E poi venne Berlino. Metropoli delle
contraddizioni, fulcro della musica avant-garde, da sempre vista e
percepita come rifugio per sperimentare, oasi per rigenerare
carriere, freddo paradiso per anticipare suggestioni, tendenze da
esportare su scala globale addomesticando ad uso e consumo pop un
linguaggio metropolitano sempre eterogeneo e ricco di stimoli.
Zooropa, uscito nel '93 è la summa del periodo berlinese degli U2,
(Bowie anticipò la rotta anni prima) estremizzazione della “svolta”
di Achtung Baby. Berlino simbolo della seconda vita degli U2, la
prima terminò tra alti e bassi con Rattle And Hum, omaggio alla
tradizione americana. Nonostante la critica ne avesse apprezzato il
buen-ritiro Berlinese, i fan degli U2 mal digerirono questa decisa
svolta “tecnologica”, portata a conclusione con Pop (1997) ultimo
vero disco degli U2. Gli anni Novanta _ e Zooropa su tutti _
permisero agli irlandesi di posticipare la drammatica stasi creativa
che li avrebbe colpiti negli anni Zero, con un vistoso calo
d'ispirazione. Bandendo ogni tipo di manierismo Zooropa, prodotto dal
trittico magico (Flood, Eno e Lanois) è una bellissima
contraddizione, un meraviglioso equivoco. Anticipato dal singolo
Numb, un geniale mantra sintetico che destruttura la forma canzone à
la U2 (niente assoli, ma rumori di fondo, radio, cori da stadio,
confusione!) con The Edge protagonista assoluto della scena. Ancora
più sorprendente il pop, vagamente Talking Heads di Lemon, dove Bono
Vox si concede un falsetto. Ennesima metamorfosi per lui: The Fly
diventa Mcphisto, diavolo provocatore che si permette di chiamare la
Casa Bianca in mondovisione durante il faraonico tour che seguì la
pubblicazione dell'album. In stato di grazia il resto del gruppo: il
basso di Larry Clayton risalta nell'oscura divagazione industrial/pop
di Dirty Day e Larry Mullen Jr. conferma l'incisività del suo
drumming nell'economia del gruppo. Stay (Faraway so Close!) colonna
sonora de "Il Cielo Sopra Berlino" di Wenders è la miglior ballad
degli U2 nei Novanta/Duemila. Drammaticamente bella la scarna The
First Time con Lanois ad accarezzare il piano e Bono le corde
dell'anima.venerdì 28 giugno 2013
U2: Zooropa
E poi venne Berlino. Metropoli delle
contraddizioni, fulcro della musica avant-garde, da sempre vista e
percepita come rifugio per sperimentare, oasi per rigenerare
carriere, freddo paradiso per anticipare suggestioni, tendenze da
esportare su scala globale addomesticando ad uso e consumo pop un
linguaggio metropolitano sempre eterogeneo e ricco di stimoli.
Zooropa, uscito nel '93 è la summa del periodo berlinese degli U2,
(Bowie anticipò la rotta anni prima) estremizzazione della “svolta”
di Achtung Baby. Berlino simbolo della seconda vita degli U2, la
prima terminò tra alti e bassi con Rattle And Hum, omaggio alla
tradizione americana. Nonostante la critica ne avesse apprezzato il
buen-ritiro Berlinese, i fan degli U2 mal digerirono questa decisa
svolta “tecnologica”, portata a conclusione con Pop (1997) ultimo
vero disco degli U2. Gli anni Novanta _ e Zooropa su tutti _
permisero agli irlandesi di posticipare la drammatica stasi creativa
che li avrebbe colpiti negli anni Zero, con un vistoso calo
d'ispirazione. Bandendo ogni tipo di manierismo Zooropa, prodotto dal
trittico magico (Flood, Eno e Lanois) è una bellissima
contraddizione, un meraviglioso equivoco. Anticipato dal singolo
Numb, un geniale mantra sintetico che destruttura la forma canzone à
la U2 (niente assoli, ma rumori di fondo, radio, cori da stadio,
confusione!) con The Edge protagonista assoluto della scena. Ancora
più sorprendente il pop, vagamente Talking Heads di Lemon, dove Bono
Vox si concede un falsetto. Ennesima metamorfosi per lui: The Fly
diventa Mcphisto, diavolo provocatore che si permette di chiamare la
Casa Bianca in mondovisione durante il faraonico tour che seguì la
pubblicazione dell'album. In stato di grazia il resto del gruppo: il
basso di Larry Clayton risalta nell'oscura divagazione industrial/pop
di Dirty Day e Larry Mullen Jr. conferma l'incisività del suo
drumming nell'economia del gruppo. Stay (Faraway so Close!) colonna
sonora de "Il Cielo Sopra Berlino" di Wenders è la miglior ballad
degli U2 nei Novanta/Duemila. Drammaticamente bella la scarna The
First Time con Lanois ad accarezzare il piano e Bono le corde
dell'anima.
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giovedì 27 giugno 2013
mercoledì 26 giugno 2013
Beady Eye: Be
"Stavolta niente stronzate anni
Novanta, la nostra musica suonerà come se provenisse dallo spazio."
Ascoltando Be, ultima fatica dei Beady Eye sembra che Liam, questo
giro, non l'abbia sparata troppo grossa. A due anni dal debutto _
forse troppo frettoloso _ di Different Gear Still Speeding, i nostri
hanno aggiustato il tiro, confezionando un buon secondo album. Certo,
diventa quasi inevitabile parlare di Oasis, tormentone subito da ambo
le parti (Our Kid e il fratello) in ogni intervista dopo il
mesto epilogo che mise fine (?)ad una delle più grandi band di
sempre. In questo senso ancora più difficile non nominare il grande
assente, Noel, che _ paradossalmente _ è stato il primo ideatore dei
Beady Eye, arruolando 13 anni fa Andy Bell e Gem Archer, proprio
loro, i nuovi songwriter in cattedra. Illuminante la scelta del
producer, Dave Sitek dei Tv On The Radio _ che qualche perplessità
l'aveva scatenata tra i fan del gruppo. Rispetto ad esempio, a quanto
capitato ai Jane's Addiction sotto la sua guida, snaturati e privi di mordente, Sitek ha liberato il potenziale del gruppo,
identificandolo in un suono più moderno, eliminando gli
arrangiamenti pesanti del passato ( le oscenità di The Beat Goes On)
e facendo cantare Liam pulito, senza effetti alla voce, rendendo
molto più intima l'atmosfera dei pezzi. Niente wall of sound,
nessuna chitarra brit: le elettriche si defilano molto spesso
lasciando che siano trame acustiche ricercate _ anche nei momenti più
leggeri _ a dare profondità alle canzoni: Soul Love ad esempio è un
grande brano d'atmosfera. E a proposito di soul, Flick of The Finger,
con quella sezione di fiati poderosa è un opener cazzuta e
consapevole. Gli ottoni sono ancora protagonisti nel singolo Second
Bite of The Apple (ricorda da vicino Dirty Day degli U2 "Zooropici"),
la scommessa (vinta) di Sitek: cosa avrebbero fatto i Beatles con pro
tools e altri ammennicoli vari? Il meglio di Be, però si trova nelle
ballate (Soon Come Tomorrow), I'm just Saying e Face The Crowd per
quanto piacevoli sono filler: in Don't Brother Me Liam sembra tendere
la mano a Noel (give peace a chance, come on, be a man) il pezzo, con
una linea di basso memorabile, sfodera una bellissima coda
psichedelica di 4 minuti. Inizio cinematico con archi e
pianoforte per Shine a Light. Degna conclusione per Start Anew
(ricorda un pò l'outro di Let There Be Love) che prosegue idealmente
con Dreaming Of Some Space, un piccolo esperimento di psichedelia pop
di 1.51'' con suoni registrati al contrario.
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martedì 25 giugno 2013
Supercazzola (con rissa) ad Antony Kiedis
-Warped-
Clamorosa
supercazzola inflitta da un inconsapevole bodyguard del Four Seasons
Hotel di Philadelphia ai danni di Antony Kiedis. Il cantante dei Red
Hot Chili Peppers, in città per salutare i Rolling Stones durante
una data del loro tour, non si è presentato all'addetto alla security dell'Hotel, il quale scambiandolo per un fan, nel tentativo di assicurare la privacy
agli Stones _ lo ha letteralmente placcato, impedendogli di
entrare. Dopo il parapiglia si è chiarito il qui pro quo con il body
guard che si è scusato per non aver riconosciuto la rockstar.
sabato 22 giugno 2013
mercoledì 5 giugno 2013
sabato 1 giugno 2013
Primal Scream: It's Alright, It's Ok
-Summer song-
Non vedo l'ora di ascoltare per benino More Light, l'ultimo dei Primal Scream, Is Screamadelica back???
Non vedo l'ora di ascoltare per benino More Light, l'ultimo dei Primal Scream, Is Screamadelica back???
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venerdì 31 maggio 2013
Mudhoney: Vanishing Point
- Touch me, I'm sick-
L'essenza dei Mudhoney non è insita
nella varietà del songwriting, semmai risiede nella necessità di
stonare con fierezza. Si, avete capito bene. Brutalità e guasconeria
a braccetto con il movimento grunge, verrebbe da dire. In primis
quantità _ tanta, prevedibile, all'insegna di un “usato sicuro”.
Riproponendo con coerenza una formula rodata album dopo album, i
Mudhoney danno l'impressione di essere sempre lì, padrini del
grunge, apprezzati da Kobain, incensati dalla critica e dal resto
della scena che li ha sempre “coccolati”. Del grande pubblico _
colpevole di averli ingiustamente “relegati” al ruolo di
comprimari del Seattle Sound _ se ne sono sempre infischiati.
Giustamente. E Vanishing Point, pungo in faccia lungo una decina di
canzoni, ne è la prova. "Selvatico" e noise come conviene
in questi casi. Ascoltandolo viene quasi il dubbio che si tratti di
un disco di outtake, una ristampa dagli anni d'oro, qualcosa rimasto
fuori da SuperFuzz BigMuff, dagli anni belli insomma. Invece no. Le
canzoni, gioiosamente furiose, sono state scritte oggi, ad un secolo
dal concerto d'esordio come Mr.Epp (era il 1981) e una vita prima del
bivio: schegge dei Green River verso il successo assoluto con i Pearl
Jam (Gossard e Ament) e loro (Arm e Turner) a raccogliere il
testimone degli Stooges, dei Sonics, degli MCS, nel solco della
migliore tradizione punk/garage/noise n'roll. Il cantato sguaiato,
sgraziato e stonato di Mark Arm nell'ironica I Like it Small si
avvicina sempre più alle urla di San Iggy Pop da Detroit. Ottimo il
punk rock tirato di Chardonnay e buona la prova con la power ballad
Sing This Song of Joy; analogo discorso per I Don't Remeber You, però
la macchina del tempo si ferma davvero con la finale
Douchebags on Parade. Sembra il '91, sembra che non sia ancora uscito
Nevermind, sembra che Touch Me I'm Sick sia appena stata pubblicata
dalla Sub Pop. Proprio come questo disco, sinonimo di integrità.
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sabato 25 maggio 2013
Brian Jonestown Massacre: Aufheben
Chi ha ucciso Sgt.Pepper? Gran bella
domanda, forse John Lennon, forse tutti e 4 i Beatles, forse proprio
i Brian JonesTown Massacre che, con l'omonimo disco del 2010
lanciarono l'interrogativo, abbozzando _ credo _ una risposta nel
capolavoro Fett Tipped Pictures of Ufos. E chi è stato responsabile
della seconda " majesties request" 40 anni dopo Jagger &
Richards? Ancora loro (ma con un altro lp), quella gang di scoppiati
guidata da Anton Newcombe. Quando avete a che fare con la loro
musica, dimenticate la logica, il buon senso, l'equilibrio, il senso
della misura, insomma un pò tutto. L'unica cosa da tenere bene
impressa nella mente è la mitologia del rock'n roll, che, in questo
caso, si snoda principalmente lungo l'asse Beatles vs. Stones,
rileggendo il mito, tentando di riportare in vita il mellotron e le
marimbas di Jones (il fondatore delle pietre rotolanti), immaginando
_ decenni dopo _ il ritorno dei Fab Four dal guru Maharishi Mahesh
Yogi in India. E proprio Panic in Babylon, strumentale, farebbe
invidia ai Kula Shaker più ispirati con il suo sound
orientaleggiante e il sitar in primissimo piano. Mentre il punto più
alto di Aufheben è rappresentato dai campionamenti di Blue Order New
Monday, Seven Kinds of Wonderful inciampa in un marasma sonico
debordante, sovrapponendo due canzoni tra loro. Peccato che si
perdona facilmente, specie con I Wanna Hold Your Other Hand, sorella cattiva del singolo sempiterno di Lennon &
McCartney, un'altra pagina del personale vangelo apocrifo del
r'n'roll di Newcombe.
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giovedì 23 maggio 2013
Iggy Pop and The Stooges: Ready to Die
Accantonati i francesismi degli ultimi
album solisti, l'Iguana rispolvera la sigla Iggy and The Stooges, e
torna al (proto) punk'r'n'roll. Consapevole del passo falso di The
Weirdness, il disco firmato Stooges del 2007, ha ridotto all'osso la
presenza (scenica) della band: 35 minuti (incendiari) e tutti a casa.
Niente filler, niente battute a vuoto. Non sappiano ancora se
spariranno dal radar del r'n'r _ il rocker di Detroit ha 66 anni_ se
trattasi di addio o arrivederci, l'unico dato certo è la qualità
del disco, meno patinato rispetto alle prove soliste (Skull Ring
docet) e vagamente vicino al MOSTRUOSO Raw Power. Considerando cosa è
successo in questi 40 anni, tra dipartite risse, droghe, blasfemie e
querele assortite,anche quel vagamente è un miracolo. Il primo della
lista. Il secondo è il ritorno a casa di James Williamson che, per
l'appunto 40 anni fa sporcò a dovere Raw Power _ e da allora non ha
più toccato la chitarra. In barba a qualsiasi evoluzione darwiniana
del sound quindi, il più malato e meno tecnico guitar hero di sempre
è tornato esattamente dove aveva interrotto. Agli albori del
garage punk. Ready to Die ha tutto quello che dovrebbe avere un disco
degli Stooges, compreso un inizio tirato come pochi (il trittico
Burn, Sex & Money e Job). Il sax malato, metropolitano e
metafisico di Steve Mackay, il drumming puntuale di Scott Ashelton,
le linee di basso di Mike Watt ( che detta legge in DD's), lo stile
cristallizzato e retrò di Williamson e Iggy che canta con il suo
timbro più profondo, di soldi, sesso e di quanto il mondo faccia
schifo, come nella sguaiata Unfriendly World (e da Detroit si ha una
vista privilegiata sulle sconcezze del mondo). 10 pezzi “Stooges
guaranteed” eccezion fatta per Beat That Guy, Stonesiana fino al
midollo. Sul finale l'omaggio al compagno di scorribande Ron in The
Departed, che riprende in maniera commovente il riff di I Wanna Be
Your Dog in chiave country acustica.
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domenica 19 maggio 2013
Stone Temple Pilots: via Weiland, dentro Bennington
-Turn over-
E' uscito un nuovo pezzo Out of Time dei redividi Stp con il cantante dei Linkin Park, ingaggiato a tempo pieno nella band di Interstate Love Song. Nonostante Chester Bennington possa svolgere il compito in maniera egregia, Weiland rimane il solo e unico cantante degli Stone Temple Pilots.
E' uscito un nuovo pezzo Out of Time dei redividi Stp con il cantante dei Linkin Park, ingaggiato a tempo pieno nella band di Interstate Love Song. Nonostante Chester Bennington possa svolgere il compito in maniera egregia, Weiland rimane il solo e unico cantante degli Stone Temple Pilots.
venerdì 17 maggio 2013
Zen e r'n'r
Quest'immagine, frammento dei Foo's nel video di White Limo, mi indica la retta via: un approccio zen per terminare la settimana...
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Pensieri
giovedì 16 maggio 2013
I Rhyme al Rocklahoma con G'N'R' AIC...
In rigoroso ordine alfabetico:
alternative, grunge, hard rock ed heavy. Su queste coordinate, si
muove il secondo capitolo dell'avventura discografica dei Rhyme
intitolato The Seed and The Sewage. 47 minuti di adrenalina per
il follower di Fi(r)st. Dal debutto (sorprendente) di un paio d'anni
fa ad oggi e nello specifico a questo disco (licenziato dalla nuova
label Scarlet/Bakerteam Records ed uscito a fine 2012) di acqua sotto
i ponti ne è passata parecchia: parallelamente a una fitta rete di
date in Italia, i Rhyme hanno trovato anche il tempo per un tour a
Mosca, Kiew e Varsavia come supporter dei Papa Roach. Oltre alla band
statunitense i nostri hanno aperto show per i Misfits e _ mai domi _
si sono concessi un tour da headliner in Russia a dicembre.
Tralasciando le date programmate in Italia, la formazione per ora ha
messo da parte l'Europa ( in standby nell'attesa di nuovi concerti
nel prossimo futuro) per concentrarsi sugli States: i Rhyme sono in
procinto di esibirsi al Rocklahoma. Dopo una serie di show nell’area
di Los Angeles parteciperanno _ unici italiani nel rooster _ ad uno
tra i più importanti festival r'n'r americani, dividendo il palco
con Alice In Chains, Guns'n'Roses, Korn, Bush e una miriade di altri
gruppi all'evento, in programma dal 24 al 26 maggio. In terra
statunitense i Rhyme proporranno il meglio del loro repertorio. The
Seed And The Sewage annovera assoli clamorosi: Party Right dopo un
inizio quasi stoner mette in mostra il talento del chitarrista Matteo
Magni (tremendamente incisivo il wah wah in Slayer to the System),
mentre Manimal e soprattutto The Hangman testimoniano la solidità
della sezione ritmica (impeccabile) composta da Riccardo Canato al
basso e dal drumming di Vinny Brando. Ancora una volta ottima la
prova eclettica del frontman virgiliano Gabriele Gozzi.
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Situazioni
mercoledì 15 maggio 2013
Vampire Weekend: Modern Vampires of The City
Il video di Step, un bel bianco e nero
con New York sullo sfondo ha tutto _ così come la canzone _ per
rimanere impresso, anche un messaggio subliminale: ai Vampire Weekend
piacciono i Modest Mouse, citati più volte nel testo del loro ultimo
singolo. Endorsement a parte, veniamo al disco. Melodie dream pop
che di volta in volta si propongono sotto una veste differente: ecco
che tessiture afro più corpose e stropicciate si alterano a setosi
drappeggi classici (nelle interviste promozionali Ezra Koeing ha più
volte ricordato la sua scorpacciata sonica dell'ultimo periodo di
Bach, Beethoven Chopin) o a morbidi e confortevoli tessuti pop rock.
Meno spigoloso rispetto al precedente Contra, Modern Vampires of The
City è un ulteriore passo in avanti per questi newyorkesi, mai così
padroni della materia, “tuttologi” in bilico tra vaghi echi di
ska/reggae, surf, world, gospel e qualsiasi altra cosa. Le citazioni,
si sprecano. Qualche volta l'esigenza (in questo caso parlare di
ansia di strafare sarebbe ingiusto) può giocare brutti scherzi,
ecco spiegati quegli effetti grossolani di elettronica _
nell'altrimenti memorabile _ Ya Hey (nei testi, un abbraccio al
Rastafaresimo di Bob Marley “...and Babylon don't love you"). Bella la
danzereccia e vivace Dyane Young, talmente strafottente e arrogante
con il suo mood Eighties (vengono in mente addirittura gli Wham) da
respingere critiche altrimenti doverose se non fosse per una
scrittura sopra la media. Il tribalismo del Mali, fiore all'occhiello
di Cape Cold Kwassa Kwassa (classico dal loro debutto) c'è ancora,
ma il terzo album dei Vampire Week End tra melodie dall'architettura
perfetta e amare riflessioni, segue un flusso più ragionato,
declinato di episodio in episodio con grande competenza e che
richiede più ascolti per essere assimilato appieno.
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martedì 14 maggio 2013
Space Boy
-Sounds of the Universe-
L'astronauta Chris Hadfield è una celebrità sul web e non solo in ambito scientifico: i suoi tweet e video sulla vita a bordo della stazione spaziale internazionale sono clikkatissimi (l'aggettivo è aberrante, lo so...). Qui omaggia David Bowie con la sua Space Oddity a secco di gravità...
L'astronauta Chris Hadfield è una celebrità sul web e non solo in ambito scientifico: i suoi tweet e video sulla vita a bordo della stazione spaziale internazionale sono clikkatissimi (l'aggettivo è aberrante, lo so...). Qui omaggia David Bowie con la sua Space Oddity a secco di gravità...
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Situazioni
giovedì 9 maggio 2013
Cold War Kids: Dear Miss Lonelyhearts
- Aka: signor disco-
I Cold War Kids sono un
paradosso. Da sempre. Sfornano signori dischi _ certamente mai
epocali _ ma con regolarità (dal 2006 ad oggi sono quattro). Il
paradosso è che altrettanto regolarmente non ottengono l'attenzione
che meritano. Un vero peccato. Prima, schiacciati da un filone che ha
recuperato, peggio rispetto a loro, lo spleen di Joy Division e
affini (Interpol ed Editors su tutti e spesso con risultati fin
troppo scolastici), e ora la loro moderata svolta “pop” (nei
limiti del contesto sia chiaro) li ha messi a contatto con miliardi
di band concorrenti. Fortunatamente gli argomenti non mancano al
gruppo Californiano e nuova linfa viene apportata dall'ultimo
arrivato, il chitarrista _ e co.producer Dan Gallucci, già nei
Modest Mouse. Dear Miss Lonelyhearts si apre con il botto di Miracle
Mile, esercizio di forza nell'addomesticare il pop ad una forma
canzone perfetta nel suo incedere spedito, un inno da arena rock per
intenderci con il soul nell'anima (I feel the air upon my face,
forget the mess I'm in). Giocano subito a viso scoperto i Cold War
Kids: questo album vuole sovvertire il paradosso ed imporli _
finalmente _ ad un pubblico più ampio. Lost That Easy altro capitolo
degno di nota è un pezzo che rimane impresso dal primo ascolto, un
lifting sonoro con abbondanza di synth. Addomesticare un sound,
dicevamo (stavolta la “concorrenza” sono i Kings of Leon e gli
ultimi Killers), ma con misura, mancata un po in Loner Phase e
recuperata nella contagiosa Bottled Affection e in Tuxedos (con
Lennon dietro l'angolo). La voce di Nathan Willet continua a spingere
che è una meraviglia, e gli strumenti “in dissonanza” (ricordate Hang Me Up To Dry?) ci sono
ancora, qualcuno che fa altro, rispetto all'armonia principale e
mantiene vivo il tessuto del brano. Apprezzabile il solo di sax nella
malinconica Fear &Trembling, un gospel contemporaneo e attuale.
Altrettanto significativa la malinconica conclusione di Bitter Poem.
Che sia la volta buona? Tifiamo per loro...
I Cold War Kids sono un
paradosso. Da sempre. Sfornano signori dischi _ certamente mai
epocali _ ma con regolarità (dal 2006 ad oggi sono quattro). Il
paradosso è che altrettanto regolarmente non ottengono l'attenzione
che meritano. Un vero peccato. Prima, schiacciati da un filone che ha
recuperato, peggio rispetto a loro, lo spleen di Joy Division e
affini (Interpol ed Editors su tutti e spesso con risultati fin
troppo scolastici), e ora la loro moderata svolta “pop” (nei
limiti del contesto sia chiaro) li ha messi a contatto con miliardi
di band concorrenti. Fortunatamente gli argomenti non mancano al
gruppo Californiano e nuova linfa viene apportata dall'ultimo
arrivato, il chitarrista _ e co.producer Dan Gallucci, già nei
Modest Mouse. Dear Miss Lonelyhearts si apre con il botto di Miracle
Mile, esercizio di forza nell'addomesticare il pop ad una forma
canzone perfetta nel suo incedere spedito, un inno da arena rock per
intenderci con il soul nell'anima (I feel the air upon my face,
forget the mess I'm in). Giocano subito a viso scoperto i Cold War
Kids: questo album vuole sovvertire il paradosso ed imporli _
finalmente _ ad un pubblico più ampio. Lost That Easy altro capitolo
degno di nota è un pezzo che rimane impresso dal primo ascolto, un
lifting sonoro con abbondanza di synth. Addomesticare un sound,
dicevamo (stavolta la “concorrenza” sono i Kings of Leon e gli
ultimi Killers), ma con misura, mancata un po in Loner Phase e
recuperata nella contagiosa Bottled Affection e in Tuxedos (con
Lennon dietro l'angolo). La voce di Nathan Willet continua a spingere
che è una meraviglia, e gli strumenti “in dissonanza” (ricordate Hang Me Up To Dry?) ci sono
ancora, qualcuno che fa altro, rispetto all'armonia principale e
mantiene vivo il tessuto del brano. Apprezzabile il solo di sax nella
malinconica Fear &Trembling, un gospel contemporaneo e attuale.
Altrettanto significativa la malinconica conclusione di Bitter Poem.
Che sia la volta buona? Tifiamo per loro...
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sabato 4 maggio 2013
venerdì 3 maggio 2013
Beady Eye: Second Bite of the Apple
-Preview-
Mi ricorda un casino Dirty Day degli U2 (Zooropa)... gran bel pezzo comunque.
Mi ricorda un casino Dirty Day degli U2 (Zooropa)... gran bel pezzo comunque.
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giovedì 2 maggio 2013
mercoledì 1 maggio 2013
Yeah Yeah Yeahs: Mosquito
3 anni fa gli Yeah Yeah Yeahs se ne uscivano con It's Blizt il disco più divertente e accessibile che abbiano mai fatto. Mosquito, quarto capitolo di una discografia in continua evoluzione, metamorfosi dall'indie punk all'elettro pop ammorbidisce smussa gli angoli nel sound della band. A dispetto dell'assurda copertina splatter/comics, che lascerebbe presagire un umore decisamente più "cazzaro" il mood generale è malinconico ed intimista. Il disco, va detto si apre alla grande con un trittico di canzoni ottime: dal soul gospel di Sacrilege (!) alla tenue Subway, "dedicata" alla Metro della Grande Mela fino a Mosquito, reminescenza aggiornata dei fasti di Fever to Tell. Poi dalla quarta canzone una brusca virata, con Karen O e soci che stravolgono tutto, proponendo un'inedita attitudine dub/cinematica in Under the Heart, il pezzo in cui la salvifica mano del producer David Sitek (Tv on The Radio) si sente eccome, aggiungendo effetti, riverberi e proponendo soluzioni decisamente non convenzionali. La chitarra di Nick Zinner riemerge _ finalmente _ dalle nebbie in Slave, altra buona prova. Nel loro lavoro più sperimentale gli YYY stanno raccogliendo pareri contrastanti, tra chi li difende a spada tratta e chi, invece con meno indulgenza ha parlato di una prova sotto le aspettative e priva di mordente quando non di ispirazione tout court e These Paths, quasi a confermarlo, unisce synth ed effetti assortiti alla voce _ sempre piacevole _ di Karen O nel peggiore dei modi. Uno a zero per i delusi. Il pareggio, fortunatamente arriva con Area 52, riproposizione del punk rock newyorkese del '77. Interlocutorio l'inserto rap in Buried Alive (feat. Dr. Octagon). Always, sembra emergere dalle sessions di It's Blitz. In zona cesarini il colpo di reni con Wedding Song, lo slow migliore del disco, sui livelli dei loro classici Little Shadow e Skeletrons, nobilita il tutto, assieme alla voglia del gruppo di evolvere il proprio sound, noncurante dei rischi che questo comporta.
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