"Stavolta niente stronzate anni
Novanta, la nostra musica suonerà come se provenisse dallo spazio."
Ascoltando Be, ultima fatica dei Beady Eye sembra che Liam, questo
giro, non l'abbia sparata troppo grossa. A due anni dal debutto _
forse troppo frettoloso _ di Different Gear Still Speeding, i nostri
hanno aggiustato il tiro, confezionando un buon secondo album. Certo,
diventa quasi inevitabile parlare di Oasis, tormentone subito da ambo
le parti (Our Kid e il fratello) in ogni intervista dopo il
mesto epilogo che mise fine (?)ad una delle più grandi band di
sempre. In questo senso ancora più difficile non nominare il grande
assente, Noel, che _ paradossalmente _ è stato il primo ideatore dei
Beady Eye, arruolando 13 anni fa Andy Bell e Gem Archer, proprio
loro, i nuovi songwriter in cattedra. Illuminante la scelta del
producer, Dave Sitek dei Tv On The Radio _ che qualche perplessità
l'aveva scatenata tra i fan del gruppo. Rispetto ad esempio, a quanto
capitato ai Jane's Addiction sotto la sua guida, snaturati e privi di mordente, Sitek ha liberato il potenziale del gruppo,
identificandolo in un suono più moderno, eliminando gli
arrangiamenti pesanti del passato ( le oscenità di The Beat Goes On)
e facendo cantare Liam pulito, senza effetti alla voce, rendendo
molto più intima l'atmosfera dei pezzi. Niente wall of sound,
nessuna chitarra brit: le elettriche si defilano molto spesso
lasciando che siano trame acustiche ricercate _ anche nei momenti più
leggeri _ a dare profondità alle canzoni: Soul Love ad esempio è un
grande brano d'atmosfera. E a proposito di soul, Flick of The Finger,
con quella sezione di fiati poderosa è un opener cazzuta e
consapevole. Gli ottoni sono ancora protagonisti nel singolo Second
Bite of The Apple (ricorda da vicino Dirty Day degli U2 "Zooropici"),
la scommessa (vinta) di Sitek: cosa avrebbero fatto i Beatles con pro
tools e altri ammennicoli vari? Il meglio di Be, però si trova nelle
ballate (Soon Come Tomorrow), I'm just Saying e Face The Crowd per
quanto piacevoli sono filler: in Don't Brother Me Liam sembra tendere
la mano a Noel (give peace a chance, come on, be a man) il pezzo, con
una linea di basso memorabile, sfodera una bellissima coda
psichedelica di 4 minuti. Inizio cinematico con archi e
pianoforte per Shine a Light. Degna conclusione per Start Anew
(ricorda un pò l'outro di Let There Be Love) che prosegue idealmente
con Dreaming Of Some Space, un piccolo esperimento di psichedelia pop
di 1.51'' con suoni registrati al contrario.mercoledì 26 giugno 2013
Beady Eye: Be
"Stavolta niente stronzate anni
Novanta, la nostra musica suonerà come se provenisse dallo spazio."
Ascoltando Be, ultima fatica dei Beady Eye sembra che Liam, questo
giro, non l'abbia sparata troppo grossa. A due anni dal debutto _
forse troppo frettoloso _ di Different Gear Still Speeding, i nostri
hanno aggiustato il tiro, confezionando un buon secondo album. Certo,
diventa quasi inevitabile parlare di Oasis, tormentone subito da ambo
le parti (Our Kid e il fratello) in ogni intervista dopo il
mesto epilogo che mise fine (?)ad una delle più grandi band di
sempre. In questo senso ancora più difficile non nominare il grande
assente, Noel, che _ paradossalmente _ è stato il primo ideatore dei
Beady Eye, arruolando 13 anni fa Andy Bell e Gem Archer, proprio
loro, i nuovi songwriter in cattedra. Illuminante la scelta del
producer, Dave Sitek dei Tv On The Radio _ che qualche perplessità
l'aveva scatenata tra i fan del gruppo. Rispetto ad esempio, a quanto
capitato ai Jane's Addiction sotto la sua guida, snaturati e privi di mordente, Sitek ha liberato il potenziale del gruppo,
identificandolo in un suono più moderno, eliminando gli
arrangiamenti pesanti del passato ( le oscenità di The Beat Goes On)
e facendo cantare Liam pulito, senza effetti alla voce, rendendo
molto più intima l'atmosfera dei pezzi. Niente wall of sound,
nessuna chitarra brit: le elettriche si defilano molto spesso
lasciando che siano trame acustiche ricercate _ anche nei momenti più
leggeri _ a dare profondità alle canzoni: Soul Love ad esempio è un
grande brano d'atmosfera. E a proposito di soul, Flick of The Finger,
con quella sezione di fiati poderosa è un opener cazzuta e
consapevole. Gli ottoni sono ancora protagonisti nel singolo Second
Bite of The Apple (ricorda da vicino Dirty Day degli U2 "Zooropici"),
la scommessa (vinta) di Sitek: cosa avrebbero fatto i Beatles con pro
tools e altri ammennicoli vari? Il meglio di Be, però si trova nelle
ballate (Soon Come Tomorrow), I'm just Saying e Face The Crowd per
quanto piacevoli sono filler: in Don't Brother Me Liam sembra tendere
la mano a Noel (give peace a chance, come on, be a man) il pezzo, con
una linea di basso memorabile, sfodera una bellissima coda
psichedelica di 4 minuti. Inizio cinematico con archi e
pianoforte per Shine a Light. Degna conclusione per Start Anew
(ricorda un pò l'outro di Let There Be Love) che prosegue idealmente
con Dreaming Of Some Space, un piccolo esperimento di psichedelia pop
di 1.51'' con suoni registrati al contrario.
Etichette:
Suoni
martedì 25 giugno 2013
Supercazzola (con rissa) ad Antony Kiedis
-Warped-
Clamorosa
supercazzola inflitta da un inconsapevole bodyguard del Four Seasons
Hotel di Philadelphia ai danni di Antony Kiedis. Il cantante dei Red
Hot Chili Peppers, in città per salutare i Rolling Stones durante
una data del loro tour, non si è presentato all'addetto alla security dell'Hotel, il quale scambiandolo per un fan, nel tentativo di assicurare la privacy
agli Stones _ lo ha letteralmente placcato, impedendogli di
entrare. Dopo il parapiglia si è chiarito il qui pro quo con il body
guard che si è scusato per non aver riconosciuto la rockstar.
sabato 22 giugno 2013
mercoledì 5 giugno 2013
sabato 1 giugno 2013
Primal Scream: It's Alright, It's Ok
-Summer song-
Non vedo l'ora di ascoltare per benino More Light, l'ultimo dei Primal Scream, Is Screamadelica back???
Non vedo l'ora di ascoltare per benino More Light, l'ultimo dei Primal Scream, Is Screamadelica back???
Etichette:
Suoni
venerdì 31 maggio 2013
Mudhoney: Vanishing Point
- Touch me, I'm sick-
L'essenza dei Mudhoney non è insita
nella varietà del songwriting, semmai risiede nella necessità di
stonare con fierezza. Si, avete capito bene. Brutalità e guasconeria
a braccetto con il movimento grunge, verrebbe da dire. In primis
quantità _ tanta, prevedibile, all'insegna di un “usato sicuro”.
Riproponendo con coerenza una formula rodata album dopo album, i
Mudhoney danno l'impressione di essere sempre lì, padrini del
grunge, apprezzati da Kobain, incensati dalla critica e dal resto
della scena che li ha sempre “coccolati”. Del grande pubblico _
colpevole di averli ingiustamente “relegati” al ruolo di
comprimari del Seattle Sound _ se ne sono sempre infischiati.
Giustamente. E Vanishing Point, pungo in faccia lungo una decina di
canzoni, ne è la prova. "Selvatico" e noise come conviene
in questi casi. Ascoltandolo viene quasi il dubbio che si tratti di
un disco di outtake, una ristampa dagli anni d'oro, qualcosa rimasto
fuori da SuperFuzz BigMuff, dagli anni belli insomma. Invece no. Le
canzoni, gioiosamente furiose, sono state scritte oggi, ad un secolo
dal concerto d'esordio come Mr.Epp (era il 1981) e una vita prima del
bivio: schegge dei Green River verso il successo assoluto con i Pearl
Jam (Gossard e Ament) e loro (Arm e Turner) a raccogliere il
testimone degli Stooges, dei Sonics, degli MCS, nel solco della
migliore tradizione punk/garage/noise n'roll. Il cantato sguaiato,
sgraziato e stonato di Mark Arm nell'ironica I Like it Small si
avvicina sempre più alle urla di San Iggy Pop da Detroit. Ottimo il
punk rock tirato di Chardonnay e buona la prova con la power ballad
Sing This Song of Joy; analogo discorso per I Don't Remeber You, però
la macchina del tempo si ferma davvero con la finale
Douchebags on Parade. Sembra il '91, sembra che non sia ancora uscito
Nevermind, sembra che Touch Me I'm Sick sia appena stata pubblicata
dalla Sub Pop. Proprio come questo disco, sinonimo di integrità.
Etichette:
Suoni
sabato 25 maggio 2013
Brian Jonestown Massacre: Aufheben
Chi ha ucciso Sgt.Pepper? Gran bella
domanda, forse John Lennon, forse tutti e 4 i Beatles, forse proprio
i Brian JonesTown Massacre che, con l'omonimo disco del 2010
lanciarono l'interrogativo, abbozzando _ credo _ una risposta nel
capolavoro Fett Tipped Pictures of Ufos. E chi è stato responsabile
della seconda " majesties request" 40 anni dopo Jagger &
Richards? Ancora loro (ma con un altro lp), quella gang di scoppiati
guidata da Anton Newcombe. Quando avete a che fare con la loro
musica, dimenticate la logica, il buon senso, l'equilibrio, il senso
della misura, insomma un pò tutto. L'unica cosa da tenere bene
impressa nella mente è la mitologia del rock'n roll, che, in questo
caso, si snoda principalmente lungo l'asse Beatles vs. Stones,
rileggendo il mito, tentando di riportare in vita il mellotron e le
marimbas di Jones (il fondatore delle pietre rotolanti), immaginando
_ decenni dopo _ il ritorno dei Fab Four dal guru Maharishi Mahesh
Yogi in India. E proprio Panic in Babylon, strumentale, farebbe
invidia ai Kula Shaker più ispirati con il suo sound
orientaleggiante e il sitar in primissimo piano. Mentre il punto più
alto di Aufheben è rappresentato dai campionamenti di Blue Order New
Monday, Seven Kinds of Wonderful inciampa in un marasma sonico
debordante, sovrapponendo due canzoni tra loro. Peccato che si
perdona facilmente, specie con I Wanna Hold Your Other Hand, sorella cattiva del singolo sempiterno di Lennon &
McCartney, un'altra pagina del personale vangelo apocrifo del
r'n'roll di Newcombe.
Etichette:
Suoni
giovedì 23 maggio 2013
Iggy Pop and The Stooges: Ready to Die
Accantonati i francesismi degli ultimi
album solisti, l'Iguana rispolvera la sigla Iggy and The Stooges, e
torna al (proto) punk'r'n'roll. Consapevole del passo falso di The
Weirdness, il disco firmato Stooges del 2007, ha ridotto all'osso la
presenza (scenica) della band: 35 minuti (incendiari) e tutti a casa.
Niente filler, niente battute a vuoto. Non sappiano ancora se
spariranno dal radar del r'n'r _ il rocker di Detroit ha 66 anni_ se
trattasi di addio o arrivederci, l'unico dato certo è la qualità
del disco, meno patinato rispetto alle prove soliste (Skull Ring
docet) e vagamente vicino al MOSTRUOSO Raw Power. Considerando cosa è
successo in questi 40 anni, tra dipartite risse, droghe, blasfemie e
querele assortite,anche quel vagamente è un miracolo. Il primo della
lista. Il secondo è il ritorno a casa di James Williamson che, per
l'appunto 40 anni fa sporcò a dovere Raw Power _ e da allora non ha
più toccato la chitarra. In barba a qualsiasi evoluzione darwiniana
del sound quindi, il più malato e meno tecnico guitar hero di sempre
è tornato esattamente dove aveva interrotto. Agli albori del
garage punk. Ready to Die ha tutto quello che dovrebbe avere un disco
degli Stooges, compreso un inizio tirato come pochi (il trittico
Burn, Sex & Money e Job). Il sax malato, metropolitano e
metafisico di Steve Mackay, il drumming puntuale di Scott Ashelton,
le linee di basso di Mike Watt ( che detta legge in DD's), lo stile
cristallizzato e retrò di Williamson e Iggy che canta con il suo
timbro più profondo, di soldi, sesso e di quanto il mondo faccia
schifo, come nella sguaiata Unfriendly World (e da Detroit si ha una
vista privilegiata sulle sconcezze del mondo). 10 pezzi “Stooges
guaranteed” eccezion fatta per Beat That Guy, Stonesiana fino al
midollo. Sul finale l'omaggio al compagno di scorribande Ron in The
Departed, che riprende in maniera commovente il riff di I Wanna Be
Your Dog in chiave country acustica.
Etichette:
Suoni
domenica 19 maggio 2013
Stone Temple Pilots: via Weiland, dentro Bennington
-Turn over-
E' uscito un nuovo pezzo Out of Time dei redividi Stp con il cantante dei Linkin Park, ingaggiato a tempo pieno nella band di Interstate Love Song. Nonostante Chester Bennington possa svolgere il compito in maniera egregia, Weiland rimane il solo e unico cantante degli Stone Temple Pilots.
E' uscito un nuovo pezzo Out of Time dei redividi Stp con il cantante dei Linkin Park, ingaggiato a tempo pieno nella band di Interstate Love Song. Nonostante Chester Bennington possa svolgere il compito in maniera egregia, Weiland rimane il solo e unico cantante degli Stone Temple Pilots.
venerdì 17 maggio 2013
Zen e r'n'r
Quest'immagine, frammento dei Foo's nel video di White Limo, mi indica la retta via: un approccio zen per terminare la settimana...
Etichette:
Pensieri
giovedì 16 maggio 2013
I Rhyme al Rocklahoma con G'N'R' AIC...
In rigoroso ordine alfabetico:
alternative, grunge, hard rock ed heavy. Su queste coordinate, si
muove il secondo capitolo dell'avventura discografica dei Rhyme
intitolato The Seed and The Sewage. 47 minuti di adrenalina per
il follower di Fi(r)st. Dal debutto (sorprendente) di un paio d'anni
fa ad oggi e nello specifico a questo disco (licenziato dalla nuova
label Scarlet/Bakerteam Records ed uscito a fine 2012) di acqua sotto
i ponti ne è passata parecchia: parallelamente a una fitta rete di
date in Italia, i Rhyme hanno trovato anche il tempo per un tour a
Mosca, Kiew e Varsavia come supporter dei Papa Roach. Oltre alla band
statunitense i nostri hanno aperto show per i Misfits e _ mai domi _
si sono concessi un tour da headliner in Russia a dicembre.
Tralasciando le date programmate in Italia, la formazione per ora ha
messo da parte l'Europa ( in standby nell'attesa di nuovi concerti
nel prossimo futuro) per concentrarsi sugli States: i Rhyme sono in
procinto di esibirsi al Rocklahoma. Dopo una serie di show nell’area
di Los Angeles parteciperanno _ unici italiani nel rooster _ ad uno
tra i più importanti festival r'n'r americani, dividendo il palco
con Alice In Chains, Guns'n'Roses, Korn, Bush e una miriade di altri
gruppi all'evento, in programma dal 24 al 26 maggio. In terra
statunitense i Rhyme proporranno il meglio del loro repertorio. The
Seed And The Sewage annovera assoli clamorosi: Party Right dopo un
inizio quasi stoner mette in mostra il talento del chitarrista Matteo
Magni (tremendamente incisivo il wah wah in Slayer to the System),
mentre Manimal e soprattutto The Hangman testimoniano la solidità
della sezione ritmica (impeccabile) composta da Riccardo Canato al
basso e dal drumming di Vinny Brando. Ancora una volta ottima la
prova eclettica del frontman virgiliano Gabriele Gozzi.
Etichette:
Situazioni
mercoledì 15 maggio 2013
Vampire Weekend: Modern Vampires of The City
Il video di Step, un bel bianco e nero
con New York sullo sfondo ha tutto _ così come la canzone _ per
rimanere impresso, anche un messaggio subliminale: ai Vampire Weekend
piacciono i Modest Mouse, citati più volte nel testo del loro ultimo
singolo. Endorsement a parte, veniamo al disco. Melodie dream pop
che di volta in volta si propongono sotto una veste differente: ecco
che tessiture afro più corpose e stropicciate si alterano a setosi
drappeggi classici (nelle interviste promozionali Ezra Koeing ha più
volte ricordato la sua scorpacciata sonica dell'ultimo periodo di
Bach, Beethoven Chopin) o a morbidi e confortevoli tessuti pop rock.
Meno spigoloso rispetto al precedente Contra, Modern Vampires of The
City è un ulteriore passo in avanti per questi newyorkesi, mai così
padroni della materia, “tuttologi” in bilico tra vaghi echi di
ska/reggae, surf, world, gospel e qualsiasi altra cosa. Le citazioni,
si sprecano. Qualche volta l'esigenza (in questo caso parlare di
ansia di strafare sarebbe ingiusto) può giocare brutti scherzi,
ecco spiegati quegli effetti grossolani di elettronica _
nell'altrimenti memorabile _ Ya Hey (nei testi, un abbraccio al
Rastafaresimo di Bob Marley “...and Babylon don't love you"). Bella la
danzereccia e vivace Dyane Young, talmente strafottente e arrogante
con il suo mood Eighties (vengono in mente addirittura gli Wham) da
respingere critiche altrimenti doverose se non fosse per una
scrittura sopra la media. Il tribalismo del Mali, fiore all'occhiello
di Cape Cold Kwassa Kwassa (classico dal loro debutto) c'è ancora,
ma il terzo album dei Vampire Week End tra melodie dall'architettura
perfetta e amare riflessioni, segue un flusso più ragionato,
declinato di episodio in episodio con grande competenza e che
richiede più ascolti per essere assimilato appieno.
Etichette:
Suoni
martedì 14 maggio 2013
Space Boy
-Sounds of the Universe-
L'astronauta Chris Hadfield è una celebrità sul web e non solo in ambito scientifico: i suoi tweet e video sulla vita a bordo della stazione spaziale internazionale sono clikkatissimi (l'aggettivo è aberrante, lo so...). Qui omaggia David Bowie con la sua Space Oddity a secco di gravità...
L'astronauta Chris Hadfield è una celebrità sul web e non solo in ambito scientifico: i suoi tweet e video sulla vita a bordo della stazione spaziale internazionale sono clikkatissimi (l'aggettivo è aberrante, lo so...). Qui omaggia David Bowie con la sua Space Oddity a secco di gravità...
Etichette:
Situazioni
giovedì 9 maggio 2013
Cold War Kids: Dear Miss Lonelyhearts
- Aka: signor disco-
I Cold War Kids sono un
paradosso. Da sempre. Sfornano signori dischi _ certamente mai
epocali _ ma con regolarità (dal 2006 ad oggi sono quattro). Il
paradosso è che altrettanto regolarmente non ottengono l'attenzione
che meritano. Un vero peccato. Prima, schiacciati da un filone che ha
recuperato, peggio rispetto a loro, lo spleen di Joy Division e
affini (Interpol ed Editors su tutti e spesso con risultati fin
troppo scolastici), e ora la loro moderata svolta “pop” (nei
limiti del contesto sia chiaro) li ha messi a contatto con miliardi
di band concorrenti. Fortunatamente gli argomenti non mancano al
gruppo Californiano e nuova linfa viene apportata dall'ultimo
arrivato, il chitarrista _ e co.producer Dan Gallucci, già nei
Modest Mouse. Dear Miss Lonelyhearts si apre con il botto di Miracle
Mile, esercizio di forza nell'addomesticare il pop ad una forma
canzone perfetta nel suo incedere spedito, un inno da arena rock per
intenderci con il soul nell'anima (I feel the air upon my face,
forget the mess I'm in). Giocano subito a viso scoperto i Cold War
Kids: questo album vuole sovvertire il paradosso ed imporli _
finalmente _ ad un pubblico più ampio. Lost That Easy altro capitolo
degno di nota è un pezzo che rimane impresso dal primo ascolto, un
lifting sonoro con abbondanza di synth. Addomesticare un sound,
dicevamo (stavolta la “concorrenza” sono i Kings of Leon e gli
ultimi Killers), ma con misura, mancata un po in Loner Phase e
recuperata nella contagiosa Bottled Affection e in Tuxedos (con
Lennon dietro l'angolo). La voce di Nathan Willet continua a spingere
che è una meraviglia, e gli strumenti “in dissonanza” (ricordate Hang Me Up To Dry?) ci sono
ancora, qualcuno che fa altro, rispetto all'armonia principale e
mantiene vivo il tessuto del brano. Apprezzabile il solo di sax nella
malinconica Fear &Trembling, un gospel contemporaneo e attuale.
Altrettanto significativa la malinconica conclusione di Bitter Poem.
Che sia la volta buona? Tifiamo per loro...
I Cold War Kids sono un
paradosso. Da sempre. Sfornano signori dischi _ certamente mai
epocali _ ma con regolarità (dal 2006 ad oggi sono quattro). Il
paradosso è che altrettanto regolarmente non ottengono l'attenzione
che meritano. Un vero peccato. Prima, schiacciati da un filone che ha
recuperato, peggio rispetto a loro, lo spleen di Joy Division e
affini (Interpol ed Editors su tutti e spesso con risultati fin
troppo scolastici), e ora la loro moderata svolta “pop” (nei
limiti del contesto sia chiaro) li ha messi a contatto con miliardi
di band concorrenti. Fortunatamente gli argomenti non mancano al
gruppo Californiano e nuova linfa viene apportata dall'ultimo
arrivato, il chitarrista _ e co.producer Dan Gallucci, già nei
Modest Mouse. Dear Miss Lonelyhearts si apre con il botto di Miracle
Mile, esercizio di forza nell'addomesticare il pop ad una forma
canzone perfetta nel suo incedere spedito, un inno da arena rock per
intenderci con il soul nell'anima (I feel the air upon my face,
forget the mess I'm in). Giocano subito a viso scoperto i Cold War
Kids: questo album vuole sovvertire il paradosso ed imporli _
finalmente _ ad un pubblico più ampio. Lost That Easy altro capitolo
degno di nota è un pezzo che rimane impresso dal primo ascolto, un
lifting sonoro con abbondanza di synth. Addomesticare un sound,
dicevamo (stavolta la “concorrenza” sono i Kings of Leon e gli
ultimi Killers), ma con misura, mancata un po in Loner Phase e
recuperata nella contagiosa Bottled Affection e in Tuxedos (con
Lennon dietro l'angolo). La voce di Nathan Willet continua a spingere
che è una meraviglia, e gli strumenti “in dissonanza” (ricordate Hang Me Up To Dry?) ci sono
ancora, qualcuno che fa altro, rispetto all'armonia principale e
mantiene vivo il tessuto del brano. Apprezzabile il solo di sax nella
malinconica Fear &Trembling, un gospel contemporaneo e attuale.
Altrettanto significativa la malinconica conclusione di Bitter Poem.
Che sia la volta buona? Tifiamo per loro...
Etichette:
Suoni
sabato 4 maggio 2013
venerdì 3 maggio 2013
Beady Eye: Second Bite of the Apple
-Preview-
Mi ricorda un casino Dirty Day degli U2 (Zooropa)... gran bel pezzo comunque.
Mi ricorda un casino Dirty Day degli U2 (Zooropa)... gran bel pezzo comunque.
Etichette:
Suoni
giovedì 2 maggio 2013
mercoledì 1 maggio 2013
Yeah Yeah Yeahs: Mosquito
3 anni fa gli Yeah Yeah Yeahs se ne uscivano con It's Blizt il disco più divertente e accessibile che abbiano mai fatto. Mosquito, quarto capitolo di una discografia in continua evoluzione, metamorfosi dall'indie punk all'elettro pop ammorbidisce smussa gli angoli nel sound della band. A dispetto dell'assurda copertina splatter/comics, che lascerebbe presagire un umore decisamente più "cazzaro" il mood generale è malinconico ed intimista. Il disco, va detto si apre alla grande con un trittico di canzoni ottime: dal soul gospel di Sacrilege (!) alla tenue Subway, "dedicata" alla Metro della Grande Mela fino a Mosquito, reminescenza aggiornata dei fasti di Fever to Tell. Poi dalla quarta canzone una brusca virata, con Karen O e soci che stravolgono tutto, proponendo un'inedita attitudine dub/cinematica in Under the Heart, il pezzo in cui la salvifica mano del producer David Sitek (Tv on The Radio) si sente eccome, aggiungendo effetti, riverberi e proponendo soluzioni decisamente non convenzionali. La chitarra di Nick Zinner riemerge _ finalmente _ dalle nebbie in Slave, altra buona prova. Nel loro lavoro più sperimentale gli YYY stanno raccogliendo pareri contrastanti, tra chi li difende a spada tratta e chi, invece con meno indulgenza ha parlato di una prova sotto le aspettative e priva di mordente quando non di ispirazione tout court e These Paths, quasi a confermarlo, unisce synth ed effetti assortiti alla voce _ sempre piacevole _ di Karen O nel peggiore dei modi. Uno a zero per i delusi. Il pareggio, fortunatamente arriva con Area 52, riproposizione del punk rock newyorkese del '77. Interlocutorio l'inserto rap in Buried Alive (feat. Dr. Octagon). Always, sembra emergere dalle sessions di It's Blitz. In zona cesarini il colpo di reni con Wedding Song, lo slow migliore del disco, sui livelli dei loro classici Little Shadow e Skeletrons, nobilita il tutto, assieme alla voglia del gruppo di evolvere il proprio sound, noncurante dei rischi che questo comporta.
Etichette:
Suoni
domenica 28 aprile 2013
venerdì 26 aprile 2013
Mudhoney: Vanishing Point
Ascolti il nuovo dei Mudhoney e viene il dubbio che sia l'album d'esordio. Grandi ragazzi. Ancora una volta Raw Power!
Etichette:
Suoni
domenica 21 aprile 2013
Sound City: Real to Reel
Grohl re mida del rock? Forse si a
giudicare dal tenore dei suoi (sterminati?) progetti solisti.
Stavolta non è una band nel senso convenzionale del termine, ma un
“partito liquido” del rock. Una formazione trasversale che
raccoglie adepti all'area stoner, al grunge, all'alternative, seguaci
del noise, passando per i fedelissimi del country, per gli anarcoidi
punk e per i metallari duri e puri. Larghe intese per i Sound City
Prayers quindi, all star del rock americano. Tutto parte dai Sound
City Studios _ che hanno visto nascere dischi epocali. Jonny Cash, Tom
Petty, Nirvana, Neil Young, Ry Cooder etc etc _ e da una console (la Neve 8028) destinata ad un
abbandono frutto dell'ennesimo sgarbo tecnologico. Peccato che
l'anima di certi oggetti non sia facilmente replicabile.Per salvare il salvabile (la struttura ha chiuso
i battenti nel 2011) Grohl ha trasferito la console al 606, il suo
studio di registrazione casalingo. Poi, un giro di telefonate dopo,
questo progetto è diventato qualcosa di più di un'idea: la colonna
sonora per un documentario, diretto dal leader dei Foo Fighters, e
presentato con successo anche al Sundace Film Festival. Un gioco di
memoria costante: Cut Me Some Slack (i Nirvana superstiti con
McCartney) a rinverdire i fasti di Helter Skelter, Heaven and Hell
con i Black Rebel Motorcycle club accompagnati dal drumming solido di
Grohl. Il disco stuzzica, ricordate i Masters of Reality? Dopo i
pezzi in cui compare Chris Gross andate a ripassare la lezione
(blues/stoner a palate). Poi ci sono i Ratm, i Foo's, Homme e Reznor
che duettano in Mantra e il rock pìù convenzionale con Corey Taylor
(From Can to Can't) e Stevie Nicks nel quasi singolo You Can't Fix
This.
Etichette:
Suoni
giovedì 11 aprile 2013
mercoledì 10 aprile 2013
The Strokes: Comedown Machine
A due anni dal bel ritorno di Angels,
“His Laziness” Julian Casablancas richiama i ragazzi e rimette in
moto la macchina. 10 canzoni, giusto 40 minuti di musica. Che sia
buona o blasfema tocca a voi giudicare. Magari schierandovi, come il
grosso dei magazine e delle fanzine di settore, divisi in maniera
“manichea” tra chi ha gridato al miracolo e chi ha liquidato
Comedown Machine come il peggior disco del gruppo e _ udite udite _
degli ultimi anni. La verità forse sta nel mezzo, ma per il
sottoscritto, notoriamente di manica larga, prevale un voto positivo.
Presto detto: due o tre pezzi ricordano il brillante debutto di Is
This It e questo basta per divertire, riaggiornare il repertorio più
r'n'r senza fotocopiarsi ad libitum (ricordate Room on Fire?) . Il
resto rappresenta una nuova e consapevole sterzata verso sonorità
ancora più catchy e pop. Abbandonate le schitarrate da redivivi Velvet Underground, sono le tastiere anni Ottanta a dominare la
scena, come nel debutto solista di Casablancas, il cantante che
ha definito il tenore del “nuovo” corso. Tap Out rappresenta il
compromesso storico tra il passato/presente dei nostri, mentre All
The Time è in linea con la loro tradizione sonica. Julian
Casablancas non canta quasi mai con effetti e altri ammennicoli (un
po la sua coperta di Linus), ma si lancia in un falsetto _
sorprendente per chi ha in mente gli Strokes di 10 anni fa. Se per
voi Comedown Machine è sinonimo di blasfemia One Way Trigger _
clonata da Take On Me degli A-ha _ farà paura, se invece non temete
spauracchi vari i 4.02 del brano sapranno sicuramente divertire. Nel
trittico finale il colpo di coda con l'Happy Ending dato dall'omonimo
brano, l'hypster song assoluta dell'album e pausa di riflessione tra
due ballate: Chances e l'insolita _ inedita e piacevole _ Call It
Fake, Call It Karma, oggetto alieno nel loro repertorio. Ma
chissenefrega. Sono gli Strokes e in macchina con la propria ragazza
sono il compromesso (e due!) migliore per bypassare assurdi network
radiofonici.
Etichette:
Suoni
lunedì 8 aprile 2013
Queens of the Stone Age: My God is in the Sun
-Le regine pronte al gran ritorno-
Stavolta Homme ha fatto le cose per bene (sembra). Ha reclutato un cast stellare per il nuovo album delle Regine, intitolato Like Clockwork e in uscita il prossimo 4 giugno per l'indipendente Matador Records: Dave Grohl _ di nuovo dalle parti di Joshua Tree dopo Songs For The Deaf _ Trent Reznor, Mark Lanegan, Elton John, Alex Turner degli Artic Monkeys etc etc. Poi tira fuori dal cilindro un artwork in stile vampiresco/Dylan Dog. Altra notizia fresca fresca, è stato reclutato un mostro di bravura, Jon Teodore (già nei Mars Volta) per suonare la batteria dal vivo. E per finire, ciliegina sulla torta, anticipa il nuovo corso con un interessante estratto, My God Is In The Sun. Bello.
Stavolta Homme ha fatto le cose per bene (sembra). Ha reclutato un cast stellare per il nuovo album delle Regine, intitolato Like Clockwork e in uscita il prossimo 4 giugno per l'indipendente Matador Records: Dave Grohl _ di nuovo dalle parti di Joshua Tree dopo Songs For The Deaf _ Trent Reznor, Mark Lanegan, Elton John, Alex Turner degli Artic Monkeys etc etc. Poi tira fuori dal cilindro un artwork in stile vampiresco/Dylan Dog. Altra notizia fresca fresca, è stato reclutato un mostro di bravura, Jon Teodore (già nei Mars Volta) per suonare la batteria dal vivo. E per finire, ciliegina sulla torta, anticipa il nuovo corso con un interessante estratto, My God Is In The Sun. Bello.
Etichette:
Suoni
mercoledì 3 aprile 2013
Atoms For Peace: Amok
Quanta curiosità per il debutto degli
Atoms For Peace, annunciati e ibernati più volte. Yorke senza i
Radiohead. Yorke che si rilassa e mette insieme una band (e che band
verrebbe da dire) dopo le intuizioni electro di The Eraser, (il
nome del gruppo deriva proprio dall'omonima canzone del suo debutto
in solitaria). Sulla carta il non plus ultra del post/rock/electro/
qualsiasicosa. Ovviamente la critica specializzata ha speso parole
d'elogio per le rare uscite pubbliche degli Atoms. Ora è in
programma un mini tour a ribadire la padronanza dell'esecuzione live
(non si discute, per carità!), ma soprattutto ora abbiamo tra le
mani (finalmente) Amok. Il disco. Pubblicato da Xl Recordings è un
bell'oggettino, un cartonato ripiegabile illustrato in chiave naif,
che sintetizza l'astio di Yorke contro i mali di questa modernità
disfunzionale, una parata di icone/simboli del capitalismo (petrolio,
mass media, banche, addirittura Walt Disney!) sui quali si abbatte
una pioggia di meteoriti. Ironiche provocazioni post/apocallittiche a
parte, Amok è un disco spesso, in cui la forma canzone viene
sacrificata/scarnificata. Il giochino _ ribadito fino allo sfinimento
_ consiste nel rendere indefinibile la distinzione tra elettronica e
beat umano. E' Flea che suona in questo punto o sono i campionamenti
di Nigel Godrich (producer dei Radiohead)? Amok si lascia apprezzare
per la ricerca sul ritmo, per l'aspetto elettro/percussivo
(encomiabile il lavoro del drummer Joey Waronker e del percussionista
brasiliano Mauro Refosco), per quell'anima sintetica che diventa
umana per un attimo e si trasforma di nuovo. Non è un disco di
canzoni, ma di intuizioni, forse non tutte memorabili, ma in alcuni casi degne di
nota (Stuck Together Pieces, Dropped e Ingenue) su tutte. “Eravamo a
casa di Flea a Los Angeles, ci siamo fatti e abbiamo giocato a
biliardo ascoltando Fela Kuti”. Detto tutto...
Etichette:
Suoni
martedì 2 aprile 2013
Miss Chain & The Broken Heels: The Dawn
Il country di Calcutta o il
brit/western (un ossimoro, ma funziona!) di It's Gone sono piacevoli
divagazioni sul tema, un garage pop che rimane in testa dal primo
ascolto, in cui il collettivo si mette a disposizione, senza
virtuosismi di sorta, ricercando ora la melodia perfetta ora una
precisa atmosfera _ qualcuno ha parlato di sunshine pop anni
Sessanta. The Dawn, è stato prodotto dalla band con il producer
Pierluigi Ballarini (The R's) al T.U.P Studio di Brescia e se la
gioca alla pari con le fatiche di gruppi americani o inglesi senza
troppi patemi. Concepito in due settimane, testimonia un momento
creativo cruciale per il gruppo, ormai con tutti i requisiti per
imporsi in giro per il mondo. Da marzo infatti, partirà quello che
potrebbe essere il loro neverending tour: Italia, Europa, Usa, Canada
e Giappone. The Dawn guarda ai The Coral più bucolici e
tradizionalisti, all'indie delle Dum Dum Girls, al brit dei The La's
_ tanto per fare qualche nome _ proponendo il tutto in maniera
autonoma e personale, senza inutili dispersioni. La cantante Astrid
evoca le 4 Non Blondes di Linda Perry in Quack, bypassando il
pericolo di una stantia seduta spiritica. Ancora lei in Little Boy
rilancia le intuizioni revival country/mainstream di Lilly Allen e
della sua Not Fair. La strumentale Lazy Tide, con i suoi riverberi
introduce alla conclusiva In Rainbow. Il brano si chiude sulle note
di una musica da circo, finito lo spettacolo, arrivano i titoli di
coda su un lp leggero un prodotto intelligente e ben calibrato.
Etichette:
Suoni
domenica 24 marzo 2013
mercoledì 20 marzo 2013
Suede: Bloodsports
Bloodsports è il disco che non
t'aspetti, per tanti motivi: arriva dopo ripetuti e reiterati rifiuti
ad andare oltre tour nostalgia: “mai e poi mai”, dichiarava
sicuro il cantante Brett Anderson, due o tre anni or sono. E poi è
il disco che non t'aspetti perché suona bene, decisamente meglio
rispetto al precedente A New Morning del 2002, (nato male e
invecchiato peggio), come se il letargo decennale sia stata una
parentesi estemporanea. Anche se la storica line up non è al
completo, (le due anime della band, Anderson e il chitarrista Bernard
Butler ci hanno provato con il buon side project The Tears nel 2005)
è un disco al 100%Suede, con tutti i pro del caso. I contro _
perdonate il mio essere partigiano _ non esistono. Musicalmente
Bloodsports è il trait d'union tra Dog Man Star e Coming Up (il gota
della loro discografia), cori immediati, sorretti da riff glam
alternati a morbide trame brit. Il concept dell'album, ispirato dal
libro Essays in Love, di Alain de Botton, racconta la genesi di una
storia d'amore e il suo tribolato epilogo. La nobiltà sonora
d'Albione è degnamente rappresentata nei 10 capitoli di un lp che si
apre in pompa magna con Barriers. Perfetta, tra Smiths, Roxy Music,
e... Suede! Sabotage, ma soprattutto For The Strangers sono tra le
migliori ballate del gruppo. Si rallenta con Sometimes I Feel I'll
Flow Away, dall'ineccepibile partitura di chitarra e con le
malinconiche e disilluse vibrazioni di What are you not telling me?
Faultline, in ossequio al concept di cui sopra, chiude sommessamente
il discorso, con Anderson a cantare ancora una volta il suo dolore
per una storia finita male. Come ai bei tempi. Bentornati ragazzi.
Etichette:
Suoni
domenica 17 marzo 2013
lunedì 4 marzo 2013
Be Here Now: schegge di Brit Pop
-Il Brit Pop, tra ghigni stronzi, eroi sonici e feat. fantascientifici-
Noel Gallagher l'ha buttata li, ed ovviamente è clamorosa: ai prossimi Brit Awards ha intenzione di suonare con Damon Albarn. E chi si ricorda più il '95 di Country House/Roll with It????
Noel Gallagher l'ha buttata li, ed ovviamente è clamorosa: ai prossimi Brit Awards ha intenzione di suonare con Damon Albarn. E chi si ricorda più il '95 di Country House/Roll with It????
E mentre il fratellino è in studio con Andy Bell e Gem per registrare il nuovo album dei Beady Eye...
...Un ispirato Jonny Marr se ne esce con il primo (ottimo) disco solista: The Messenger.
Etichette:
Suoni
domenica 3 marzo 2013
giovedì 28 febbraio 2013
Black Rebel Motorcycle Club: Specter at the Feast
Specter at the Feast: lo spettro, invocato nel titolo altri non è che il padre di Robert (mentore della band e componente dei Call negli anni Ottanta), scomparso nel 2010. La rielaborazione di un lutto, la voglia di celebrare la figura di Michael Been, padre del bassista: un cerchio che si chiude a livello umano e di riflesso sul piano musicale. L'album si apre con gli armonici di Fire Walker, tono sommesso per Robert Been e miglior viatico per immergersi nella atmosfere rarefatte del disco (Some Kind of Ghost), che per la cronaca, è un signor disco. Più misurato rispetto al precedente (e nonostante tutto più felice e consapevole), sintetizza un percorso non privo di battute d'arresto, magari dalle alterne fortune, ma sempre il linea con il loro credo sonico. Non a caso i BRMC cantavano fieri “I gave my soul to a new religion, whatever happened to our rock and roll." In questa versione Let The Day Begin, cover dei Call, ricorda per stile chitarristico le intuizioni di The Edge. Returning, intrisa di malinconia è un estremo emozionante saluto, così come il gospel di Sometimes The Light, tra gli slow migliori dei nostri. Specter at the Feast _ ispirato al dramma shakespeariano Macbeth _ ripropone, con maggiore sobrietà il meglio della carriera della formazione americana. Stavolta però i riverberi shoegaze, la psichedelia à la Jesus and Mary Chain non monopolizzano la scena: semmai è il mood del capolavoro Howl a essere predominante con le sue venature folk/blues ( basta Lullaby, la 4° canzone per la conferma: mio disco dell'anno). Il R'n'R selvaggio non manca: il trittico Teenager Disease, Rival e Hate The Taste in concerto farà sfracelli. Pelle d'oca per Loose Yourself: evento più unico che raro al giorno d'oggi.
Etichette:
Suoni
mercoledì 27 febbraio 2013
If it makes you happy
It can't be that bad
If it makes you happy
Then why the hell are you so sad
Etichette:
Pensieri
giovedì 21 febbraio 2013
mercoledì 20 febbraio 2013
Torni a bordo (c...o!)
E' giunto il momento di riprendere in mano il blog, magari riducendo le ore di ricreazione, sempre più frequenti ultimamente. Sto cercando di ricaricare le pile. Serve più rock'n'roll. E in marzo i Balck Rebel Motorcycle Club suonano ai Magazzini Generali a Milano: consecutio temporis.
Concerto da inserire nel C.V.
Concerto da inserire nel C.V.
Etichette:
Pensieri
giovedì 7 febbraio 2013
Tomahawk: Oddfellows
Mike Patton non riesce proprio a stare
fermo, è più forte di lui: dopo Faith No More, Fantomas, Pepping
Tom, l'avventura crooner con Mondo Cane, ecco tornare _ era ora _ i
Tomahawk, super gruppo elitario del rock alternative. Il singer di
Epic se la gioca con Lanegan, altro onnipresente del settore.
Oddfellows (uscito per l'etichetta Ipecac Records) sancisce il
ritorno del gruppo a sei anni da Anonymous, il precedente album, ma
guai ad equipararla ad un'operazione meramente commerciale, specie
per il tenore complessivo di un album improntato alla ricerca e alla
sperimentazione. Mostruoso come sempre, l'onnivoro Patton passa con
disinvoltura da un registro all'altro senza troppi convenevoli, note
pulite svaniscono, schiacciate da parole ora urlate ora sussurrate
(con piglio sinistro of course)! Limitarsi ad elogiare Patton però,
significa non rendere giustizia ad una formazione stratosferica
completata da Duane Denison (Jesus Lizard, Unsemble,), John Stanier
(Helmet, Battles,) e per l'occasione da Trevor Dunn (Mr Bungle,
Fantomas). Fosse un progetto “normale” I.O.U con quel basso
poderoso e una drum machine semplice semplice (i rimandi ai Pepping
Tom si sprecano) si candiderebbe a ballad del disco, invece diventa
un bel lento incazzoso e anti-convenzionale. Se le ottime South Paw e
Stone Letter ricordano gli ultimi Faith No More, una lucida follia è
la stella polare di Patton in White Hats/Black Hats: cosa riesce a
fare in 3.21? Una botta d'energia clamorosa e malata, à la Melvins
per intenderci. Un disco che non può annoiare: ad ogni ascolto si
scopre qualche particolare in più, necessario per (cercare di )
trovare il bandolo della matassa.
Etichette:
Suoni
martedì 5 febbraio 2013
lunedì 4 febbraio 2013
giovedì 31 gennaio 2013
L'Officina della Camomilla: Senontipiacefalostesso
Una strage al panificio/ tutte le
persone sono spazzatura/siamo pieni di droga/ faccio esplodere il mio
condominio di m... Al netto delle provocazioni tout court estrapolate
a caso dai testi dell'Lp _ innaffiati di ironia e sarcasmo al
quadrato (ovvio) _ abbiamo tra le mani un piccolo album, inteso
nell'accezione
più bella e semplice del termine. Un disco di confessioni, raramente
bugiardo e nel complesso sincero. Un disco che cita per nome e cognome
oracoli, miti dei padri (Monica Vitti) e magari dei fratelli maggiori
o degli zii (Federico Fiumani dei Diaframma) ne Un Fiore per
Coltello, elogio all'auto-esilio in giornata scoglionata. L'esordio _
dopo ep e comparsate “virali” su You Tube _ dell'Officina della
Camomilla è (anche) un bignamino di Milano vista da gente di
20anni, metropoli che si dilata in spazi infiniti salvo contrarsi in
un attimo (che bello il sussurro nella title track). Senontipiacefalostesso Uno, il primo di due volumi
che vedranno la luce quest'anno per l'etichetta bolognese Garrincha
Dischi, non può dimenticare la provincia. Ecco allora che i mobili
Ikea (non luogo per eccellenza), il brucomela per i tossici, lo
scoglio di Marinella, il vino al supermarket, le tute dell'Adidas,
delineano un quadro quasi grottesco ne La provincia non è bella da
fotografare, piacevole come la riuscita collaborazione con Lo Stato
Sociale in La tua ragazza non ascolta i Beat Happening. L'officina della
Camomilla è una band composta da Francesco De Leo e Claudio Tarantino
con Marco Amadio, Anna Viganò e Ilaria Baia Curioni. Da adesso in
poi non potrà MAI mancare nei loro concerti la proto-punk Ho fatto
esplodere il
mio condominio di m... Alla faccia dello scontro generazionale.
Etichette:
Suoni
mercoledì 30 gennaio 2013
Soundgarden: Black Rain (Acappella)
-Ed è più forte senza strumenti-
La voce di Chris Cornell, in questa versione di Black Rain, fa paura. Passaporto per mandare affanculo mezzo mondo, poi passa tutto, ma quando ci vuole ci vuole.
Etichette:
Pensieri
venerdì 25 gennaio 2013
Depeche Mode: Il 1/02 esce Heaven
-People are People-
Buone nuove per gli amanti dei Depeche
Mode: venerdì prossimo esce il Heaven, primo singolo del nuovissimo
album del gruppo intitolato Delta Machine e disponibile dal 26 marzo. «Questo disco _ ha detto il cantante Dave Gahan _ ha un suono magico.
Amiamo sporcare i brani, vogliamo che abbiano la nostra impronta»
Etichette:
Suoni
giovedì 24 gennaio 2013
Syd: See You Downtown
Chiamatelo “cittadino del mondo”,
non tanto perché ha studiato 6 mesi a New York (al Drummer
Collective della Grande Mela), ma piuttosto per la sua conoscenza
della electro-geografia musicale tout court e per un curriculum bello
pieno che lo ha portato a destra e sinistra tra collaborazioni,
progetti, live e produzioni assortite ( tra gli altri ha collaborato
con The Bloody Beetrots, Lee Mortimer, Dj Kaos...). L'esordio di
Marco Pettinato... ops... John Lui sotto il moniker Syd (See You
Downtown) è un debutto che parla ai club con il verbo dello stoner
rock ( non si spiega diversamente quella coda acida in How Many
Reasons). Matrice comune all'intera operazione, il recupero di
soluzioni squisitamente anni Novanta (il prossimo filone definitivo
del remake, direbbe il critico musicale Simon Reynolds), con flash
dei Prodigy, omaggiati in Sinner. Just For a While sembra un remix
firmato da Flood _ producer dietro agli episodi più sperimentali e
disco degli U2 (Mofo), tuffo sintetico prima della morbida slide
guitar di Frozen (sulle orme di Lanegan e Campbell?). Lo scorrere
veloce (troppo veloce!) del tempo è il filo conduttore dei testi:
lungi dall'essere un concept, l'opera prima di Syd è più
semplicemente un invito alla riflessione. Il disco è stato ultimato
nei Posada Negro Studios con la collaborazione di Roy Paci e Marco
Trentacoste.
Etichette:
Suoni
venerdì 18 gennaio 2013
Led Zeppelin: Houses of The Holy
Houses of The Holy è l'istantanea di
un gruppo per l'ennesima volta in stato di grazia (nel '73 anno di
pubblicazione del disco era già successo altre 4 volte: un record!).
Una band ancora lontana dalle secche compositive e dalle tensioni di
Presence, monocorde e disperato urlo hard rock, forse la prima e
unica flessione nella discografia del dirigibile. Con questo disco
gli Zeppelin contaminano il proprio sound, includendo elementi
reggae, funk e pop e smarcandosi dal precedente Led Zeppelin IV. La
copertina del disco è ispirata da un romanzo di Arthur Charles
Clarke del 1952 intitolato “Le guide del tramonto”. “Floydiana”
fino al midollo, la cover è stata realizzata da Aybrey Powell,
grafico dello studio Hipgnosis (celebre per le copertine di Waters &
Gilmour). Il disco (in totale 8 canzoni) alterna composizioni lunghe
e articolate, con cambi di tempo, di atmosfere e registro pressoché
continui e ripetuti. In quel periodo niente sembrava scalfire
l'ambizione di Page, autore di un vero e proprio miracolo
chitarristico per l'opener The Song Remains The Same, con un
campionario sonico pressoché infinito, miracolo "bissato"
in Over The Hills and Far Away. Finalmente sale in cattedra John Paul
Jones, polistrumentista mai troppo lodato: è suo l'organo spettrale
nella funerea No Quarter, tra l'altro l'interpretazione più dark di
sempre per Robert Plant. Houses of The Holy è un caleidoscopio di
atmosfere sognanti e rarefatte (The Rain Song), caraibiche (D'yer
Maker, il primo reggae bianco anticipa l'esplosione della musica
Giamaicana), psichedeliche o pop (Dancing Days).
Etichette:
Suoni
martedì 25 dicembre 2012
lunedì 24 dicembre 2012
mercoledì 19 dicembre 2012
martedì 18 dicembre 2012
lunedì 17 dicembre 2012
Manic Street Preachers: Generation Terrorist
L'esordio dei Manics è stato
l'antidoto alla positività del post teacherismo, inteso come
naturale evoluzione/aspirazione culturale per una generazione in
cerca di riscatto e speranza dopo anni di bastonate _ non solo
morali. Il debutto dei gallesi _ come detto _ è antidoto perché
crudo, asciutto e scomodo negli argomenti trattati, corpo alieno
rispetto alle eteree visioni anticipate dagli Stone Roses, tanto per
citare altri padri putativi del movimento. Another Invented Disease e
Motorcycle Emptiness le vette di un album che testimoniava l'amore,
sopito con il tempo, dei gallesi per i Guns'N Roses e più in
generale per quelle trame hard rock e glam, così in voga non solo
sul Sunset Strip di L.A. Nonostante il tentativo fallito di imporsi
oltreoceano, i Manic Street Preachers si affermarono comunque nel
Regno Unito, vendendo quasi 300.000 copie dell'album, promosso
concerto dopo concerto, singolo dopo singolo. In attesa di
assestarsi, di album in album, verso sonorità prettamente anglofone,
i Manics dimostrarono da subito una padronanza quasi assoluta della
materia. I 6.07'' di Condemned to Rock N'Roll sintetizzano l'iniziale
credo della formazione gallese, così come il punk di You Love Us.
Motorcycle Emptiness _ melodicamente ineccepibile _ è il primo brano
tendente alla perfezione dei loro singoli. Il riff migliore, però è
quello di Another Invented Disease, così semplice, eppure inedito
fino ad allora. Generation Terrorist vede un gruppo forse ingenuo
nell'approccio (troppo istintivo?), ed ignaro delle ombre
all'orizzonte (il chitarrista Richey Edwards è sparito nel nulla dal
'95). "L'album e i demo suonano benissimo, le nostre ambizioni
suonano ridicole, e considerando gli argomenti di cui parlavamo,
eravamo veramente divertenti", ha dichiarato il bassista Nicky
Wire commentando la reissue in uscita per il ventennale di questo Lp.
Etichette:
Suoni
domenica 16 dicembre 2012
Mick sul concerto di Newark degli Stones
-Glimmer Twins & Friends-
The last show in Newark was such a
blast, everyone was at the top of their game. I thought all the
guests, Bruce, Lady Gaga, the Black Keys, Gary, John and Mick Taylor
were all fantastic. The Stones weren't bad either!
Etichette:
Concerti
venerdì 14 dicembre 2012
Chuck Klosterman: Fargo Rock City
Segnalo Fargo Rock City, avvincente e brillante "trattato" sul pop metal (ri-aggiornato nel 2012) hard rock glam heavy anni Ottanta/Novanta. Ricco di aneddoti (più o meno seri) su tantissimi gruppi, dai Guns (sia i seminali L.A. che i famosi Roses), ai Bon Jovi, ai Poison ai Mötley Crue...
"Un libro sulla cultura pop americana non poteva raggiungere un livello più alto, o essere più divertente e leggibile, di Fargo Rock City. Se amate il rock, lo adorerete"
Stephen King
Etichette:
Pensieri
giovedì 13 dicembre 2012
Miraggi rock'n'roll?
-Deliri desertico/onirici e una leccata di rospo-
Mi sveglio alle 6 impossibilitato a prendere sonno, accendo la tv e vedo in un documentario su Rai5 Josh Homme, il chitarrista dei Queens Of The Stone Age mangiare trippa nel deserto di Joshua Tree. Decisamente troppa psichedelia in un colpo solo...
Etichette:
Pensieri
lunedì 10 dicembre 2012
domenica 9 dicembre 2012
Lorenzo Jovanotti: Backup
Lorenzo l'ho seguito fin da bambino, dall'omonimo del '94 (Piove, Serenata Rap, Penso Positivo) su cassetta pirata (mea culpa). Una specie di cugino alla lontana, che ogni 2 o 3 anni tornava a casa, inquilino del mio stereo di tanto in tanto (tanto). Certo alle volte la nostalgia era parecchia, mente in altre occasioni mi stava quasi sulle palle(Il quinto mondo). Pazienza. Ma nel 2012 con l'uscita di Backup _ "opera omnia" del Jova pensiero con il meglio del meglio e una manciata di inediti _ possiamo definitivamente dirlo: il tempo è dalla sua. Lorenzo c'è sempre.
For President.
For President.
Etichette:
Suoni
mercoledì 5 dicembre 2012
The Rolling Stones: Doom and Gloom
- Mick & Keith & Charlie & Ronnie-
Ma che tiro ha questa canzone? Grrrr il box set con il meglio degli Stones sarà mio. Nella versione apocalittica e mega galattica da 80 pezzi.
Ma che tiro ha questa canzone? Grrrr il box set con il meglio degli Stones sarà mio. Nella versione apocalittica e mega galattica da 80 pezzi.
Etichette:
Suoni
martedì 4 dicembre 2012
lunedì 3 dicembre 2012
I Led Zeppelin alla Casa Bianca!
"Per favore non devastate la Casa
Bianca": con una battuta il presidente statunitense Barack Obama ha accolto al numero 1600 di Pennsylvania Avenue i Led Zeppelin,
durante la cerimonia di consegna dei Kennedy Center Honors 2012,
prestigioso riconoscimento per gli artisti che hanno dato un
significativo impulso alla cultura americana. Oltre a Robert Plant,
Jimmy Page e John Paul Jones sono stati premiati il bluesman Buddy
Guy e l'ancorman David Letterman.
domenica 2 dicembre 2012
Lenula: Profumi d'epoca
Quel grido di dolore, travestito da
canto di gioia etilico e una figura che torna dal passato e
spaventa: il pezzo è Promessa, e si ricollega all'ideale seguito de
Il Naufragio (e sorride l'uomo stanco per la sbronza che lo cura.
Amico mio di guai ne abbiamo tanti e di gioia nessuna). Un frammento
a caso di Profumi d'epoca da l'idea di come il concept del disco sia
pietra angolare per imbastire un discorso profondo, sicuramente
scomodo. Antiche passioni, antichi dolori, rimedi trasfigurati nel
tempo e riproposti con un'urgenza attualissima, in un parallelismo con
l'antichità dei baccanali per urlare con lucida follia l'assurdità
dell'oggi e di questi tempi stanchi. Meglio (o peggio?) se persi in
quei paradisi artificiali urlati da Gabriele Paparella (chitarra e
voce). Fin qui la mitologia tout court, la mitologia _ quella sonora
_ dei Lenula è plasmata dalla cinica foga del Teatro degli Orrori,
dall'eclettismo di Capossela, del prog rock anni Settanta tanto caro
ai Calibro 35 (l'hammond onnivoro di Senza Tempo). Un sorso del
disco ubriaca di rimandi, citazioni, digressioni, dove _ senza
apparente soluzione di continuità _ si alternano a ritmo incalzante
rivincita e sconfitta. Il disco è stato registrato in due settimane,
lavorando e vivendo in presa diretta in una casa di campagna
allestita a studio. I Lenula nascono a Villa Castelli, un piccolo
paese nella provincia di Brindisi, in Puglia: oltre a Paparella la
line up comprende Ciro Nacci (piano bass, pianoforte e
sintetizzatore) e Gabriele Conserva (batteria).
Etichette:
Suoni
giovedì 22 novembre 2012
Soundgarden: King Animal
Da adepto al “culto” dei
Soundgarden mi sono avvicinato a King Animal con sensazioni
contrastanti: sospetto e curiosità per il nuovo corso, riconoscenza
per il loro glorioso passato e paura nel dover ammettere un
ipotetico _ in questo caso scongiurato _ tonfo artistico. Dalla
reunion del 2010, dai secret gig come Nude Dragons (anagramma di
Soundgarden), ai tour mondiali fino alla retrospettiva Telephantasm,
King Animal è partito da lontano. Ora che _ per stessa ammissione di
Cornell _ “la ricreazione è finita” abbiamo tra le mani un
ibrido tra Superunknown e Down on the Upside, ma senza brani
“assoluti”. Ad aprire i giochi Been Away Too Long, più che un
titolo un modo per scusarsi con i supporter della band “ a secco” da 15 anni.
Assieme a Non-State Actor e alla marziale By Crooked Steps rompono
gli indugi all'insegna di un hard rock intelligente e ben calibrato,
ma è solo con la quarta traccia, A thousand Days Before che Kim
Thayil colora di sonorità orientali ( vi ricordate la bonus track
del '94 She Like Surprises?) la canzone, dando il la a quelle venate
psichedeliche trade mark delle ultime prove targate Soundgarden.
Blood On The Valley Floor _ nel tentativo di riconnettersi a
Superunknown _ testimonia l'amore per i Sabbath dei nostri. La voce
di Cornell seppur scalfita dal tempo è ancora immensa, e dove non si
arriva più ci pensa il mestiere. Bones of Birds è una spettrale
ballad rassegnata, mentre Black Saturday regala il miglior riff
dell'album, non a caso inserito nel promo dell'Lp. Inedito (e
forse inutile nell'economia complessiva del prodotto) il pop di Halfway
There, comunque gradevole. L'ultima zampata di King Animal, arriva con il trittico Worse
Dreams (dove Cameron e Shepherd si distinguono per la loro compattezza), Eyelid's Mouth (con l'ospitata di Mike McCready) e assoli di
chitarra come se piovesse e Rowing, che si congeda nel migliore dei
modi.
Etichette:
Suoni
lunedì 19 novembre 2012
Aerosmith: Music From Another Dimension
Sono passati 11 anni dall'ultimo album Just Push Play, ma è bello notare come da allora il verbo in casa Aerosmith sia rimasto lo stesso: un invito a divertirsi senza farsi troppe menate. Metti su il disco (per chi ancora ci crede e li compra) e goditi l'ascolto. That's all folks! D'altronde, la loro carriera, elencata fieramente come un odissea rock'n'roll nel video di Legendary Child, è il miglior modo per riassumere una vita all'insegna dell'eccesso: se dagli anni Settanta chiunque li conosce come Toxic Twins, un motivo ci sarà... Music From Another Dimension, è un viaggio nel rock a stelle e strisce più classico, equamente diviso tra pezzi r'n'r, con lo stesso tiro che c'era in Toys in the Attic oppure in Rocks (Lover Alot, cazzo se prende bene!), e ballate nel solco della miglior tradizione dei nostri. In Tell Me (ma non era su Get a Grip?) Steven Tyler mostra senza paura, una voce provata dal tempo, ma incredibilmente soul, calda e comunicativa, (ancora) avanti anni luce rispetto alla concorrenza. Joe P. ci mette del suo macinando riff su riff (Luv xxx), arte perduta della quale il chitarrista di Boston è tra gli ultimi custodi. Il bello (almeno per me) di questi Aerosmith, che cadono sul palco, che litigano (Perry e Tyler) da Letterman, che sono sempre più sfatti, che escono con le modelle di 25/30 anni, che vanno ad American Idol e SONO lo show, che si odiano, vanno in tour, bevono ancora troppo, fanno una vita come Steve McQueen (cit.), registrano due pezzi a Los Angeles e si imbarcano nell'ennesimo tour mondiale è proprio questo: non ne hanno ancora abbastanza. E avendo venduto 150 milioni di album è un piccolo miracolo. Meno patinato nei suoni rispetto agli ultimi dischi, Music From Another Dimension recupera una componente soul che emerge con fierezza in Oh Yeah e Out go the Lights. Clamorosamente belle e anacronistiche Beautiful e Street Jesus, solo anacronistica e melensa What Could Have Been Love, inferiore rispetto a We All Fall Down. L'album scorre via che è un piacere e regala, dopo Something _ con vaghi rimandi ai primi Aerosmith _ altri bei momenti: Closer _ perfetta _ e Another Last Goodbye, voce e piano. Da Brividi. Dio benedica i Toxic Twins.
Etichette:
Suoni
domenica 18 novembre 2012
venerdì 16 novembre 2012
Flowers: Monna Lisa Store
- (Br)It pop-
Prendi It's gonna be alright, con quel finale “bipolare” e sempre in bilico tra gli Oasis di Be Here Now e i Supergrass dei giorni migliori: non sembra vero che il panorama nostrano annoveri una realtà talmente “padrona” della materia, il brit pop per l'appunto, da sembrare un'istantanea, magari di metà anni Novanta, made in Uk. Invece i Flowers, sono italianissimi (vengono da Piacenza) e all'esordio _ dopo un Ep auto prodotto nel 2009 _ dimostrano subito il fatto loro. Oltre alla scanzonata For Anytime buon biglietto da visita, il disco si fa apprezzare nella sua interezza. Ottimo lo spunto di Heart of Life, che ricorda musicalmente pezzi di “gallagheriana memoria” e in cui vi è il richiamo ad un passo del De Profundis di Oscar Wilde, lettera scritta durante la prigionia, dove l’autore scavava nella sua anima per esternare pensieri, rimembranze e ossessioni. Altrettanto apprezzabile Four in a Row, brano con lo stesso mood “easy listening” dei Fratellis Per registrare l'esordio su lunga distanza Alex (voce e basso), Mel (batteria) e Steve (chitarra, seconde voci e songwriter della band) si sono avvalsi della collaborazione dell'ex Hormonauts Andy Macfarlane, chitarra solista in Country Shop e di Paolo ‘Apollo’ Negri(Link Quartet) all’hammond in Let me, It’s Gonna be All Right e Heart of Life. Il disco esce sotto l’Aka Fruit Records, nuovissima etichetta nata a inizio 2012.
Prendi It's gonna be alright, con quel finale “bipolare” e sempre in bilico tra gli Oasis di Be Here Now e i Supergrass dei giorni migliori: non sembra vero che il panorama nostrano annoveri una realtà talmente “padrona” della materia, il brit pop per l'appunto, da sembrare un'istantanea, magari di metà anni Novanta, made in Uk. Invece i Flowers, sono italianissimi (vengono da Piacenza) e all'esordio _ dopo un Ep auto prodotto nel 2009 _ dimostrano subito il fatto loro. Oltre alla scanzonata For Anytime buon biglietto da visita, il disco si fa apprezzare nella sua interezza. Ottimo lo spunto di Heart of Life, che ricorda musicalmente pezzi di “gallagheriana memoria” e in cui vi è il richiamo ad un passo del De Profundis di Oscar Wilde, lettera scritta durante la prigionia, dove l’autore scavava nella sua anima per esternare pensieri, rimembranze e ossessioni. Altrettanto apprezzabile Four in a Row, brano con lo stesso mood “easy listening” dei Fratellis Per registrare l'esordio su lunga distanza Alex (voce e basso), Mel (batteria) e Steve (chitarra, seconde voci e songwriter della band) si sono avvalsi della collaborazione dell'ex Hormonauts Andy Macfarlane, chitarra solista in Country Shop e di Paolo ‘Apollo’ Negri(Link Quartet) all’hammond in Let me, It’s Gonna be All Right e Heart of Life. Il disco esce sotto l’Aka Fruit Records, nuovissima etichetta nata a inizio 2012.
Etichette:
Suoni
Iscriviti a:
Post (Atom)






































