unisce certezze di Welleriana Memoria (The Attic) con inusuali provocazioni (Around The Lake).
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sabato 17 marzo 2012
mercoledì 14 marzo 2012
domenica 11 marzo 2012
La guerra del Brit Pop finisce a tarallucci e vino
Anni fa si lanciavano anatemi a go - go. Ora per gli Nme Awards 2012 fanno _ pubblicamente _ la pace. Rimane il fatto che Albarn è invecchiato di brutto.
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sabato 10 marzo 2012
Lana Del Rey: Born to Die
Lana del Rey gioca _ travestita da Fiona Apple _ nello stesso campionato delle varie Britney Spears, o Lady Gaga. Sta sbancando un po' dappertutto, giungendo dall'anonimato ai salotti buoni dei principali network televisivi. Born to Die è, a partire dal titolo, un'immersione nelle acque torbide e scure delineate dall'indole della giovane cantante. Anche se qui come nei video della Germanotta si intravede la medesima volontà nell'impressionare il pubblico con effetti a sorpresa (la Del Rey che canta su un trono vicino a due tigri), non c'è quel fragore, quella tamarraggine fastidiosa che ha reso miliardarie le varie starlette di cui sopra. La musica è sommessa, lenta ed ipnotica, l'andamento dei vari brani è orizzontale, questo significa che non ci sono slanci, non ci sono improvvisi cambi di tempo, ma piuttosto si segue costantemente un canone e una linea ben definiti (Video Games, Blue Jeans). Intendiamoci, sono pezzi perfetti per essere inseriti in ogni colonna sonora, sia di film "alternative" che di blockbuster, proprio perché seguono l'aspirazione di chi ha creduto e spinto per un progetto del genere, più che una raccolta di canzoni un concept d'atmosfera. Guardando il video della sua imbarazzante performance al Saturday Night Live, vien quasi da pensare che Lana Del Rey non sia ne una predestinata, ne _ per carità _ una raccomandata, ma semplicemente si sia trovata nel posto giusto al momento giusto. E come direbbe qualcuno a pensar male...
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giovedì 8 marzo 2012
Bruce Springsteen: Wrecking Ball
Nel 2001 con The Rising invocava la rinascita dell'America, colpita nel profondo dopo l'11 settembre, ora dieci anni dopo il Boss chiede di azzerare tutto, ripartire, de-costruire quello che è stato fatto nel frattempo. Wrecking Ball (letteralmente palla da demolizione) vorrebbe mettere subito la parola fine alla crisi in cui si sono impantanati gli Usa (This Depression) con la forza della propria rabbia. Un sentimento che, sposandosi con un generale senso di disillusione e amarezza, costituisce l'ossatura concettuale del disco. Ci sono slanci positivi e ottimistici, ma questi vengono dal singolo, non da istituzioni, non da masse consapevoli, non da nazioni: We Take Care of Our Own con il suo piglio deciso non lascia spazio a fraintendimenti. Molto più brillante di Magic, e di Working on a Dream questo album va annoverato tra i migliori di un Boss che qui, ricopre un ruolo centrale rispetto alla E-Street Band, meno protagonista rispetto al recente passato. Se anche l'inserimento di un inciso hip hop in una sua canzone _ Rocky Ground _ non suona blasfemo ma semplicemente bene vuol dire che Springsteen ha trovato la giusta quadratura del cerchio. Country, gospel, folk, rock, in Wrecking Ball c'è tutto, c'è la tradizione americana che suona diretta, urgente, viva (You've got it). Commovente la versione in studio di Land of Hope and Dreams (già presente sul Live From New York City del 2001) con il solo di sax _ perfetto _ del compianto Clarence Clemmons: da brividi
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giovedì 1 marzo 2012
domenica 5 febbraio 2012
venerdì 3 febbraio 2012
Bruce Springsteen: Nebraska
Nebraska, ovvero la terra di mezzo tra la varietà espressiva di The River e l'enfaticità di Born In The Usa. Cronologicamente è il primo disco in solitaria del Boss, per la prima volta in libera uscita dalla E-Street Band. Nebraska, pubblicato nel 1982, è a conti fatti il fantasma di Tom Joad un decennio prima o l'apertura della trilogia conclusasi con Devils and Dust del 2005. Un disco di purificazione, sincero, schietto, un disco in minore, registrato in presa diretta senza praticamente nessuna aggiunta in fase di produzione e mastering. Secondo alcuni biografi (non autorizzati) il Boss dopo il successo abbagliante di The River avrebbe perso la bussola per qualche tempo: preoccupato per non riuscire a ripetersi dopo il suo ultimo best seller, decise di fare tutto da solo. Registrato con un multitraccia a quattro piste, con chitarra acustica, voce, basso e armonica, Nebraska è sofferto dalla prima all'ultima nota. I concetti, le storie della middle class americana più vera, quella che ha sempre popolato le sue canzoni, arrivano al pubblico con una forza differente, meno “addomesticata” rispetto ad esempio alla title track di Born in The Usa, un brano che per anni è stato clamoroso fraintendimento di massa, con gran parte dell'opinione pubblica che giudicava il pezzo tronfio e troppo patriottico, quando in realtà era una critica feroce all'immaginario mainstream della società statunitense. Atlantic City, di diritto nella top five di Springsteen è da brividi, come del resto tutto il disco nella sua interezza. Imprescindibile per comprendere appieno uno dei più grandi songwriters di sempre. "...Well now everything dies baby that's a fact, But maybe everything that dies someday comes back, Put your makeup on fix your hair up pretty, And meet me tonight in Atlantic City..."
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martedì 31 gennaio 2012
mercoledì 25 gennaio 2012
Litfiba: Grande Nazione
Il tempo, ultimo tema analizzato con Infinito nella Tetralogia degli Elementi (dopo fuoco terra, aria e acqua) si sa cura le ferite. Galantuomo ha finito con l'appianare i dissapori profondi tra Piero e Ghigo, ponendo fine ad un divorzio ormai decennale. Forse è l'unico vincitore nella guerra fredda tra le due anime dei Litfiba, quello stesso gruppo che secondo Pelù "nei Novanta era diventato come la Dc dei Settanta: ciò che ci sforzavamo di combattere agli esordi". La carriera solista del cantante fiorentino seppur commercialmente florida, iniziò nel peggiore dei modi (Toro Loco), mentre i Litfiba senza il loro leader indiscusso terminarono altrettanto male sul finire degli anni zero ridotti a suonare alle sagre di paese. Sul sito ufficiale del gruppo, dove sono stati eliminati dalla discografia ufficiale i 3 (trascurabili) album di Ghigo, sembra che dieci anni non siano nemmeno passati. Con il salto a pié pari da Infinito, via Stato Libero, all'ultimo Grande Nazione, quasi che il decennio da separati in casa fosse un onta di cui vergognarsi. Sonicamente siamo lontani dal pop morriconiano de Il mio corpo che cambia, sostituito da un sound nel complesso simile alle atmosfere di Spirito e in misura minore Terremoto, coppia di album quelli veramente memorabili, classici della fase a due dei Litfiba appena sotto ai capolavori con la prima formazione (da Desaparecido a Litfiba3). Purtroppo l'album evidenzia un unico difetto grandissimo: il primo singolo, banale, tamarro, Lo Squalo. Pessima scelta quindi, perché poi il wah wah di Ghigo, le invettive di Piero sulla malaffare all'italiana ci sono tutte, come negli anni belli di Terremoto, c'è lo sdegno nei confronti della politica (Tutti Buoni), l'atmosfera rock tzigana di Fiesta Tosta, la ballad conclusiva de La Mia Valigia. Se dal vivo hanno ancora un gran tiro, in studio però c'è un pò di ruggine... D'altronde lo dice anche Piero nell'energica Brado "Essere liberi non è mai gratis" e i dieci anni in solitaria forse sono costati (caro) a entrambi.
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giovedì 19 gennaio 2012
Queens of The Stone Age: Song For The Deaf
Una macchina sfreccia lungo le polverose strade del deserto americano, a bordo personaggi poco raccomandabili, brutti ceffi. Un sound ossessivo, l'incedere del basso cupo, un drumming indemoniato e un pugno di canzoni memorabili. Al terzo disco le regine fanno il colpaccio: Songs For The Deaf è probabilmente il miglior lavoro mai pensato dalla mutevole formazione capitanata da Homme. Due anni dopo l'apprezzato Rated R i Queens _ per l'ultima volta con Nick Olivieri _ stanno vivendo il loro momento magico, ammantato da un fascino oscuro e immortalato nel delirante ed iconico video di No One Knows. A conti fatti proprio questa breve parentesi di estasi infernale ha dato agli orfani del rock di Seattle e non solo una nuova prospettiva in anni dove il trascurabilissimo "new metal" non brillava certo per originalità o voglia di sperimentare. Dopo Songs... il gruppo, guidato dal solo Homme, non si ripeterà mai più, prodigandosi tra lavori discreti (Era Vulgaris) ma letteralmente svuotati da quell'imprevidibilità/pazzia di questi brani. Dischi piacevoli, ma per carità, Songs... è tutta un'altra cosa. Un esempio perfetto in questo senso è rappresentato dalla title track in cui, dal nulla spunta la voce di Lanegan in una staffetta con il fondatore del gruppo, poi l'annuncio di uno speaker radiofonico a cui seguono pochi secondi di caos. First It Giveth non ha bisogno di presentazioni, God Is The Radio invece sembra la gemella cattiva _ specie nella sua parte introduttiva _ della floydiana Money. Mosquito Song è il pezzo che più di tutti, si avvicina con un piglio seventies alla comune concezione di ballad, certamente più di Another Love Song. In definitiva si tratta di un disco senza cali di tensione o brani minori, molto più forte nel suo insieme rispetto alla sue singole componenti prese singolarmente.
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giovedì 12 gennaio 2012
Maria Antonietta: S/T
Verrebbe quasi da crederle quando dice che tutte le sue canzoni parlando di... ehm... un solo c#%!zo di argomento: la sua incapacità di accettare la realtà. Invece, a dispetto della parafrasi, le cose sono ben diverse. L'ex cantante degli Young Wrists sa bene come muoversi, e soprattutto cosa dire. Sa bene che questi pezzi consegneranno al pubblico un piccolo bignami di citazioni. Sa bene quanta fortuna ha portato quella “spiaggia deturpata” a Vasco Brondi (aka Le Luci della Centrale Elettrica). Certo, sentire parlare di massimi sistemi e Dio fa un po sorridere in un disco così, meglio quando parla in prima persona, quando si racconta e ci racconta qualcosa di se (Saliva), o forse (maligno) dell'immagine che sta facendo passare (“Ed ho mentito per una vita intera”, confessa in Maria Antonietta). Le uscite che fa, con piglio nevrotico, sembrano quasi calcolate, studiate passo passo. Forse certi testi non sono nemmeno così difficili da scrivere, ma il brutto _ c'è da scommetterci _ inizia quando ci si trova davanti ad un microfono. In questo Maria Antonietta sa il fatto suo. A livello di stile emerge su tutti un dato inconfutabile: una camaleontica vena interpretativa, capace di fondere assieme diversi registri, umori e stati d'animo. Un'altra cosa è certa, canzoni del genere, nel bene e nel male non lasciano indifferenti. Citando tutti e nessuno _ Nada, la Consoli, Juliette Lewis, Karen O etc._ Maria Antonietta piega lo stereotipo rock (Motel) a proprio uso e consumo attraverso una buona dose di indie/punk/pop/lo-fi. Probabilmente se la Pausini avesse avuto un briciolo del carisma di Maria, avrebbe mandato Marco all'inferno appena messo piede su quel treno, risparmiandosi (e risparmiando all'umanità) vent'anni di Solitudine.
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mercoledì 4 gennaio 2012
Amy Winehouse: Lioness, Hidden Treasures
Our Day Will Come è, dall'inizio alla fine _ per i suoi 2 minuti e 46 secondi totali _ perfetta. L'unica testimonianza tangibile, compiuta e finita di quanto Amy avesse in mente per il post Back to Black best seller mondiale. Voleva un disco vagamente dalle atmosfere in levare, nuovo background sul quale innestare la sua voce, incredibile. Una capacità interpretativa unica, ma oggetto di infiniti tentativi di imitazione (specie in Italia, dove talent show di plastica proponevano, giusto due o tre anni fa vergognosi e imbarazzanti cloni). A causa della sua prematura scomparsa, il mosaico non ha preso mai forma, lasciando ai fan di mezzo mondo un pugno di mosche. Almeno fino alla pubblicazione di questo disco postumo. Lioness: Hidden Treasures, pur non essendo per definizione e genesi il "vero" terzo album della tormentata soul singer è quantomeno un testamento artistico dal grande valore, un'eterogenea panoramica sul suo tormentato percorso artistico dell'ultima iscritta al club dei 27 (assieme a lei Kobain. Morrison, Jones, Hendrix...). Si va dalla cover di The Girl From Ipanema, prima canzone suonata a un produttore nel 2002 (quindi ben prima del debutto pop jazz di Frank), all'ultimo brano inciso in studio nella sua vita, Body and Soul, duetto con il crooner Tony Bennet. In mezzo una manciata di cover, versioni alternative e altre outtake. Tears Dry, rallentata, ha lo stesso incedere di Love Is A Loosing Game. La minimale Wake Up Alone, registrata al volo è l'altra faccia della strutturata Like Smoke duetto con il rapper Nas, il Mr.Jones del secondo album: un cerchio che si chiude, in maniera perfetta, ma nel peggiore dei modi.
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mercoledì 28 dicembre 2011
Chris Cornell: Songbook
Riappropriarsi del passato, di tutto quanto, senza censurare alcune parti della propria carriera, ripercorrendo un percorso talvolta tortuoso, ma dall'indubbio valore artistico. Songbook nasce da queste premesse, dalla volontà di ridurre all'osso gli orpelli su questi pezzi straordinari, resi ancora più magici dalla voce _ qui in grande spolvero _ del leader dei Soundgarden. Un disco dal vivo che da all'ascoltatore la possibilità di apprezzare la grande capacità interpretativa di uno dei migliori cantanti del rock di sempre. Sono molti gli indizi che portano a considerare Songbook un album con i contro "...". Uno su tutti la scaletta, ben bilanciata tra brani composti dalla band di Superunknown (le sempiterne Black Hole Sun e Feel on Black Days) e dagli altri gruppi in cui ha militato Cornell, Audioslave (I'm the Highway da brividi come sempre) e Temple of The Dog, ma addirittura le canzoni estrapolate dall'abominevole album con Timbaland (il punto più basso per uno come lui) suonano bene. E questo è un mezzo miracolo. Poche storie, ogni tre per due vien voglia di imbracciare una chitarra (si anche per un chitarrista scarso come il sottoscritto) per accompagnare idealmente il cantante di Seattle. Songbook dimostra come il repertorio sconfinato di Cornell conosca pochi punti di flessione: costellato di classici minori (Wide Awake, Doesn't Remind Me, All Night Thing) da a chiunque la possibilità di rivivere la biografia più o meno recente dell'artista in parallelo alla sua evoluzione nel processo di songwriting, anche in solitaria passando dal debutto di Can't Change Me a The Keeper unico inedito del live. Il nove lo portano in dote due cover: Thank You dei Led Zeppelin e Imagine di Lennon.
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sabato 24 dicembre 2011
giovedì 15 dicembre 2011
Rich Robinson: Through A Crooked Sun
Terminate con successo le ultime date con i Black Crowes, Rich Robinson si è buttato a capofitto a registrare Through A Crooked Sun, seconda prova in solitaria dopo l'esordio del 2004, intitolato Paper. Rispetto ad allora, un progetto muscolare dove l'improvvisazione in lunghe jam blues era l'asse portante di tutto e le liriche erano ridotte all'osso, oggi le parti cantate sono molte di più. Un salto in avanti non da poco che consegna agli amanti del genere non solo un buon diversivo, ma un disco decisamente più godibile e bilanciato, probabilmente il miglior lavoro solista tra quelli dei compagni di band. In una recente intervista lo stesso Robinson ha fatto un paragone con la prima esperienza in solitaria ribadendo come nel 2004 _ dopo lo scioglimento dei Corvi di Atlanta e il naufragare immediato dell'avventura con gli Hookah Brown _ dovesse reinventare tutto d'accapo, ora con più maturità nel gestire crisi/separazioni e il complicato rapporto con il fratello Chris (la voce dei Black Crowes) il processo è stato decisamente più facile e rilassato. Station Man, pur non avendo grosse intuizioni, apre come uno qualsiasi dei brani di The Southern Harmony and Musical Companion, e proprio come le canzoni bel best seller del 1992 si chiude con un bel solo e un atmosfera stonesiana. Il riverbero di chitarra in Falling Again ricorda tremendamente la vecchia ballad Thorn in My Pride, ma rispetto al cavallo di battaglia del suo gruppo il pezzo si smarca dal solito con il suo incedere à la Crosby Stills Nash Young. Bene anche la più vigorosa Fire Around e la suadente Hey Fear.
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giovedì 8 dicembre 2011
The Black Keys: El Camino
L'arte dell'arrangiarsi in tempi di crisi e di concorrenza spietata: il video cult di Lonely Boy _ con un ballerino improbabile e già oggetto di numerosi tributi su You Tube _ è il miglior biglietto da visita per i Black Keys. Alla faccia del viral marketing, alla faccia delle strategie sempre più sterili dei management delle major. Forse basta il primitivo blues rock venato di atmosfere sixties, forse basta quell'intro che non lascia scampo all'ascoltatore, preso bene da un sound così "facile". L'essenza di El Camino _ e più in generale della parabola artistica dei Black Keys _ poi è tutta qui: semplicità. Rispetto all'acclamato Brothers di un anno fa, l'ultimo prodotto licenziato dal duo dell'Ohio è più veloce, immediato non solo in termini di minutaggio ma anche a livello prettamente artistico. Si macinano riff alla vecchia maniera, riff sporchi impastati di blues e buon vecchio rock'n'roll. Stop. El Camino cita un po tutti, addirittura Jimmy Page che sembrerebbe quasi sul punto (in alcuni passaggi) di fare un cameo per Starway to Heaven: si si proprio il classicone del dirigibile, poi ovvio è più una sensazione e immediatamente terminato il "plagiomaggio" i nostri riprendono saldamente in mano il timone per tornare sui sentieri conosciuti dagli afecionados del loro sound. Probabilmente questo disco sancisce la definitiva volontà della formazione di accantonare quel percorso di sperimentazione intrapreso con l'ottimo Attack and Release (prodotto da Danger Mouse) dove oltre al classico intreccio chitarrabassobatteria c'era un timido tentativo di aggiungere qualche inserto sintetico per variare il sound.Qui sopra il video di lancio del disco...
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giovedì 1 dicembre 2011
Noel Gallagher: Live @ Alcatraz (Outtake!!)
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mercoledì 30 novembre 2011
Ryan Adams: Ashes & Fire
Stavolta Ryan Adams è riuscito a mettere d'accordo la critica di mezzo mondo: Ashes & Fire è il disco in cui, una volta per tutte si riappropria di se stesso; il disco della misura, della moderazione, il disco da cui ripartire e perché no _ da collocare, su un ideale podio, con il meglio del suo catalogo _ dietro a Heartbreaker e subito dopo Gold. Ashes & Fire è _ stando alle valutazioni di gran parte della stampa specializzata _ la sintesi di un percorso di purificazione. di sobrietà chimica e musicale: lasciate (per ora) alle spalle dipendenze varie, Adams è riuscito a stare lontano quel che basta anche dagli studi di registrazione. Cosa non da poco per un artista "bulimico" come lui, capace di sfornare dischi ad una media impressionante. Avesse amministrato meglio la propria carriera, avesse lavorato più sulla qualità e meno sulla quantità, staremmo parlando di un peso massimo, purtroppo non è andata così. Ritrovato l'equilibrio (anche) nel fare musica Adams ha confezionato un piccolo capolavoro. Una persona diversa insomma: potrebbe essere il Boss di Nebraska a suonare l'armonica nella title track. Till I Found You spazza via il sentore di filler che caratterizzava la recente produzione dell'ex Wiskeytown (su tutti i brani di Cardinology), mentre Do I Wait _ "canonica" balladcoutry/rock _ ne conferma le indiscutibili doti interpretative, capaci, in momenti come questi, di fare la differenza tra un buon pezzo e una gran bella canzone. Un gradito ritorno.
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giovedì 24 novembre 2011
Kasabian: Live@Alcatraz
Non sono mostri di tecnica... e allora? Il virtuosimso tout-court conta poco si ha a disposizione un nutrito carnet di grandi canzoni dalle quali attingere per deliziare il pubblico. Nella data milanese di domenica i Kasabian hanno "bastardizzato" ancora una volta, con robuste dosi di pop e qualche inserto elettronico l'attitude che fu già dei Primal Scream. Un filone aureo che vede nel gruppo di Lsf l'ultima trasposizione, la più cruda e cinica. Raw Power direbbero i fan degli Stooges. Saliti sul palco davanti ad un Alcatraz sold out (da settimane) sfoderano subito l'ultimo singolo scala classifiche, Days Are Forgotten. Neanche il tempo di riprendersi che parte la botta di Shoot The Runner: da qui in avanti, e parliamo del secondo brano in scaletta, il pubblico è nel mondo dei balocchi. Nelle mani di Serge Pizzorno il detonatore per scatenare, a colpi di riff. la platea in visibilio. Vlad The Impaler, ad esempio è una brutta bestia ma funziona paurosamente bene a partide da quel riff che si ripete nervosamente e che è la struttura portante del brano. Nella scaletta non sono mancati nemmeno alcuni estratti dall'ultimo Velociraptor!: oltre alla title track, Re-Wired ha retto bene il confrontoclassiconi della band d'Albione. Novità di quest'ultimo tour il medley transgenico tra il rock'n roll di Fast Fuse (la versione aggiornata di Train Kept a Rollin' degli Yardbirds) e il main theme di Pulp Fiction. Alternatosi con Pizzorno, Tom Meighan (sospettosamente "euforico") non rimane fermo un secondo, muovendosi come un ossesso e incitando a più riprese con un explicit lyrics il pubblico a fare casino (Show me your f...g hands!). Oltre all'accenno dell'inno di Mameli, rimarrà sempre impressa Club Foot, uno dei migliori singoli degli ultimi anni. Lsf chiude la prima parte del concerto, mentre Fire segna la fine dei bis. Ancora una volta la band è in stato di grazia, dimostrando come la dimensione dei club sia per loro la più naturale.
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sabato 19 novembre 2011
sabato 12 novembre 2011
Noel Gallagher's High Flying Birds
Quel colpo di tosse, all'inizio di Everybody's on the run, riporta all'identico "stratagemma" inserito in apertura di Wonderwall (un "intro" che deve piacere molto al più grande dei Gallagher), spiana la strada alla batteria e soprattutto a quella sezione d'archi che, assieme ad un coro sontuoso, costituisce l'esempio della perfetta pop song. Sullo sfondo qualche accordo d'acustica, testimonianza della scarna versione del pezzo che circolava da un paio d'anni su You Tube. Al netto delle speculazioni sui "fratelli coltelli" del brit pop, questo disco è, per scrittura e complessità, avanti anni luce rispetto al pur apprezzabile debutto dei Beady Eye. D'altronde Stand By Me, The Masterplan e Live Forever le ha scritte lui, mentre Liam "creava" Little James. Forse ci sono un paio di filler, ma nel complesso l'album viaggia su livelli altissimi. Alcune "gemme" risalgono ad anni fa, penso a I Wanna live in a dream (In my record machine), dichiarazione d'intenti _ scritta nei giorni tesi con i vecchi compagni d'avventura _ per ritrovare ispirazione ( I wanna piece of the world inside and everyone inside my mouth) e quella genuina voglia di musica, di rimettersi in gioco che sembrava sacrificata al posto di una tranquilla routine rock'n roll. Il mood dei pezzi non può non ricordare gli Oasis ( la pregevole The Death of you and me è un "autoplagio" di The Importance of being idle), ovviamente, ma qui ci sono sfumature diverse: richiami ai Kinks dei fratelli Davies, e al Paul Weller Solista. Il debutto in solitaria di Noel si chiude con la splendida Stop the clocks, "mitologico" pezzo perduto negli archivi che regala un ultimo brivido a tutti i fan degli Oasis.
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venerdì 11 novembre 2011
giovedì 10 novembre 2011
Ma quanto son fighi i dee jay set di Andy Bell?
B.E. by Beady Eye Music on Mixcloud
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mercoledì 9 novembre 2011
lunedì 7 novembre 2011
Wilco: The Whole Love
One Sunday Morning è il link al recente passato, l'omonimo album del 2009, tutto il resto invece si ricollega al lato più sperimentale dei Wilco. Di questo è fatto l'ultimo lavoro licenziato da Jeff Tweedy e dai suoi compagni d'avventura che hanno deliberatamente messo in minoranza il classic rock delle ultime prove, trasformandolo in uno sperimentalismo che rielabora e ricorda per certi aspetti i Radiohead : Art of Almost è un ossimoro tra il classicismo che lotta per non farsi affogare in quel mare di synth e campionamenti esplorato, in modo più estremo, dalla band di Yorke già ai tempi di Kid A; poi dal nulla arriva lo squarcio di un assolo di chitarra a scompigliare le carte, a imporsi in zona cesarini. Il ricorso all'elettronica rappresenta in definitiva, l'occasione più facile del mondo per “variare sul tema” della classica rock song americana, fonte del sound della band. The Whole Love è il lifting che serviva ai Wilco per non ripetersi, per continuare ad evolversi, anche se logicamente è molto più accessibile ed immediato rispetto ad ogni pezzo cantato da Yorke: Tweedy cerca l'invenzione nella costruzione degli arrangiamenti trasformando le melodie in piccoli gioielli che citano tutti e nessuno, ora i Beatles (Capitol City con le voci in sottofondo, e quegli effettini che fanno molto Sg.Pepper 2.0) ora Bowie, con piccoli inserti “sintetici”, predominanti solo nel pezzo d'apertura. Ribadisco: non è un disco elettronico, semmai un lavoro utile a mischiare le carte nella loro discografia, il fratello educato e composto di quel gioiello che risponde al nome di Yankee Hotel Foxtrot.
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martedì 25 ottobre 2011
Negrita: Brucerò per te
Ecco il video di Brucerò per te, primo singolo estratto da Dannato Vivere, il nuovo album dei Negrita uscito oggi...
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domenica 23 ottobre 2011
The Hot Rats: Up the Junction (Squeeze Cover)
I never thought it would happen
With me and the girl from Clapham
Out on the windy common
That night I ain't forgotten
Where she dealt out the rations
With some or other passions
I said you are a lady
Perhaps she said I may be
We moved into a basement
With talks of our engagement
We stayed in by the telly
Although the room was smelly
We spent our time just kissin'
The Railway Arms we're missin'
But love had got us hooked up
And all our time it took up
I got a job with Stanley
He said I'd come in handy
And he started me on Monday
So I had a bath on Sunday
I worked eleven hours
And bought the girl some flowers...
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sabato 22 ottobre 2011
Primus: Green Naugahdye
Los Angeles, vent'anni fa circa: mentre i seminali (e redivivi) Jane's Addiction dopo Ritual De Lo Habitual si preparavano alla pausa più lunga della loro carriera, e mentre i Red Hot Chili Peppers esportavano su scala globale il funk/rock di BSSM, i Primus (altro gruppo della scena alternative Californiana del periodo) stavano vivendo il personale iddillio creativo, preambolo al "periodo buio" di fine anni Novanta. Quest'autunno, i destini discografici delle tre band si sono incrociati: per la prima volta in vent'anni ciascun gruppo è uscito con i rispettivi album. Sebbene meno altisonante rispetto a quello dei colleghi, il curriculum vitae dei Primus di LesClaypool è stato _ con le dovute proporzioni _ altrettanto significativo nell'influenzare schiere di musicisti, forse non tutti genialodi e schizzati, come il leader della band di Antipop. Funanbolico, deviato e sinistro: il marchio di fabbrica della formazione californiana, tornata assieme dopo 12 anni, non ha perso d'efficacia con il passare del tempo. Un sound basato sull'improvvisazione,dove la dissonanza, lo sperimentalismo e il tecnicismo più arditi si sposano al non-sense dei testi. Qualcosa provata da Mr.Frank Zappa e inserita nel background funk progressive del combo. Se Jillys on Smack con quella linea di basso killer è l'esempio perfetto e la summa definitiva della follia sonica dei Primus, Tragedys A Comin è il pezzo esplosivo è "beatamente ignorante" che individua traiettorie sonore estranee ai Peppers da tempo immemore. Certe cose sono proprio dure da digerire (Lee Van Cleef) ma nel complesso il disco (che ha visto il ritorno del batterista degli esordi) offre ancora spunti interessanti e "inediti". Primus sucks!
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venerdì 21 ottobre 2011
Superheavy: Superheavy
Non si può nemmeno dire che l'abbiano fatto (solo) con l'intento di aggiungere altri “zeri” ai rispettivi conti in banca, probabilmente lo scopo principale era veramente quello di dare al mondo un disco di musica veramente trasversale, il perfetto pop globale, in cui anche l'oriente, anche il mondo caraibico potessero finalmente smettere i panni di comprimari e giocare alla pari nell'economia dei vari brani. Rimane il fatto che il progetto Superheavy si è parzialmente arenato, riuscendo a tratti nell'ambizioso obiettivo. Il merito principale va a Dave Stewart (Eurythmics) per aver smosso Jagger dal recente stato di torpore invogliando Sua Maestà a prestare l'ugola su una manciata di canzoni (e questo di per se è un fatto positivo). Canzoni che, va detto, grazie alla linguaccia del leader degli Stones risultano piacevoli, e ricordano, in una versione “bon ton” certe cose della band madre, robe da Black and Blue oppure da Some Girls, metà Settanta o giù di lì. Nel gioco con la voce di Joss Stone (finalmente allo zenith espressivo), Mick regala altri ottimi spunti, creando linee armoniche piacevolissime. Il problema se vogliamo, non c'è nell'album ma nei suoi presupposti: le ballad del disco ci sono e sono ottime, ma quella patchanka definitiva che Stewart, seduto in cabina di regia e artefice di questo supergruppo si ostina a sbandierare, si fatica a scorgere. Rispetto alla posizione defilata del compositore Allah Rakha Rahman (Oscar per la colonna sonora di The Millionaire), Damian Marley si mette in evidenza con il suo inconfondibile stile. Rimane il fatto che quando è solo, Jagger regala gli spunti migliori alla faccia delle contaminazioni etc. etc. e questo basta per far capire la difficoltà nel miscelare ingredienti tanto eterogenei tra loro.
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martedì 18 ottobre 2011
Second Coming: Best reunion ever made.
Ian Brown: “Il nostro obiettivo è quello di conquistare il mondo. Ci terrà impegnati per il tempo necessario.”
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Situazioni
venerdì 14 ottobre 2011
Filmone
Capitan America/Steve Rodgers:"Sei grosso con l'armatura, senza quella che cosa sei?"
Iron Man/Tony Stark:"Un genio, miliardario, play boy, filantropo..."
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Personaggi
giovedì 13 ottobre 2011
The Kooks; Junk of the Heart
L'asso nella manica se lo sono giocati subito: parliamo di Naive, instant cult tratto dall'esordio Inside In Inside Out, uscito cinque anni or sono. Quel pezzo, rappresenta l'anomalia al tipico sound della british band, un riff di chitarra contagiosissimo, che sprigionava in un ritornello killer. Nonostante giochino a carte scoperte ( bisogna scalare la top ten, almeno in Uk) diventa difficile reggere il bluff a lungo e purtroppo anche questo lavoro, il terzo per la giovane formazione capitanata da Luke Pritchard e soci non ha nessuna “naive 2.0”, ma solo una serie di canzoni (buone) nel solco della storia del brit pop. I singoli scala classifica ci sono tutti (Junk of the Heart) e Is It Me. Rosie, con quello spleen malinconico e la sua andatura traballante, è un inedito per la loro discografia. Atmosfere agli antipodi rispetto alla joie de vivre del 90% dei loro pezzi. “I wanna make you happy, I wanna make you feel alive, Let me make you happy, I wanna make you feel alive at night": queste parole non lasciano spazio a fraintendimenti. A dispetto delle apparenze di cui sopra, i singoloni tanto per capirci, la formazione albionica è comunque stata in grado di regalare alcuni momenti ispirati e meno prevedibili rispetto allo standard mainstream. Poco mordente: è questo il difetto di un disco che a tratti perde di lucidità risultando piuttosto incoerente (Eskimo Kiss è a distanza siderale dalle divagazioni pseudo prog di Mr Nice Guy). Avessero più voglia di rischiare potrebbero anche diventare il gruppo preferito di qualcuno, così rimangono un buon gruppo, nulla di più.
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lunedì 10 ottobre 2011
La verità sta nel mezzo?
28 novembre: suoneranno dal vivo sia gli Smashing Pumpkins (@Filaforum) che Noel Gallagher (@Alcatraz). What I Have to do? Let me know people.
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Concerti
sabato 8 ottobre 2011
Kasabian: Velociraptor!
Let's roll just like we used to: Morricone, Stones, The Last Shadow Puppets, Kula Shaker. Da subito, dall'iniziale opener dopata di rimandi e citazioni si capisce cosa rappresenta nel colorato immaginario del gruppo il Velociraptor invocato nel titolo, una creatura furba, vagamente paurosa e famelicamente pericolosa. In pochi minuti la band britannica fonde fiati da spaghetti western, un ritmo orientaleggiante (matrice di Stones e Kula Shaker) e un arrangiamento d'archi che sembra uscire dal primo disco dei Last Shadow Puppets, side project in chiave retrò di Alex Turner. Onnivori. Se Days Are Forgotten, secondo pezzo in scaletta è quello più smaccatamente classico e riconducibile alla rodata formula ideata da Sergio Pizzorno, Velociraptor!, title track posizionata a metà dell'album, è indubbiamente il capitolo più ispirato, ballabile, cita Prodigy e Primal Scream, Stone Roses. Acid Turkish bath, ballata indolente e orientaleggiante, rimane impressa per il sitar e per quella somiglianza alla lontana con Kashmir, classicone del dirigibile di Page e Plant. Poi la ballabile I hear voices (chi sarà il primo dee jay a giocare con questo pezzo?) ci ricorda cosa sanno fare i Kasabian con l'elettronica. Un filone che prosegue alla grande con Re-wired, assieme alla title track il momento più ispirato e felice di questo album. Partendo dal presupposto che West Ryder rimane il capolavoro assoluto della band capitanata da Tom Meighan e Sergio Pizzorno (autore di ogni singola nota e parola), Velociraptor!, seppur un gradino sotto, rimane un ottimo esempio di scommessa vinta, conclusasi alla grande con l'epitaffio finale rappresentato dalla distesa Neon Neon.
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martedì 4 ottobre 2011
In ginocchio sui ceci.
Second life for this blog. E' passato più di un mese dall'ultima volta che ho aggiornato TheRaconteur... e in un mese devo dire che di cose ne sono successe parecchie. Senza "asciugarvi" with my own business, guarderò più in alto: i Neutrini, il Novara, lo scioglimento dei REM, un casino di musica... tanta roba per essere sintetici e definitivi.
Porgendovi una linguaccia vi rinnovo l'appuntamento su The Raconteur.
Porgendovi una linguaccia vi rinnovo l'appuntamento su The Raconteur.
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Pensieri
mercoledì 31 agosto 2011
Screaming Trees: Last Words
Forse non saranno mai "famose" le loro Last Words, le ultime parole degli Screaming Trees, la band più sottovalutata dell'intero movimento grunge, ma di certo meritano di essere ascoltate con attenzione. Dribblati dal successo che ha investito i colleghi della scena (Pearl Jam, Nirvana, Soundgarden, Alice in Chains) si sono sciolti definitivamente senza troppi clamori nel 2000, al termine di un concerto per l'apertura del Seattle's Experience Music Project. Da li in avanti ciascuno intraprese strade differenti: con il senno di poi andrà meglio a Mark Lanegan, re mida dell'alternative rock, ora con i Queens Of The Stone Age di Homme (tra l'altro nell'entourage dei 'Trees già ai tempi di Dust, album del 1996), ora con Isobel Campbell oppure Greg Dulli (Gutter Twins) o con i Soulsavers. Last Words rappresenta il canto del cigno del suo primo amore: una decina di canzoni composte nel '98 e (inspiegabilemente) mai pubblicate. Senza un motivo preciso questi pezzi, registrati da Jack Endino sono rimasti nel cassetto fino al recente passato, quando il drummer Barret Marin e il noto producer non decisero di ridare al mondo una seconda chance per ascoltare gli Screaming Trees. Last Words si apre con il rock sbarazzino di Ash Grey Sunday (la presenza di Peter Buck dei Rem si sente eccome); si prosegue con la psichedelica Door Into Summer dalle atmosfere sixties, preambolo per Revelator, una cavalcata nella loro migliore tradizione in cui è la chitarra di Lee Conner a farla da padrona. Se Crawlspace anticipa l'avventura solista del cantante e Reflections, addolcisce i toni con le sue acustiche la title track chiude in maniera impeccabile l'avventura del gruppo.
Ask the dust who were the Screaming Trees.
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martedì 30 agosto 2011
Red Hot Chili Peppers: I'm with You
Oggi esce I'm With you, il decimo album dei Red Hot Chili Peppers: bemmmmmmei!
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Suoni
sabato 27 agosto 2011
1.000.000 di volte Keith
Sono state smerciate oltre un milione di copie di "Life", autobiografia del chitarrista dei Rolling Stones Keith RIchards: stando a quanto riferito da fonti internazionali, l'artista avrebbe ricevuto per la stesura del volume - solo come anticipo - sette milioni di dollari. Cosa piuttosto strana, per un bestseller del genere, è stata l'accoglienza dello stesso da parte della critica, quasi esclusivamente positiva. Già nel maggio scorso "Life" conquistò la palma di "audiolibro dell'anno" al meeting Audio Publishers Association di New York: nella versione audio originale le due voci narranti sono quelle di Joe Hurley e di Johnny Depp, amico della rockstar che ha voluto al suo fianco nell'ultimo episodio della saga "Pirati dei Caraibi", alternate a interventi e racconti dello stesso chitarrista.
Source: www.rockol.it
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Personaggi
venerdì 26 agosto 2011
mercoledì 24 agosto 2011
giovedì 18 agosto 2011
Black Country Communion:2
Black Sabbath, Led Zeppelin, Deep Purple: la sacra triade del hard inglese anni Settanta si è rimaterializzata _ con le dovute proporzioni _ oggi nei Black Country Communion, ultimissimo dream team del rock internazionale (dopo Them Crooked Vultures e Chickenfoot). Dopo il buon esordio di un anno fa, la band è rientrata sulle scene pronta a portare in giro per il mondo il prorpio inconfondibile stile, basato su un classico blues hard rock come Dio comanda, un genere troppo spesso trascurato. Per chi non li conoscesse: alla voce e al basso l'ex Deep Purple Glenn Hughes, alla chitarra Joe Bonamassa _ uno dei più apprezzati maestri della sei corde a livello internazionale _ alle tastiere l'ex Dream Theater Derek Sherinian e a picchiare sulla batteria Jason Bonham (il figlio di John “Bonzo” Bonham). E proprio con The Battle for Adrian's Wall, ci si aspetta da un momento all'altro la voce tagliente di Plant: in realtà, nonostante l'intro identico il pezzo ha poi un andamento più vicino a band come i Journey o in alcuni punti i Van Halen: insomma, come avrete abbondantemente avuto modo di capire, questo lp non regala nulla di sconvolgente, scordiamoci l'effetto sorpresa. Tuttavia il pregio migliore dei Black Countrty Communion risiede in un songwriting limpido, che aggiorna la lezione dei loro padri putativi, rendendo l'ascolto fresco e accattivante. Merito della sciabolate di chitarra di Bonamassa e della voce piena e potente di Hughes (in alcuni punti ricorda l'ultimo Cornell). Di un altro livello Cold. Il disco fila via che è un piacere, sia nei momenti più tirati (Smokestack Woman, The Outsider) che nei pezzi più dilatati e psichedelici, degna conclusione a questa seconda prova dei BCC.
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mercoledì 3 agosto 2011
mercoledì 27 luglio 2011
Kaiser Chiefs: The Future is Medieval
In Rainbows dei Radiohead fece parlare di se con mesi d'anticipo rispetto alla data di pubblicazione ufficiale. Tutto merito trovata di Tom Yorke e soci di vendere il cd direttamente sul sito web della band: oggi i Kaiser Chieds rilanciano l'idea e buttando sul mercato The Future is Medieval provano a dare uno scossone alla loro carriera. Una carriera partita alla grande (a suon di tormentoni del calibro di Oh My God, I Predict a Riot e Ruby) che ha perso parte del proprio appeal (o dell'effetto sorpresa) nell'ultimo Off With Their Heads, accolto in maniera piuttosto freddina dal pubblico nonostante la buona qualità del prodotto finale. Questo quarto lavoro della formazione di Leeds è e sarà per forza di cose il meno omogeneo, il più “indefinito” nella loro discografia. La ragione è semplice ci sono più album dei Chiefs. Sul sito del gruppo è possibile scegliere 10 delle 20 canzoni proposte per individuare la tracklist dell'album. Qualcuno potrebbe definirlo il primo esperimento di discografia 2.0, in cui la rete e il “prodotto finale” diventano opzioni in mano alla discrezionalità di chi sta davanti alla tastiera. Tutto molto bello sulla carta, peccato che 20 brani da elaborare in un botto solo non sono facili da digerire e soprattutto non sono facili da realizzare: ecco, i filler, i riempitivi ci sono, innegabile dirlo, tuttavia è possibile bypassarli facilmente. A livello sonoro non ci sono grandi scossoni, il mood rimane quello del brit à la Blur, riveduto e corretto seguendo la lezione di Employement e aggiungendo robuste dosi di pop anni Ottanta: da includere nel disco Start with nothing, Can't mind my own business, il singolo Little Shocks (che sa molto di Kasabian) e Dead or in Serious Trouble.
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lunedì 25 luglio 2011
sabato 23 luglio 2011
giovedì 21 luglio 2011
Primal Scream: Screamadelica
Screamadelica è il capolavoro dei Primal Scream e senza alcun dubbio uno dei migliori dischi degli ultimi 20 anni, Non solo perché ha ridefinito un suono, unendo il rock, l'acid house, il trip hop, ma anche perché ha avuto un impatto fondamentale sul modo di giocare con la musica in quegli anni. Rispetto agli Stone Roses (altri eroi del periodo a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta ) qui la bilancia tende maggiormente all'elettronica: il merito è tutto del producer Andy Weatherhall e delle sue illuminanti intuizioni. Non una caduta di tono, non un momento morto. Screamadelica _ uscito per la Creation Records, la stessa etichetta che lanciò gli Oasis di li a poco _ è perfetto dall'inizio alla fine. Ad esempio, l'ipnotica Come Togheter (il riferimento ai fab four si ferma al titolo) con i suoi 10 minuti e rotti di suoni effettati, synth e voci campionate, nonostante la lunghezza “importante” impone l'ascolto ripetuto in loop. Screamadelica è “sintetica” (Don't fight it, feel it), ma anche concreta e a suo modo classica: nella nebbia delle canzoni emergono richiami agli Stones (l'intro dell'iniziale Movin on up, con le percussioni che rimandano a Sympathy for the Devil, divaga sul tema con un brillante cantanto soul particolarmente riuscito), ai Byrds (il retaggio delle prime acerbe prove del gruppo) e forti rimandi alla musica soul (le voci nere sono frequenti e scaldano numerosi pezzi). Damaged è l'ennesimo jolly pescato dall'ex drummer dei Jesus And Mary Chain. Screamadelica è una creatura mutaforme, frutto di un periodo vissuto pericolosamente per la band di Bobby Gillespie: intervistato da un giornalista su quei mesi “turbolenti” disse di non ricordarsi quasi nulla della genesi dell'album.
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