lunedì 18 giugno 2012

Paul is Dead: la più grande supercazzola del rock

 Oggi compie 70 anni Macca! Ma..è  lui o non è lui? Dovrebbe. Se e dico se, vogliamo fare i complottisti _ prendendo per buona una supercazzola prematurata con doppio scappellamento a destra come fosse antani _ Paul McCartney sarebbe morto nel 1966. Un incidente stradale si sarebbe portato via l'autore di Michelle. I Beatles e il loro manager Brian Epstein, dopo aver rielaborato il lutto e sepolto (in località ignota) l'amico/compagno di band decisero di proseguire, con un sosia. Questa _ brutalmente sintetizzata _ è la teoria portata avanti dal Pid (Paul is Dead), corrente di fan secondo cui i Beatles superstiti, dal '66 in poi sarebbero solo John, Ringo e George. 3 e non 4. Sempre secondo i complottisti la sospensione dei live da parte della band andrebbe vista come una decisione imposta per guadagnare tempo, abituando il sosia, per gli amici Faul (falso) ad imitare Paul, quello vero, nella gestualità, nelle movenze, al basso, nell'aspetto. Cosa avrebbe spinto i superstiti ad andare avanti nascondendo tutto? La voglia di celebrare il compagno, il desiderio di continuare ad esprimersi ad alti livelli? La paura di un prematuro capolinea artistico? Un gesto folle e avventato? O la mancanza di sangue freddo, dovuta magari alle tonnellate di droghe assunte dal gruppo? Domande che ricorrono di tanto in tanto (va là, mettiamoci anche la voglia dei Beatles di gabbarsi del prossimo) nell'improbabile mondo delle leggende metropolitane del rock (a  proposito Jim Morrison ed Elvis se la spassano in un atollo sperduto nel pacifico sotto falsa identità, ma questa è un'altra storia). Tornando a noi, Faul sarebbe un poliziotto canadese, tale William Campbell, effettivamente sparito dal paese d'origine senza lasciare traccia. Dopo alcuni interventi estetici, per ridurre le differenze con l'originale (troppo evidenti secondo alcuni ricercatori/cialtroni italiani contattati da un noto magazine), venne accolto a tutti gli effetti. Spinti da un ingombrante senso di colpa nei confronti dei fan tenuti all'oscuro di tutto, i Beatles decisero di rivelare _ seppure in codice _ la verità tramite indizi, immagini, registrazioni, linguaggi cifrati nascosti nei dischi. Ecco, William Campbell è lui, l'omino con gli occhiali e i capelli all'indietro nel booklet del White Album. E il tricheco, The Walrus, non era John, ma Paul. Lo stesso Paul scalzo in Abbey Road, lo stesso Paul protagonista della cover di Sgt. Pepper, miniera di indizi circa la sua dipartita (la grancassa della batteria etc. etc.) Per tutte le altre "prove" basta andare sul tubo, vi stancherete a furia di complotti e intrighi...
Dopo averci scherzato un pò ovunque, anche al David Letterman Show, Paul si è lasciato scappare la  "verità" (ascoltate Gratitude al contrario)...

Qui sotto il video di Free as A Bird, sorta di "compendio" delle strampalate teorie del Pid. Anche se...



giovedì 14 giugno 2012

Joey Ramone: "...Ya Know?"

Dischi del genere costringono a scegliere: discutere dell'aspetto commerciale, delle polemiche giocoforza legate all'uscita di ogni album postumo oppure, al netto di qualsiasi speculazione, fregarsene beatamente per gustarsi un'oretta di punk rock. Se Don't Worry About Me pur essendo uscito dopo la dipartita di Joey Ramone era stato terminato a tutti gli effetti, ...Ya Know? è figlio di un lavoro più complesso. L'idea del progetto è di Mickey Leigh, fratello dell'ex Ramone che, dopo lunghe battaglie legali è riuscito ad ottenere gli ultimi demo tape di Joey. Abbozzi di canzone, via via arricchiti con una carrellata di ospiti: Joan Jett, Steven Van Zandt, J.P. Patterson dei Dictators e persino Richie Ramone alla batteria. Nessuna traccia di Tommy e soprattutto di Marky Ramone _ grande assente _ e da quanto dichiarato da Leigh mai veramente in sintonia con il fratello. Venendo all'aspetto prettamente musicale, il disco nulla aggiunge e nulla toglie a quanto registrato dal frontman della punk rock band americana: Ed Stasium, produttore dei classici del gruppo, ha assicurato continuità d'intenti in cabina di regia. Merita di essere citata la versione _ stravolta, stordita, rallentata e sbilenca di Merry Christmas (I dont'want to fight tonight), interessante proprio perché esula dai cliché del genere. Da segnalare il calypso di Make Me Tremble, la conclusiva Life's A Gas e Cabin Fever. Un estremo saluto ai fan, dopo il rompete le righe della band madre del '95 con Adios Amigos: alla fine l'affetto per i Fast Four ha prevalso ancora una volta.

sabato 9 giugno 2012

Rufus Wainwright: Out of The Game

La melodia ingenua che permea l'iniziale Out of The Game è il modo migliore per dissipare le nubi dalla recente produzione di Rufus Wainwright: il dolore _ enorme _ per la scomparsa della madre è stato metabolizzato e dalla rielaborazione del lutto (approfondita nel precedente, plumbeo All Days are Nights) esce un piccolo inno alla speranza. In una recente conferenza stampa, Wainwright ha presentato Out of The Game come l'album più pop della sua carriera. Una definizione che sintetizza senza inutili iperbole il tenore di queste canzoni, squisitamente retrò ma altrettanto piacevoli, proprio perché leggere. Assenti quasi del tutto quegli strambi scenari musicali che ogni tanto affioravano nei vecchi dischi del nostro, qui accompagnato dal produttore Mark Ronson. Non uno qualunque, dato che ha reso Back to Black perfetto, assecondando e indirizzando il grande talento di Amy Wineouse. A conti fatti la mano del producer si sente eccome, abile nel porre un freno all'esuberanza di Wainwright, non estraneo, anche nel recente passato a battute a vuoto, figlie dell'esigenza di strafare. Vizio che ritorna purtroppo in Bitter Tears, dove il nostro sembra un pesce fuor d'acqua in un episodio affine ai Pet Shop Boys. Meglio Rashida che ricorda McCartney. L'unica concessione a questa “grandeur compositiva” è rappresentata da Montauk, classica nelle intenzioni e insolitamente contemporanea nei risultati, si appoggia su un tappeto d'archi e una progressione pianistica in crescendo.

martedì 5 giugno 2012

Soulsavers: The Light the Dead See

Canta di perdizione Dave Gahan, canta _ ancora una volta _ tutti i suoi demoni, invoca i suoi fantasmi, in una seduta spiritica accanto a Rich Machin e Ian Glover, i Soulsavers, stregoni autori di un esercizio ipnotico lungo una manciata di canzoni. Interpreta un personaggio che ritrova vecchie paure, un uomo che si aggrappa ora a Dio (Presence of God), ora a una donna per uscirne indenne, con qualche graffio e una marea di cose da raccontare. Rispetto al pretenzioso Sound of The Universe, forse scappato di mano in fase di scrittura ai Depeche Mode, qui non c'è alcun filler, ma un eterogeneo susseguirsi di umori, lacrime, speranze, gioia, paure, amore e frustrazione. Produzione impeccabile, suoni essenziali che all'occorrenza cedono il passo ad elaborati arrangiamenti orchestrali (La Ribera), lampi di luce, abbagli, attimi di tregua all'incombente avanzata di oscurità portata in dote dalla voce di Gahan, qui in grande spolvero e “faro” nella notte meravigliosa di questo 4 album dei Solsavers. Gospel 2.0 meglio del 90% offerto dal restante panorama del settore in Just Try. Point sur. Pt1 è un meraviglioso preambolo sinfonico a Take me back home, brano che ricorda le atmosfere di Exciter dei Depeche. In Bitter Man _ la terra di mezzo dove frustrazione e ribellione si fondono _ invece si parla di radici, confusioni, certezze che si infrangono, un brano più ambizioso e forse meno diretto del singolo The Light the Dead See. La perfezione? Tonight, pop song ineccepibile e potenziale singolo di una carriera.

giovedì 24 maggio 2012

Brendan Benson: What Kind of World


Quasi in contemporanea sono usciti i rispettivi dischi solisti di Benson e White, mente e anima dei Raconteurs (per chi non lo sapesse o semplicemente non ricorda: Steady As She Goes...). Se nella prima avventura in solitaria White ha scombussolato le carte del suo rock con robuste dosi di country e blues, qui, nell'ultimo disco del sodale nei Raconteurs è la melodia a farla da padrone. Meno ostico e più a fuoco di Blunderbuss, questo lavoro consegna al pubblico un artista consapevole della propria forza, declinata attorno al ricerca della perfetta canzone pop (a portata di mano in No One Else But You). Bad For Me, ne è l'esempio più evidente, con un ritornello che cita (non del tutto pretenziosamente) Elton John. Mica male. Di riflessioni dietro a un progetto di questo tipo, se ne potrebbero fare a bizzeffe e tutte piuttosto malinconiche: artisti completi come Brendan Benson rischiano sempre di più di passare in sordina, coperti dall'abbondanza (ormai quasi patologica) di uscite del genere. Un genere inteso nella sua incarnazione più nobile, che diventa “power” in ossequio alla migliore tradizione dei Nineties (Here In The Deadlights). Il capitolo più ambizioso del progetto è Pretty Baby, ossimoro “antico-moderno” tra la western song perfetta e un drumming meno “retrò” delle apparenze. Altri punti a favore di What Kind of World sono The Light Of The Day, che leviga le asperità dei Black Rebel Motorcycle Club e Happy Most of The Time, omaggio ai momenti più ispirati dell'ex Replacemtents Paul Westerberg.

sabato 19 maggio 2012

Slash: Apocalyptic Love

A due anni dal debutto infarcito di special guest (un po' il suo Supernatural) e dopo il brillante live Made in Stoke, Slash torna alla ribalta con Apocalyptic Love, realizzato assieme a Myles Kennedy e ai Conspirators, vale a dire la backing band dell'ex guns. Per chi non lo sapesse, Kennedy è un mostro di tecnica (già voce degli Alter Bridge) con un'estensione vocale formidabile e una grande capacità interpretativa. Insomma, l'uomo giusto al posto giusto. I due anni on the road si sentono eccome: i meccanismi della band sono rodati e testimoniano la solidità e l'intesa del gruppo. Rispetto all'omonimo album di 2 anni fa, i brani sono meno “slegati” tra loro (Fergie, Lemmy, Adam Levine, Cornell e Ozzy non sono proprio artisti similari) e più figli di una visione d'insieme unica e ben definita, fatta per esaltare i chours melodici e nella quale affiorano qua e là venature vicine al metal. Pezzi come Crazy Life ricordano l'attitude più stradaiola del chitarrista anglo americano, mentre Hard & Fast rimanda alle smargiassate di Reckless Life (agli albori dei Guns'n'Roses) con quel riff che sembra uscire da Rocks o Pump degli Aerosmith. Se con Anastasia Slash ha rispolverato la sua Gibson ricordando gli anni belli, Far and Away _ con il suo finale epico _ rimane nel solco delle migliori ballad scritte da Patience in avanti. Meno divertente rispetto all'ultima incarnazione degli Snakepit (Ain't Life Grand andrebbe riscoperto), ma più a fuoco dell'ultime prove dei Velvet Revolver, questo disco segna un altro punto a favore di Slash nella faida con Axl Rose e le sue illusions, ormai clamorosamente fuori tempo.

mercoledì 16 maggio 2012

Tenacoius D: Coming soon the Rize of the Fenix

Jack Black è ancora epicamente pirla? Si, Dio (Ronnie James) lo benedica... è in procinto di uscire Rize of The Fenix, nuovo capitolo dell'avventura targata Tenacoius D... sicuramente un dischetto divertente.

Grunge tried to kill the metal, but they failed!

martedì 15 maggio 2012

Rocket Juice & The Moon: S/T

L'esordio del miliardesimo side project di Damon Albarn? Retro world music. Molto meno “africana” di quanto si possa pensare, quest jam session transgenica tra l'ex Blur, Flea e Tony Allen (drummer di Fela Kuti) è in grossa parte un omaggio al funk soul nero anni Settanta, protagonista accanto a un tappeto di synth. Chitarre wah wah, fiati (che neanche James Brown) e un basso poderoso e morbido che tiene a bada le divagazioni brit (il primo amore non si scorda mai...) di Albarn, evidenti in Poison. Fosse stato più a fuoco, più ragionato avremmo tra le mani un probabile best seller, così, registrato in sordina e uscito tra i mille impegni dei titolari del marchio, il progetto è più che altro la fotografia di un capriccio, figlio della voglia di divertirsi senza prendersi troppo sul serio. Buona la prima insomma, come suggerisce il groove avvolgente di 1-2-3-4-5-6. Una manciata di canzoni uscite di getto, magari incoerenti tra loro ma nonostante tutto di ottimo livello. Certo avessero assecondato maggiormente il naturale invecchiamento di quelle sessions, parleremmo di un piccolo gioiello, mentre tra le mani abbiamo “solamente” un gran bel disco. Hey Shooter, estratto black cantato da Erikah Badu è come se avesse scongelato l'intera sezione di ottoni dei Funkadelic. Il calypso caraibico di Chop up è l'ennesimo volto di una creatura meticcia concretizzatasi con questo supergruppo funk, che nell'elettronica The Unfadable mostra il suo lato più sbarazzino e irriverente.



domenica 13 maggio 2012

Come Pippo Nessuno Mai.

venerdì 11 maggio 2012

Grazie di tutto Pippo

"Tutte le cose che state per leggere saranno sempre seconde, rispetto ad una. La prima e unica cosa che voglio che voi sappiate per sempre è questa: ho giocato e vinto per Noi. Giocare e vincere senza condividere le emozioni è nulla, invece io e voi, noi, abbiamo fatto tutto insieme. Abbiamo sperato, abbiamo sofferto, abbiamo esultato, abbiamo gioito. E abbiamo alzato le coppe e gli scudetti insieme ai nostri cuori. Siamo sempre stati sulla stessa lunghezza d’onda. E questo non ce lo toglierà mai nessuno. Sapete, cari Milanisti, quando sono arrivato a Milano voi non lo sapevate. Ero in una stanza d’albergo e dovevo uscire il meno possibile, per non dare nell’occhio e per non compromettere quella trattativa di mercato fra la Juventus e il Milan. Le prime settimane, i primi mesi, mi avete studiato, ci siamo guardati. Poi, ci siamo innamorati. Quella sera contro il Torino. Eravate arrabbiati, le cose in campo non andavano bene, eravate in silenzio. Mi sono tolto le stampelle, ho iniziato il riscaldamento e il vostro ruggito dedicato a me ci ha fatto vincere la partita, ci ha proiettati al preliminare di Champions League e poi alla nostra Finale di Manchester. Questi ricordi, insieme a tutte le persone che mi consolavano ad Anversa nei mesi difficili del 2004 e del 2005 e ai brividi che abbiamo provato insieme il 9 Agosto 2006, il giorno del mio compleanno, contro la Stella Rossa, saranno sempre sul comodino del mio cuore, accanto agli affetti più cari. Atene. Il calcio ce l’ha regalata per un solo motivo: io e voi, noi, l’abbiamo voluta così fortemente, così intensamente, che non poteva concedersi. Certo, la realtà è andata oltre i nostri sogni più belli. Due gol, contro il Liverpool, due anni dopo Istanbul, la Settima Champions League. Il destino ci ha riservato quello che non osavamo sperare. Io oggi voglio ringraziare con affetto e commozione il presidente Berlusconi e Adriano Galliani: la loro elettricità e la loro capacità di emozionarsi per me mi ha reso più forte, mi ha spinto oltre qualsiasi limite. Ma voglio rivolgere un pensiero anche a chi, dalle giovanili a tutte le splendide squadre dove ho giocato nella mia carriera, mi ha aiutato a diventare l’uomo e il calciatore che sono oggi. Grazie Milan, grazie calcio. Concedetemi di chiamarlo mio il Milan, le persone di via Turati, di Milanello, gli uffici, i centralini, i magazzinieri, i fisioterapisti, i medici, le cucine, lo Stadio, gli addetti, lo spogliatoio. Tutte le persone che mi vedevano arrivare con il maglioncino alla domenica e vibravano già sperando nel mio gol. Ciao Mister Ancelotti, con te ho vinto tutto, ciao ai miei meravigliosi tifosi che mi seguono da tutto il mondo, sempre con affetto e con grande passione, ciao ai miei fantastici compagni di squadra, di oggi e di ieri. E infine, concedetemelo, grazie, grazie, grazie alla mia famiglia: mamma Marina, papà Giancarlo, Simone e Tommaso. Non sarei arrivato fino a qui senza di voi. Siete la mia forza. Caro il mio Milan, Ti lascio solo perché è la vita, perché è il momento. Lo sai anche Tu.

Ciao a tutti e grazie, Pippo Inzaghi"


domenica 29 aprile 2012

Rocket Juice & The Moon: Poison

sabato 28 aprile 2012

Jack White: Blunderbuss


Con questo disco Jack White ha dimostrato, ancora una volta, il proprio talento compositivo, un dono che lo ha reso uno dei più prolifici ed ispirati artisti attualmente in circolazione. Durante le interviste promozionali, “Mr. Third Man”ha rilasciato dichiarazioni contraddittorie nei confronti dei White Stripes: prima ha giudicato morto e sepolto il progetto, salvo poi ritrattare. Questa a conti fatti è l'unica anomalia nel presente di White, mai così consapevole del proprio passato (The Raconteurs, The Dead Weather etc.) qui riassunto, reinterpretato e proiettato in un futuro che annuncia altri successi a partire da questo Blunderbuss. Nello stesso calderone confluiscono rock, garage, gospel, country: il tutto viene poi amalgamato e tenuto assieme da tonnellate di blues. Nel complesso Sixteen Saltines è il capitolo che rimanda maggiormente ai vecchi anthem di White, mentre altri momenti sono per struttura differenti: Missing Pieces sembra uscire da un disco dei Faces o degli Stones dei primi anni Settanta, I'm Shakin, con il suo piglio rockabilly potrebbe essere una outtake dei migliori Heavy Trash. Blunderbuss offre spazio anche al funk rock deviato di Freedom at 21 _ sporcato da un solo erede di Icky Thump), alla sofferta Hypocritical Kiss e soprattutto al primo singolo Love Interruption, sensuale duetto con Ruby Amafu.

domenica 15 aprile 2012

Guns'n Roses Reunion? Si, ma senza Axl...

-Axl Rose grande assente alla Hall of Fame-
E' andata male... poco da fare. Durante la cerimonia di ieri sera, in occasione della Rock n'Roll Hall of Fame non c'è stata nessuna reunion dei Guns (quelli veri, quelli di Appetite e degli Illusions). Nel "gota" del rock mondiale sono stati nominati anche Red Hot Chili Peppers, Beasty Boys e Alice Cooper. Ma la notizia è un'altra. Axl ha fatto spallucce e ha detto no. Dopo un'iniziale apertura il cantante dell'Indiana ha pensato bene di sbattere la porta in faccia agli ex compagni di band. Slash e soci, comunque non hanno fatto una piega e hanno suonato assieme a Myles Kennedy (cantante di Apocalyptic Love, imminente secondo album solista dell'ex gunners). La band ha eseguito Sweet Child O'Mine e Paradise City (con il primo batterista Steve "popcorn" Adler) e Mr.Brownstone (con il sostituto Matt Sorum). Al posto di Izzy, assieme a Slash e Duff, Gilby Clarke.

I nostri sono stati premiati da Billy Joe Armstrong, leader dei Green Day che si è espresso così su un fischiatissimo Axl:

"Quel cantante è uno dei migliori frontmen che abbia mai toccato un microfono. Sei un fottutissimo pazzo, ma lo sono quasi tutti i cantanti delle band, anche io ne sono un esempio..."

Dal canto suo, poco prima della premiazione, il signor Rose via Fb/Twitter etc. ha chiuso ogni possibile spiraglio di reunion per il futuro:

"Spero di non offendere nessuno con questa decisione, specie i fan. Da quando sono state annunciate le candidature per la Rock And Roll Hall of Fame ho provato emozioni contrastanti e mi sono sforzato di essere positivo. Ma ho capito che per come stavano le cose, se i Guns N ‘Roses fossero stati inclusi la situazione sarebbe stata un po’ complicata e imbarazzante. Così, con tutto il rispetto, declino gentilmente la mia introduzione nella Rock and Roll Hall of Fame. In riferimento a qualsiasi tipo di reunion della line up di Appetite o degli Illusions, l'ho già detto chiaramente, non è cambiato nulla."

giovedì 12 aprile 2012

The Mars Volta: Noctourniquet

Nati dalle ceneri dei redivivi At The Drive In, i Mars Volta dopo il deludente Octahedron sono finalmente riusciti a risalire la china con un lavoro di grande livello. Guidati da Omar Rodriguez Lopez e Cedric Bixler-Zavala, sono alfieri di un prog rock schizioide: è come se il Santana dei 60/70 dopato di anfetamine suonasse alla velocità della luce assieme ai King Crimson. In questo Noctourniquet hanno finalmente trovato la via per rendere l'album assimilabile all'ascoltatore in tempi quasi ragionevoli. Il tutto senza eliminare le consuete stratificazioni sonore, con provocazioni (chitarre registrate al contrario, strumenti a volte in dissonanza tra loro, cambi di tempo e d'atmosfera repentini), ma a differenza del pretenzioso Amputechture, senza fare il passo più lungo della gamba e garantendo coesione, logica e sorprese. Molochwalker, ai mille all'ora improvvisamente frena e ti sbatte contro un muro accompagnato dai riff convulsivi di Lopez, mentre Cedric si diverte a fare Robert Plant. Vedamalady e Imago sono ballad che consegnano la miglior prova del cantante, dai tempi del classico Televators (2003). Un drumming puntuale e un timido approccio con l'elettronica sono le fondamenta della title track che regala altri chours epici, mentre Aegis suona _ specie nella parte iniziale _ come i Radiohead (!) Con questo disco (un concept basato sul mito greco di Giacinto e su un "cattivo" dei fumetti americano) i Mars Volta trovano il giusto compromesso tra la forma canzone e la loro bulimia sonica.

mercoledì 11 aprile 2012

Foo Fighters: One By One

La storia di One By One è la storia di un album rinnegato almeno un paio di volte: in fase di pre-produzione _ quando Dave Grohl buttò nel cestino la prima versione, giudicata troppo prodotta _ e ad anni di distanza, quando il disco era già stato assimilato e portato in tour. In realtà si tratta del primo vero disco dei Foos del nuovo corso, qui lontani anni luce dal pop del multiplatinum There's Nothing Left To Lose. Questo lavoro costituisce lo spartiacque nella carriera della formazione, affrancatasi definitivamente dal bisogno di visibilità che aveva contraddistinto il loro ultimo scampolo degli anni Novanta e volenterosa di crescere incurante delle mode del momento. Forse ispirato dalla contemporanea collaborazione con i Queens of The Stone Age, l'ex drummer dei Nirvana confeziona un prodotto credibile ed immediato. Il risultato di questa “operazione verità” è di grande valore: senza One By One, il successivo In Your Honour (forse il lavoro più ambizioso del gruppo) non sarebbe mai stato realizzato. La feroce All My Life inaugura nel migliore dei modi una serie di singoli al fulmicotone (The Pretender, White Limo tanto per citare i più recenti“biglietti da visita” degli ultimi capitoli della band americana). Sulla stessa lunghezza d'onda dell'opener single anche Have It All. Il maggior livello di pathos si raggiunge nella ballad Lonely as You, nel secondo estratto Times Like These e specialmente nella conclusiva Come Back, ispirata e sofferta quanto basta. Monocorde ma tremendamente efficace Low, il cui video allucinato, con Grohl e l'amico Jack Black a sfasciare una stanza di Motel, è ancora oggi un must per gli adepti al culto del gruppo.

martedì 10 aprile 2012

Mark Lanegan Band: Blues Funeral
























Additive tunes...

domenica 8 aprile 2012

Jack White: Love Interruption

domenica 1 aprile 2012

Buon 1 aprile...

venerdì 30 marzo 2012

Band of Skulls: Sweet Sour

Nostalgici dei White Stripes di tutto il mondo unitevi e gioite: Sweet Sour terzo disco degli inglesi Band of Skulls è quanto di più vicino ci possa essere ai torridi riff blues che un certo Jack White elargiva senza risparmiarsi giusto qualche tempo fa (Icky Thump tanto per fare un esempio). Rispetto al main project di Mr.White però la formazione di Southampton ha ben altro tiro e può vantare una compattezza sonora invidiabile e di tutto rispetto. Diciamolo subito: questo è un disco da avere. Sicuramente non per la sua originalità (chiedere a una manciata di canzoni garage rock di suonare come brani di Kid A suona un po’ troppo pretenzioso no?) ma per puro e semplice entertainment. Un disco da avere e sentire in macchina, un disco da metabolizzare quasi in loop. Sweet Sour suona bene dalla prima all’ultima nota, una sberla in faccia, con gli strumenti belli nitidi, senza lo straccio di una tastiera, un po’ come si faceva ai vecchi tempi. A dirla tutta convincono quasi più dei grandissimi Black Keys. Devil Takes Care of His Own è una cavalcata rock decisa che si sfoga in un ritornello perfetto, mentre la title track cita tutti e nessuno, ad esempio, quella chitarra che suona una manciata di note scollegate dal resto ricorda esperimenti cari a Jimmy Page quando il dirigibile degli Zep volava alto nel cielo. L’intersecarsi delle voci di Emma Richardson e Russel Marsen funziona a meraviglia, specie nei pezzi più tirati. Bene anche il mid tempo Bruises, primo singolo in bilico tra gli Yeah Yeah Yeahs e ( a livello prettamente musicale) i Kings of Leon meno caciaroni.

giovedì 29 marzo 2012

Aerosmith: Train Kept a Rollin'

Dopo l'incoraggiante annuncio relativo al tour americano per l'estate 2012, si inizia a parlare di scadenze certe per il nuovo album degli Aerosmith: "Siamo stati chiusi in studio per quattro mesi facendo quello che sappiamo fare meglio", ha specificato il frontman Steven Tyler nel corso di una conferenza stampa svoltasi ieri a Los Angeles, "Ci restano ancora due canzoni da finire, prima di iniziare i mixaggi". Tra i brani che dovrebbero figurare nella tracklist sarebbero presenti "Legendary child", "Beautiful" e "Out go the lights". Per il resto, tanto Tyler quanto Perry, negli ultimi tempi protagonisti di incomprensioni reciproche, sono sembrati in perfetta armonia: il cantante non ha perso occasione per ringraziare il collega per aver suonato alla chitarra "Happy birthday" in occasione del suo sessantaquattresimo compleanno, mentre Perry - che era parso piuttosto insofferente per gli impegni televisivi di Tyler come giudice di "American idol" - ha benevolmente scherzato sugli impegni extra-musicali del cantante. "Come ci si sente ad avere una star della TV nel gruppo?", ha dichiarato Perry: "Benissimo: ci regala un sacco di occhiali da sole...".


source: www.rockol.it

mercoledì 28 marzo 2012

Paul Weller: Sonik Kicks

Di cliché Paul Weller proprio non vuol sentir parlare: leader dei Jam, ottiene il successo e soprattutto lo status di “grande” della musica albionica. Poi si “stanca” del suo giocattolo e fonda gli Style Council. Poi manda ancora tutto all'aria e inizia una lunga e fortunata carriera solista. Una carriera che _ specie negli ultimi anni _ ha dato prova di essere ancora vitale, grazie ad una scrittura classica, ma mai didascalica. Stiamo parlando di uno dei maggiori compositori inglesi, stimato in egual misura da entrambi i Gallagher o dai Blur in toto. E non è un caso che questo _ interessante _ Sonik Kicks ospiti sia Graham Coxon che l'ex Oasis Noel. Nelle intenzioni il disco vorrebbe assestare un bel calcio a chi aveva profetizzato un Weller a corto d'ispirazione e stimoli dopo lo sforzo del doppio 22 Dreams e del recente Wake Up Nation. Niente di più errato. L'autore _ con un colpo di reni (l'ennesimo e scommetto non l'ultimo) abbandona la via del convenzionale in favore di un sound più moderno. Un lifting che fa suonare That Dangerous Age non come un estratto del capolavoro Stanley Road (in piena Brit Pop era) ma quasi come un pezzo dei Gorillaz (!). Ovviamente dalle anticipazioni del disco sono già piovute sul Modfather alcune critiche, come se dovesse ripetere all'infinito album come Studio 150 (un tributo al classico pop soul made in UK). La verità sta nel mezzo: Sonik Kicks, qualcosa di più di un divertissement, unisce certezze di Welleriana Memoria (The Attic) con inusuali provocazioni (Around The Lake).

sabato 17 marzo 2012

Estasi: Il live di Noel @ Alcatraz...

mercoledì 14 marzo 2012

Tout est bien, qui finit bien...

domenica 11 marzo 2012

La guerra del Brit Pop finisce a tarallucci e vino

Anni fa si lanciavano anatemi a go - go. Ora per gli Nme Awards 2012 fanno _ pubblicamente _ la pace. Rimane il fatto che Albarn è invecchiato di brutto.

sabato 10 marzo 2012

Lana Del Rey: Born to Die

Lana del Rey gioca _ travestita da Fiona Apple _ nello stesso campionato delle varie Britney Spears, o Lady Gaga. Sta sbancando un po' dappertutto, giungendo dall'anonimato ai salotti buoni dei principali network televisivi. Born to Die è, a partire dal titolo, un'immersione nelle acque torbide e scure delineate dall'indole della giovane cantante. Anche se qui come nei video della Germanotta si intravede la medesima volontà nell'impressionare il pubblico con effetti a sorpresa (la Del Rey che canta su un trono vicino a due tigri), non c'è quel fragore, quella tamarraggine fastidiosa che ha reso miliardarie le varie starlette di cui sopra. La musica è sommessa, lenta ed ipnotica, l'andamento dei vari brani è orizzontale, questo significa che non ci sono slanci, non ci sono improvvisi cambi di tempo, ma piuttosto si segue costantemente un canone e una linea ben definiti (Video Games, Blue Jeans). Intendiamoci, sono pezzi perfetti per essere inseriti in ogni colonna sonora, sia di film "alternative" che di blockbuster, proprio perché seguono l'aspirazione di chi ha creduto e spinto per un progetto del genere, più che una raccolta di canzoni un concept d'atmosfera. Guardando il video della sua imbarazzante performance al Saturday Night Live, vien quasi da pensare che Lana Del Rey non sia ne una predestinata, ne _ per carità _ una raccomandata, ma semplicemente si sia trovata nel posto giusto al momento giusto. E come direbbe qualcuno a pensar male...

giovedì 8 marzo 2012

Bruce Springsteen: Wrecking Ball

Nel 2001 con The Rising invocava la rinascita dell'America, colpita nel profondo dopo l'11 settembre, ora dieci anni dopo il Boss chiede di azzerare tutto, ripartire, de-costruire quello che è stato fatto nel frattempo. Wrecking Ball (letteralmente palla da demolizione) vorrebbe mettere subito la parola fine alla crisi in cui si sono impantanati gli Usa (This Depression) con la forza della propria rabbia. Un sentimento che, sposandosi con un generale senso di disillusione e amarezza, costituisce l'ossatura concettuale del disco. Ci sono slanci positivi e ottimistici, ma questi vengono dal singolo, non da istituzioni, non da masse consapevoli, non da nazioni: We Take Care of Our Own con il suo piglio deciso non lascia spazio a fraintendimenti. Molto più brillante di Magic, e di Working on a Dream questo album va annoverato tra i migliori di un Boss che qui, ricopre un ruolo centrale rispetto alla E-Street Band, meno protagonista rispetto al recente passato. Se anche l'inserimento di un inciso hip hop in una sua canzone _ Rocky Ground _ non suona blasfemo ma semplicemente bene vuol dire che Springsteen ha trovato la giusta quadratura del cerchio. Country, gospel, folk, rock, in Wrecking Ball c'è tutto, c'è la tradizione americana che suona diretta, urgente, viva (You've got it). Commovente la versione in studio di Land of Hope and Dreams (già presente sul Live From New York City del 2001) con il solo di sax _ perfetto _ del compianto Clarence Clemmons: da brividi

giovedì 1 marzo 2012

Come è profondo il mare...

domenica 5 febbraio 2012

Negrita: Il giorno delle verità



Grande Drigo, grandi Negrita!

venerdì 3 febbraio 2012

Bruce Springsteen: Nebraska

Nebraska, ovvero la terra di mezzo tra la varietà espressiva di The River e l'enfaticità di Born In The Usa. Cronologicamente è il primo disco in solitaria del Boss, per la prima volta in libera uscita dalla E-Street Band. Nebraska, pubblicato nel 1982, è a conti fatti il fantasma di Tom Joad un decennio prima o l'apertura della trilogia conclusasi con Devils and Dust del 2005. Un disco di purificazione, sincero, schietto, un disco in minore, registrato in presa diretta senza praticamente nessuna aggiunta in fase di produzione e mastering. Secondo alcuni biografi (non autorizzati) il Boss dopo il successo abbagliante di The River avrebbe perso la bussola per qualche tempo: preoccupato per non riuscire a ripetersi dopo il suo ultimo best seller, decise di fare tutto da solo. Registrato con un multitraccia a quattro piste, con chitarra acustica, voce, basso e armonica, Nebraska è sofferto dalla prima all'ultima nota. I concetti, le storie della middle class americana più vera, quella che ha sempre popolato le sue canzoni, arrivano al pubblico con una forza differente, meno “addomesticata” rispetto ad esempio alla title track di Born in The Usa, un brano che per anni è stato clamoroso fraintendimento di massa, con gran parte dell'opinione pubblica che giudicava il pezzo tronfio e troppo patriottico, quando in realtà era una critica feroce all'immaginario mainstream della società statunitense. Atlantic City, di diritto nella top five di Springsteen è da brividi, come del resto tutto il disco nella sua interezza. Imprescindibile per comprendere appieno uno dei più grandi songwriters di sempre. "...Well now everything dies baby that's a fact, But maybe everything that dies someday comes back, Put your makeup on fix your hair up pretty, And meet me tonight in Atlantic City..."


martedì 31 gennaio 2012

Guns'n'Roses: Civil War



Waiting for the Rock'n'roll hall of fame...

mercoledì 25 gennaio 2012

Litfiba: Grande Nazione

Il tempo, ultimo tema analizzato con Infinito nella Tetralogia degli Elementi (dopo fuoco terra, aria e acqua) si sa cura le ferite. Galantuomo ha finito con l'appianare i dissapori profondi tra Piero e Ghigo, ponendo fine ad un divorzio ormai decennale. Forse è l'unico vincitore nella guerra fredda tra le due anime dei Litfiba, quello stesso gruppo che secondo Pelù "nei Novanta era diventato come la Dc dei Settanta: ciò che ci sforzavamo di combattere agli esordi". La carriera solista del cantante fiorentino seppur commercialmente florida, iniziò nel peggiore dei modi (Toro Loco), mentre i Litfiba senza il loro leader indiscusso terminarono altrettanto male sul finire degli anni zero ridotti a suonare alle sagre di paese. Sul sito ufficiale del gruppo, dove sono stati eliminati dalla discografia ufficiale i 3 (trascurabili) album di Ghigo, sembra che dieci anni non siano nemmeno passati. Con il salto a pié pari da Infinito, via Stato Libero, all'ultimo Grande Nazione, quasi che il decennio da separati in casa fosse un onta di cui vergognarsi. Sonicamente siamo lontani dal pop morriconiano de Il mio corpo che cambia, sostituito da un sound nel complesso simile alle atmosfere di Spirito e in misura minore Terremoto, coppia di album quelli veramente memorabili, classici della fase a due dei Litfiba appena sotto ai capolavori con la prima formazione (da Desaparecido a Litfiba3). Purtroppo l'album evidenzia un unico difetto grandissimo: il primo singolo, banale, tamarro, Lo Squalo. Pessima scelta quindi, perché poi il wah wah di Ghigo, le invettive di Piero sulla malaffare all'italiana ci sono tutte, come negli anni belli di Terremoto, c'è lo sdegno nei confronti della politica (Tutti Buoni), l'atmosfera rock tzigana di Fiesta Tosta, la ballad conclusiva de La Mia Valigia. Se dal vivo hanno ancora un gran tiro, in studio però c'è un pò di ruggine... D'altronde lo dice anche Piero nell'energica Brado "Essere liberi non è mai gratis" e i dieci anni in solitaria forse sono costati (caro) a entrambi.

giovedì 19 gennaio 2012

Queens of The Stone Age: Song For The Deaf

Una macchina sfreccia lungo le polverose strade del deserto americano, a bordo personaggi poco raccomandabili, brutti ceffi. Un sound ossessivo, l'incedere del basso cupo, un drumming indemoniato e un pugno di canzoni memorabili. Al terzo disco le regine fanno il colpaccio: Songs For The Deaf è probabilmente il miglior lavoro mai pensato dalla mutevole formazione capitanata da Homme. Due anni dopo l'apprezzato Rated R i Queens _ per l'ultima volta con Nick Olivieri _ stanno vivendo il loro momento magico, ammantato da un fascino oscuro e immortalato nel delirante ed iconico video di No One Knows. A conti fatti proprio questa breve parentesi di estasi infernale ha dato agli orfani del rock di Seattle e non solo una nuova prospettiva in anni dove il trascurabilissimo "new metal" non brillava certo per originalità o voglia di sperimentare. Dopo Songs... il gruppo, guidato dal solo Homme, non si ripeterà mai più, prodigandosi tra lavori discreti (Era Vulgaris) ma letteralmente svuotati da quell'imprevidibilità/pazzia di questi brani. Dischi piacevoli, ma per carità, Songs... è tutta un'altra cosa. Un esempio perfetto in questo senso è rappresentato dalla title track in cui, dal nulla spunta la voce di Lanegan in una staffetta con il fondatore del gruppo, poi l'annuncio di uno speaker radiofonico a cui seguono pochi secondi di caos. First It Giveth non ha bisogno di presentazioni, God Is The Radio invece sembra la gemella cattiva _ specie nella sua parte introduttiva _ della floydiana Money. Mosquito Song è il pezzo che più di tutti, si avvicina con un piglio seventies alla comune concezione di ballad, certamente più di Another Love Song. In definitiva si tratta di un disco senza cali di tensione o brani minori, molto più forte nel suo insieme rispetto alla sue singole componenti prese singolarmente.

giovedì 12 gennaio 2012

Maria Antonietta: S/T

Verrebbe quasi da crederle quando dice che tutte le sue canzoni parlando di... ehm... un solo c#%!zo di argomento: la sua incapacità di accettare la realtà. Invece, a dispetto della parafrasi, le cose sono ben diverse. L'ex cantante degli Young Wrists sa bene come muoversi, e soprattutto cosa dire. Sa bene che questi pezzi consegneranno al pubblico un piccolo bignami di citazioni. Sa bene quanta fortuna ha portato quella “spiaggia deturpata” a Vasco Brondi (aka Le Luci della Centrale Elettrica). Certo, sentire parlare di massimi sistemi e Dio fa un po sorridere in un disco così, meglio quando parla in prima persona, quando si racconta e ci racconta qualcosa di se (Saliva), o forse (maligno) dell'immagine che sta facendo passare (“Ed ho mentito per una vita intera”, confessa in Maria Antonietta). Le uscite che fa, con piglio nevrotico, sembrano quasi calcolate, studiate passo passo. Forse certi testi non sono nemmeno così difficili da scrivere, ma il brutto _ c'è da scommetterci _ inizia quando ci si trova davanti ad un microfono. In questo Maria Antonietta sa il fatto suo. A livello di stile emerge su tutti un dato inconfutabile: una camaleontica vena interpretativa, capace di fondere assieme diversi registri, umori e stati d'animo. Un'altra cosa è certa, canzoni del genere, nel bene e nel male non lasciano indifferenti. Citando tutti e nessuno _ Nada, la Consoli, Juliette Lewis, Karen O etc._ Maria Antonietta piega lo stereotipo rock (Motel) a proprio uso e consumo attraverso una buona dose di indie/punk/pop/lo-fi. Probabilmente se la Pausini avesse avuto un briciolo del carisma di Maria, avrebbe mandato Marco all'inferno appena messo piede su quel treno, risparmiandosi (e risparmiando all'umanità) vent'anni di Solitudine.

mercoledì 4 gennaio 2012

Amy Winehouse: Lioness, Hidden Treasures

Our Day Will Come è, dall'inizio alla fine _ per i suoi 2 minuti e 46 secondi totali _ perfetta. L'unica testimonianza tangibile, compiuta e finita di quanto Amy avesse in mente per il post Back to Black best seller mondiale. Voleva un disco vagamente dalle atmosfere in levare, nuovo background sul quale innestare la sua voce, incredibile. Una capacità interpretativa unica, ma oggetto di infiniti tentativi di imitazione (specie in Italia, dove talent show di plastica proponevano, giusto due o tre anni fa vergognosi e imbarazzanti cloni). A causa della sua prematura scomparsa, il mosaico non ha preso mai forma, lasciando ai fan di mezzo mondo un pugno di mosche. Almeno fino alla pubblicazione di questo disco postumo. Lioness: Hidden Treasures, pur non essendo per definizione e genesi il "vero" terzo album della tormentata soul singer è quantomeno un testamento artistico dal grande valore, un'eterogenea panoramica sul suo tormentato percorso artistico dell'ultima iscritta al club dei 27 (assieme a lei Kobain. Morrison, Jones, Hendrix...). Si va dalla cover di The Girl From Ipanema, prima canzone suonata a un produttore nel 2002 (quindi ben prima del debutto pop jazz di Frank), all'ultimo brano inciso in studio nella sua vita, Body and Soul, duetto con il crooner Tony Bennet. In mezzo una manciata di cover, versioni alternative e altre outtake. Tears Dry, rallentata, ha lo stesso incedere di Love Is A Loosing Game. La minimale Wake Up Alone, registrata al volo è l'altra faccia della strutturata Like Smoke duetto con il rapper Nas, il Mr.Jones del secondo album: un cerchio che si chiude, in maniera perfetta, ma nel peggiore dei modi.

mercoledì 28 dicembre 2011

Chris Cornell: Songbook

Riappropriarsi del passato, di tutto quanto, senza censurare alcune parti della propria carriera, ripercorrendo un percorso talvolta tortuoso, ma dall'indubbio valore artistico. Songbook nasce da queste premesse, dalla volontà di ridurre all'osso gli orpelli su questi pezzi straordinari, resi ancora più magici dalla voce _ qui in grande spolvero _ del leader dei Soundgarden. Un disco dal vivo che da all'ascoltatore la possibilità di apprezzare la grande capacità interpretativa di uno dei migliori cantanti del rock di sempre. Sono molti gli indizi che portano a considerare Songbook un album con i contro "...". Uno su tutti la scaletta, ben bilanciata tra brani composti dalla band di Superunknown (le sempiterne Black Hole Sun e Feel on Black Days) e dagli altri gruppi in cui ha militato Cornell, Audioslave (I'm the Highway da brividi come sempre) e Temple of The Dog, ma addirittura le canzoni estrapolate dall'abominevole album con Timbaland (il punto più basso per uno come lui) suonano bene. E questo è un mezzo miracolo. Poche storie, ogni tre per due vien voglia di imbracciare una chitarra (si anche per un chitarrista scarso come il sottoscritto) per accompagnare idealmente il cantante di Seattle. Songbook dimostra come il repertorio sconfinato di Cornell conosca pochi punti di flessione: costellato di classici minori (Wide Awake, Doesn't Remind Me, All Night Thing) da a chiunque la possibilità di rivivere la biografia più o meno recente dell'artista in parallelo alla sua evoluzione nel processo di songwriting, anche in solitaria passando dal debutto di Can't Change Me a The Keeper unico inedito del live. Il nove lo portano in dote due cover: Thank You dei Led Zeppelin e Imagine di Lennon.

sabato 24 dicembre 2011

giovedì 15 dicembre 2011

Rich Robinson: Through A Crooked Sun

Terminate con successo le ultime date con i Black Crowes, Rich Robinson si è buttato a capofitto a registrare Through A Crooked Sun, seconda prova in solitaria dopo l'esordio del 2004, intitolato Paper. Rispetto ad allora, un progetto muscolare dove l'improvvisazione in lunghe jam blues era l'asse portante di tutto e le liriche erano ridotte all'osso, oggi le parti cantate sono molte di più. Un salto in avanti non da poco che consegna agli amanti del genere non solo un buon diversivo, ma un disco decisamente più godibile e bilanciato, probabilmente il miglior lavoro solista tra quelli dei compagni di band. In una recente intervista lo stesso Robinson ha fatto un paragone con la prima esperienza in solitaria ribadendo come nel 2004 _ dopo lo scioglimento dei Corvi di Atlanta e il naufragare immediato dell'avventura con gli Hookah Brown _ dovesse reinventare tutto d'accapo, ora con più maturità nel gestire crisi/separazioni e il complicato rapporto con il fratello Chris (la voce dei Black Crowes) il processo è stato decisamente più facile e rilassato. Station Man, pur non avendo grosse intuizioni, apre come uno qualsiasi dei brani di The Southern Harmony and Musical Companion, e proprio come le canzoni bel best seller del 1992 si chiude con un bel solo e un atmosfera stonesiana. Il riverbero di chitarra in Falling Again ricorda tremendamente la vecchia ballad Thorn in My Pride, ma rispetto al cavallo di battaglia del suo gruppo il pezzo si smarca dal solito con il suo incedere à la Crosby Stills Nash Young. Bene anche la più vigorosa Fire Around e la suadente Hey Fear.

giovedì 8 dicembre 2011

The Black Keys: El Camino

L'arte dell'arrangiarsi in tempi di crisi e di concorrenza spietata: il video cult di Lonely Boy _ con un ballerino improbabile e già oggetto di numerosi tributi su You Tube _ è il miglior biglietto da visita per i Black Keys. Alla faccia del viral marketing, alla faccia delle strategie sempre più sterili dei management delle major. Forse basta il primitivo blues rock venato di atmosfere sixties, forse basta quell'intro che non lascia scampo all'ascoltatore, preso bene da un sound così "facile". L'essenza di El Camino _ e più in generale della parabola artistica dei Black Keys _ poi è tutta qui: semplicità. Rispetto all'acclamato Brothers di un anno fa, l'ultimo prodotto licenziato dal duo dell'Ohio è più veloce, immediato non solo in termini di minutaggio ma anche a livello prettamente artistico. Si macinano riff alla vecchia maniera, riff sporchi impastati di blues e buon vecchio rock'n'roll. Stop. El Camino cita un po tutti, addirittura Jimmy Page che sembrerebbe quasi sul punto (in alcuni passaggi) di fare un cameo per Starway to Heaven: si si proprio il classicone del dirigibile, poi ovvio è più una sensazione e immediatamente terminato il "plagiomaggio" i nostri riprendono saldamente in mano il timone per tornare sui sentieri conosciuti dagli afecionados del loro sound. Probabilmente questo disco sancisce la definitiva volontà della formazione di accantonare quel percorso di sperimentazione intrapreso con l'ottimo Attack and Release (prodotto da Danger Mouse) dove oltre al classico intreccio chitarrabassobatteria c'era un timido tentativo di aggiungere qualche inserto sintetico per variare il sound.



Qui sopra il video di lancio del disco...

giovedì 1 dicembre 2011

Noel Gallagher: Live @ Alcatraz (Outtake!!)

Entrato sul palco alle 21 precise con puntualità svizzera, Noel Gallagher ha esordito con (It's Good) To Be Free. Non solo un modo insolito per aprire un concerto _ è pur sempre una b side _ dei primissimi Oasis, ma probabilmente anche una maniera facile e“indolore” per esprimere soddisfazione per il nuovo corso artistico della sua carriera. Rispetto al disco d'esordio con gli High Flying Birds quel wall of sound che caratterizzava le prove della band di Manchester c'è ancora (praticamente impeccabile se non per una batteria leggermente alta rispetto agli altri strumenti). Il secondo pezzo è Mucky Fingers, un rock dall'aspirazione “dylaniana” tratto da Don't Believe The Truth. Dopo l'uno/due della band madre tocca al presente di Everybody's on the Run. Nonostante sia privata _ per ovvie ragioni _ di quell'epicità assicurata sull'album da un coro, ha comunque convinto il pubblico. Bene Dream On, ma ancora meglio l'hit If I Had a Gun cantata a gran voce da mezzo Alcatraz. A spezzare la “tirannia” in scaletta dell'ultimo album, Wonderwall nella versione di Ryan Adams e Supersonic in acustico. Poi è stata la volta di I Wanna Live in a Dream (In My Record Machine), vecchio demo riprodotto e tirato a lucido per il debutto in solitaria di The Chief. Dopo la dedica a Mario Balottelli su Aka...What a Life uno dei momenti migliori della serata: Talk Tonight. Altri due pezzi nuovi ed è la volta di Half The World Away preambolo a (Stranded On) The Wrong Beach che chiude la prima parte del concerto. Tempo due minuti e i musicisti sono nuovamente sul palco. Noel allora se ne viene fuori con una delle sue rispondendo al pubblico che da un po' richiedeva con insistenza The Masterplan (Volete sentirla? Bene, andate su I-Tunes, costa un dollaro). Alla fine, dopo Little by Little e The Importance of Being Idle il perfido divertissement di Noel che chiede (nonostante la scaletta sia chiusa e poco aperta a cambiamenti di programma) ai presenti di scegliere tra la già citata Masterplan o Don't Look Back in Anger che avrà la meglio chiudendo una serata da ricordare.

mercoledì 30 novembre 2011

Ryan Adams: Ashes & Fire

Stavolta Ryan Adams è riuscito a mettere d'accordo la critica di mezzo mondo: Ashes & Fire è il disco in cui, una volta per tutte si riappropria di se stesso; il disco della misura, della moderazione, il disco da cui ripartire e perché no _ da collocare, su un ideale podio, con il meglio del suo catalogo _ dietro a Heartbreaker e subito dopo Gold. Ashes & Fire è _ stando alle valutazioni di gran parte della stampa specializzata _ la sintesi di un percorso di purificazione. di sobrietà chimica e musicale: lasciate (per ora) alle spalle dipendenze varie, Adams è riuscito a stare lontano quel che basta anche dagli studi di registrazione. Cosa non da poco per un artista "bulimico" come lui, capace di sfornare dischi ad una media impressionante. Avesse amministrato meglio la propria carriera, avesse lavorato più sulla qualità e meno sulla quantità, staremmo parlando di un peso massimo, purtroppo non è andata così. Ritrovato l'equilibrio (anche) nel fare musica Adams ha confezionato un piccolo capolavoro. Una persona diversa insomma: potrebbe essere il Boss di Nebraska a suonare l'armonica nella title track. Till I Found You spazza via il sentore di filler che caratterizzava la recente produzione dell'ex Wiskeytown (su tutti i brani di Cardinology), mentre Do I Wait _ "canonica" balladcoutry/rock _ ne conferma le indiscutibili doti interpretative, capaci, in momenti come questi, di fare la differenza tra un buon pezzo e una gran bella canzone. Un gradito ritorno.

giovedì 24 novembre 2011

Kasabian: Live@Alcatraz

Non sono mostri di tecnica... e allora? Il virtuosimso tout-court conta poco si ha a disposizione un nutrito carnet di grandi canzoni dalle quali attingere per deliziare il pubblico. Nella data milanese di domenica i Kasabian hanno "bastardizzato" ancora una volta, con robuste dosi di pop e qualche inserto elettronico l'attitude che fu già dei Primal Scream. Un filone aureo che vede nel gruppo di Lsf l'ultima trasposizione, la più cruda e cinica. Raw Power direbbero i fan degli Stooges. Saliti sul palco davanti ad un Alcatraz sold out (da settimane) sfoderano subito l'ultimo singolo scala classifiche, Days Are Forgotten. Neanche il tempo di riprendersi che parte la botta di Shoot The Runner: da qui in avanti, e parliamo del secondo brano in scaletta, il pubblico è nel mondo dei balocchi. Nelle mani di Serge Pizzorno il detonatore per scatenare, a colpi di riff. la platea in visibilio. Vlad The Impaler, ad esempio è una brutta bestia ma funziona paurosamente bene a partide da quel riff che si ripete nervosamente e che è la struttura portante del brano. Nella scaletta non sono mancati nemmeno alcuni estratti dall'ultimo Velociraptor!: oltre alla title track, Re-Wired ha retto bene il confrontoclassiconi della band d'Albione. Novità di quest'ultimo tour il medley transgenico tra il rock'n roll di Fast Fuse (la versione aggiornata di Train Kept a Rollin' degli Yardbirds) e il main theme di Pulp Fiction. Alternatosi con Pizzorno, Tom Meighan (sospettosamente "euforico") non rimane fermo un secondo, muovendosi come un ossesso e incitando a più riprese con un explicit lyrics il pubblico a fare casino (Show me your f...g hands!). Oltre all'accenno dell'inno di Mameli, rimarrà sempre impressa Club Foot, uno dei migliori singoli degli ultimi anni. Lsf chiude la prima parte del concerto, mentre Fire segna la fine dei bis. Ancora una volta la band è in stato di grazia, dimostrando come la dimensione dei club sia per loro la più naturale.

sabato 19 novembre 2011

Suede: The Beautiful Ones

sabato 12 novembre 2011

Noel Gallagher's High Flying Birds

Quel colpo di tosse, all'inizio di Everybody's on the run, riporta all'identico "stratagemma" inserito in apertura di Wonderwall (un "intro" che deve piacere molto al più grande dei Gallagher), spiana la strada alla batteria e soprattutto a quella sezione d'archi che, assieme ad un coro sontuoso, costituisce l'esempio della perfetta pop song. Sullo sfondo qualche accordo d'acustica, testimonianza della scarna versione del pezzo che circolava da un paio d'anni su You Tube. Al netto delle speculazioni sui "fratelli coltelli" del brit pop, questo disco è, per scrittura e complessità, avanti anni luce rispetto al pur apprezzabile debutto dei Beady Eye. D'altronde Stand By Me, The Masterplan e Live Forever le ha scritte lui, mentre Liam "creava" Little James. Forse ci sono un paio di filler, ma nel complesso l'album viaggia su livelli altissimi. Alcune "gemme" risalgono ad anni fa, penso a I Wanna live in a dream (In my record machine), dichiarazione d'intenti _ scritta nei giorni tesi con i vecchi compagni d'avventura _ per ritrovare ispirazione ( I wanna piece of the world inside and everyone inside my mouth) e quella genuina voglia di musica, di rimettersi in gioco che sembrava sacrificata al posto di una tranquilla routine rock'n roll. Il mood dei pezzi non può non ricordare gli Oasis ( la pregevole The Death of you and me è un "autoplagio" di The Importance of being idle), ovviamente, ma qui ci sono sfumature diverse: richiami ai Kinks dei fratelli Davies, e al Paul Weller Solista. Il debutto in solitaria di Noel si chiude con la splendida Stop the clocks, "mitologico" pezzo perduto negli archivi che regala un ultimo brivido a tutti i fan degli Oasis.

venerdì 11 novembre 2011

11/11/11


11/11/11

giovedì 10 novembre 2011

Ma quanto son fighi i dee jay set di Andy Bell?

B.E. by Beady Eye Music on Mixcloud


Andy Bell: "We made a mixtape of music to get us ready to go onstage and we play it in the venue every night, after the support band have come off, so that band and audience are all on the same page by the time we come on stage. It starts at the rock and roll era with Link Wray and loosely follows the thread of time and some of our influences. The tape ends with the The Stone Roses 'I Am The Resurrection', which brings us up to date with the time when most of us in the band started making music. We've used this mix at every gig we've ever done, and it immediately became a part of the proceedings. If we are sitting backstage and hear the crowd are in good voice we know it's going to be a good night."

mercoledì 9 novembre 2011

This one is really great!

lunedì 7 novembre 2011

Wilco: The Whole Love

One Sunday Morning è il link al recente passato, l'omonimo album del 2009, tutto il resto invece si ricollega al lato più sperimentale dei Wilco. Di questo è fatto l'ultimo lavoro licenziato da Jeff Tweedy e dai suoi compagni d'avventura che hanno deliberatamente messo in minoranza il classic rock delle ultime prove, trasformandolo in uno sperimentalismo che rielabora e ricorda per certi aspetti i Radiohead : Art of Almost è un ossimoro tra il classicismo che lotta per non farsi affogare in quel mare di synth e campionamenti esplorato, in modo più estremo, dalla band di Yorke già ai tempi di Kid A; poi dal nulla arriva lo squarcio di un assolo di chitarra a scompigliare le carte, a imporsi in zona cesarini. Il ricorso all'elettronica rappresenta in definitiva, l'occasione più facile del mondo per “variare sul tema” della classica rock song americana, fonte del sound della band. The Whole Love è il lifting che serviva ai Wilco per non ripetersi, per continuare ad evolversi, anche se logicamente è molto più accessibile ed immediato rispetto ad ogni pezzo cantato da Yorke: Tweedy cerca l'invenzione nella costruzione degli arrangiamenti trasformando le melodie in piccoli gioielli che citano tutti e nessuno, ora i Beatles (Capitol City con le voci in sottofondo, e quegli effettini che fanno molto Sg.Pepper 2.0) ora Bowie, con piccoli inserti “sintetici”, predominanti solo nel pezzo d'apertura. Ribadisco: non è un disco elettronico, semmai un lavoro utile a mischiare le carte nella loro discografia, il fratello educato e composto di quel gioiello che risponde al nome di Yankee Hotel Foxtrot.

martedì 25 ottobre 2011

Negrita: Brucerò per te



Ecco il video di Brucerò per te, primo singolo estratto da Dannato Vivere, il nuovo album dei Negrita uscito oggi...

domenica 23 ottobre 2011

The Hot Rats: Up the Junction (Squeeze Cover)


I never thought it would happen
With me and the girl from Clapham
Out on the windy common
That night I ain't forgotten
Where she dealt out the rations
With some or other passions
I said you are a lady
Perhaps she said I may be

We moved into a basement
With talks of our engagement
We stayed in by the telly
Although the room was smelly
We spent our time just kissin'
The Railway Arms we're missin'
But love had got us hooked up
And all our time it took up

I got a job with Stanley
He said I'd come in handy
And he started me on Monday
So I had a bath on Sunday
I worked eleven hours
And bought the girl some flowers...