mercoledì 26 giugno 2013

Beady Eye: Be

"Stavolta niente stronzate anni Novanta, la nostra musica suonerà come se provenisse dallo spazio." Ascoltando Be, ultima fatica dei Beady Eye sembra che Liam, questo giro, non l'abbia sparata troppo grossa. A due anni dal debutto _ forse troppo frettoloso _ di Different Gear Still Speeding, i nostri hanno aggiustato il tiro, confezionando un buon secondo album. Certo, diventa quasi inevitabile parlare di Oasis, tormentone subito da ambo le parti (Our Kid e il fratello)  in ogni intervista dopo il mesto epilogo che mise fine (?)ad una delle più grandi band di sempre. In questo senso ancora più difficile non nominare il grande assente, Noel, che _ paradossalmente _ è stato il primo ideatore dei Beady Eye, arruolando 13 anni fa Andy Bell e Gem Archer, proprio loro, i nuovi songwriter in cattedra. Illuminante la scelta del producer, Dave Sitek dei Tv On The Radio _ che qualche perplessità l'aveva scatenata tra i fan del gruppo. Rispetto ad esempio, a quanto capitato ai Jane's Addiction sotto la sua guida, snaturati e privi di mordente, Sitek ha liberato il potenziale del gruppo, identificandolo in un suono più moderno, eliminando gli arrangiamenti pesanti del passato ( le oscenità di The Beat Goes On) e facendo cantare Liam pulito, senza effetti alla voce, rendendo molto più intima l'atmosfera dei pezzi. Niente wall of sound, nessuna chitarra brit: le elettriche si defilano molto spesso lasciando che siano trame acustiche ricercate _ anche nei momenti più leggeri _ a dare profondità alle canzoni: Soul Love ad esempio è un grande brano d'atmosfera. E a proposito di soul, Flick of The Finger, con quella sezione di fiati poderosa è un opener cazzuta e consapevole. Gli ottoni sono ancora protagonisti nel singolo Second Bite of The Apple (ricorda da vicino Dirty Day degli U2 "Zooropici"), la scommessa (vinta) di Sitek: cosa avrebbero fatto i Beatles con pro tools e altri ammennicoli vari? Il meglio di Be, però si trova nelle ballate (Soon Come Tomorrow), I'm just Saying e Face The Crowd per quanto piacevoli sono filler: in Don't Brother Me Liam sembra tendere la mano a Noel (give peace a chance, come on, be a man) il pezzo, con una linea di basso memorabile, sfodera una bellissima coda psichedelica di  4 minuti. Inizio cinematico con archi e pianoforte per Shine a Light. Degna conclusione per Start Anew (ricorda un pò l'outro di Let There Be Love) che prosegue idealmente con Dreaming Of Some Space, un piccolo esperimento di psichedelia pop di 1.51'' con suoni registrati al contrario.

martedì 25 giugno 2013

Supercazzola (con rissa) ad Antony Kiedis

-Warped-
Clamorosa supercazzola inflitta da un inconsapevole bodyguard del Four Seasons Hotel di Philadelphia ai danni di Antony Kiedis. Il cantante dei Red Hot Chili Peppers, in città per salutare i Rolling Stones durante una data del loro tour, non si è presentato all'addetto alla security dell'Hotel, il quale scambiandolo per un fan, nel tentativo di assicurare la privacy agli Stones _ lo ha letteralmente placcato, impedendogli di entrare. Dopo il parapiglia si è chiarito il qui pro quo con il body guard che si è scusato  per non aver riconosciuto la rockstar.

sabato 22 giugno 2013

The Rolling Stones on Mojo

-British magazine-


mercoledì 5 giugno 2013

Daft Punk:ebbene si.

-Random Acces Memories-

sabato 1 giugno 2013

Primal Scream: It's Alright, It's Ok

-Summer song-



Non vedo l'ora di ascoltare per benino More Light, l'ultimo dei Primal Scream, Is Screamadelica back???

venerdì 31 maggio 2013

Mudhoney: Vanishing Point

 - Touch me, I'm sick-
L'essenza dei Mudhoney non è insita nella varietà del songwriting, semmai risiede nella necessità di stonare con fierezza. Si, avete capito bene. Brutalità e guasconeria a braccetto con il movimento grunge, verrebbe da dire. In primis quantità _ tanta, prevedibile, all'insegna di un “usato sicuro”. Riproponendo con coerenza una formula rodata album dopo album, i Mudhoney danno l'impressione di essere sempre lì, padrini del grunge, apprezzati da Kobain, incensati dalla critica e dal resto della scena che li ha sempre “coccolati”. Del grande pubblico _ colpevole di averli ingiustamente “relegati” al ruolo di comprimari del Seattle Sound _ se ne sono sempre infischiati. Giustamente. E Vanishing Point, pungo in faccia lungo una decina di canzoni, ne è la prova. "Selvatico" e noise come conviene in questi casi. Ascoltandolo viene quasi il dubbio che si tratti di un disco di outtake, una ristampa dagli anni d'oro, qualcosa rimasto fuori da SuperFuzz BigMuff, dagli anni belli insomma. Invece no. Le canzoni, gioiosamente furiose, sono state scritte oggi, ad un secolo dal concerto d'esordio come Mr.Epp (era il 1981) e una vita prima del bivio: schegge dei Green River verso il successo assoluto con i Pearl Jam (Gossard e Ament) e loro (Arm e Turner) a raccogliere il testimone degli Stooges, dei Sonics, degli MCS, nel solco della migliore tradizione punk/garage/noise n'roll. Il cantato sguaiato, sgraziato e stonato di Mark Arm nell'ironica I Like it Small si avvicina sempre più alle urla di San Iggy Pop da Detroit. Ottimo il punk rock tirato di Chardonnay e buona la prova con la power ballad Sing This Song of Joy; analogo discorso per I Don't Remeber You, però la macchina del tempo si ferma davvero  con  la finale Douchebags on Parade. Sembra il '91, sembra che non sia ancora uscito Nevermind, sembra che Touch Me I'm Sick sia appena stata pubblicata dalla Sub Pop. Proprio come questo disco, sinonimo di integrità.

sabato 25 maggio 2013

Brian Jonestown Massacre: Aufheben

Chi ha ucciso Sgt.Pepper? Gran bella domanda, forse John Lennon, forse tutti e 4 i Beatles, forse proprio i Brian JonesTown Massacre che, con l'omonimo disco del 2010 lanciarono l'interrogativo, abbozzando _ credo _ una risposta nel capolavoro Fett Tipped Pictures of Ufos. E chi è stato responsabile della seconda " majesties request" 40 anni dopo Jagger & Richards? Ancora loro (ma con un altro lp), quella gang di scoppiati guidata da Anton Newcombe. Quando avete a che fare con la loro musica, dimenticate la logica, il buon senso, l'equilibrio, il senso della misura, insomma un pò tutto. L'unica cosa da tenere bene impressa nella mente è la mitologia del rock'n roll, che, in questo caso, si snoda principalmente lungo l'asse Beatles vs. Stones, rileggendo il mito, tentando di riportare in vita il mellotron e le marimbas di Jones (il fondatore delle pietre rotolanti), immaginando _ decenni dopo _ il ritorno dei Fab Four dal guru Maharishi Mahesh Yogi in India. E proprio Panic in Babylon, strumentale, farebbe invidia ai Kula Shaker più ispirati con il suo sound orientaleggiante e il sitar in primissimo piano. Mentre il punto più alto di Aufheben è rappresentato dai campionamenti di Blue Order New Monday, Seven Kinds of Wonderful inciampa in un marasma sonico debordante, sovrapponendo due canzoni tra loro. Peccato che si perdona facilmente, specie con I Wanna Hold Your Other Hand, sorella cattiva del singolo sempiterno di Lennon & McCartney, un'altra pagina del personale vangelo apocrifo del r'n'roll di Newcombe. 

giovedì 23 maggio 2013

Iggy Pop and The Stooges: Ready to Die

Accantonati i francesismi degli ultimi album solisti, l'Iguana rispolvera la sigla Iggy and The Stooges, e torna al (proto) punk'r'n'roll. Consapevole del passo falso di The Weirdness, il disco firmato Stooges del 2007, ha ridotto all'osso la presenza (scenica) della band: 35 minuti (incendiari) e tutti a casa. Niente filler, niente battute a vuoto. Non sappiano ancora se spariranno dal radar del r'n'r _ il rocker di Detroit ha 66 anni_ se trattasi di addio o arrivederci, l'unico dato certo è la qualità del disco, meno patinato rispetto alle prove soliste (Skull Ring docet) e vagamente vicino al MOSTRUOSO Raw Power. Considerando cosa è successo in questi 40 anni, tra dipartite risse, droghe, blasfemie e querele assortite,anche quel vagamente è un miracolo. Il primo della lista. Il secondo è il ritorno a casa di James Williamson che, per l'appunto 40 anni fa sporcò a dovere Raw Power _ e da allora non ha più toccato la chitarra. In barba a qualsiasi evoluzione darwiniana del sound quindi, il più malato e meno tecnico guitar hero di sempre è tornato esattamente dove aveva interrotto. Agli albori del garage punk. Ready to Die ha tutto quello che dovrebbe avere un disco degli Stooges, compreso un inizio tirato come pochi (il trittico Burn, Sex & Money e Job). Il sax malato, metropolitano e metafisico di Steve Mackay, il drumming puntuale di Scott Ashelton, le linee di basso di Mike Watt ( che detta legge in DD's), lo stile cristallizzato e retrò di Williamson e Iggy che canta con il suo timbro più profondo, di soldi, sesso e di quanto il mondo faccia schifo, come nella sguaiata Unfriendly World (e da Detroit si ha una vista privilegiata sulle sconcezze del mondo). 10 pezzi “Stooges guaranteed” eccezion fatta per Beat That Guy, Stonesiana fino al midollo. Sul finale l'omaggio al compagno di scorribande Ron in The Departed, che riprende in maniera commovente il riff di I Wanna Be Your Dog in chiave country acustica. 


domenica 19 maggio 2013

Stone Temple Pilots: via Weiland, dentro Bennington

-Turn over-


E' uscito un nuovo pezzo Out of Time dei redividi Stp con il cantante dei Linkin Park, ingaggiato a tempo pieno nella band di Interstate Love Song. Nonostante Chester Bennington possa svolgere il compito in maniera egregia, Weiland rimane il solo e unico cantante degli Stone Temple Pilots.

venerdì 17 maggio 2013

Zen e r'n'r


Quest'immagine, frammento dei Foo's nel video di White Limo, mi indica la retta via: un approccio zen per terminare la settimana...

giovedì 16 maggio 2013

I Rhyme al Rocklahoma con G'N'R' AIC...

In rigoroso ordine alfabetico: alternative, grunge, hard rock ed heavy. Su queste coordinate, si muove il secondo capitolo dell'avventura discografica dei Rhyme intitolato The Seed and The Sewage. 47 minuti di adrenalina per il follower di Fi(r)st. Dal debutto (sorprendente) di un paio d'anni fa ad oggi e nello specifico a questo disco (licenziato dalla nuova label Scarlet/Bakerteam Records ed uscito a fine 2012) di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia: parallelamente a una fitta rete di date in Italia, i Rhyme hanno trovato anche il tempo per un tour a Mosca, Kiew e Varsavia come supporter dei Papa Roach. Oltre alla band statunitense i nostri hanno aperto show per i Misfits e _ mai domi _ si sono concessi un tour da headliner in Russia a dicembre. Tralasciando le date programmate in Italia, la formazione per ora ha messo da parte l'Europa ( in standby nell'attesa di nuovi concerti nel prossimo futuro) per concentrarsi sugli States: i Rhyme sono in procinto di esibirsi al Rocklahoma. Dopo una serie di show nell’area di Los Angeles parteciperanno _ unici italiani nel rooster _ ad uno tra i più importanti festival r'n'r americani, dividendo il palco con Alice In Chains, Guns'n'Roses, Korn, Bush e una miriade di altri gruppi all'evento, in programma dal 24 al 26 maggio. In terra statunitense i Rhyme proporranno il meglio del loro repertorio. The Seed And The Sewage annovera assoli clamorosi: Party Right dopo un inizio quasi stoner mette in mostra il talento del chitarrista Matteo Magni (tremendamente incisivo il wah wah in Slayer to the System), mentre Manimal e soprattutto The Hangman testimoniano la solidità della sezione ritmica (impeccabile) composta da Riccardo Canato al basso e dal drumming di Vinny Brando. Ancora una volta ottima la prova eclettica del frontman virgiliano Gabriele Gozzi.



mercoledì 15 maggio 2013

Vampire Weekend: Modern Vampires of The City

Il video di Step, un bel bianco e nero con New York sullo sfondo ha tutto _ così come la canzone _ per rimanere impresso, anche un messaggio subliminale: ai Vampire Weekend piacciono i Modest Mouse, citati più volte nel testo del loro ultimo singolo. Endorsement a parte, veniamo al disco. Melodie dream pop che di volta in volta si propongono sotto una veste differente: ecco che tessiture afro più corpose e stropicciate si alterano a setosi drappeggi classici (nelle interviste promozionali Ezra Koeing ha più volte ricordato la sua scorpacciata sonica dell'ultimo periodo di Bach, Beethoven Chopin) o a morbidi e confortevoli tessuti pop rock. Meno spigoloso rispetto al precedente Contra, Modern Vampires of The City è un ulteriore passo in avanti per questi newyorkesi, mai così padroni della materia, “tuttologi” in bilico tra vaghi echi di ska/reggae, surf, world, gospel e qualsiasi altra cosa. Le citazioni, si sprecano. Qualche volta l'esigenza (in questo caso parlare di ansia di strafare sarebbe ingiusto) può giocare brutti scherzi, ecco spiegati quegli effetti grossolani di elettronica _ nell'altrimenti memorabile _ Ya Hey (nei testi, un abbraccio al Rastafaresimo di Bob Marley “...and Babylon don't love you"). Bella la danzereccia e vivace Dyane Young, talmente strafottente e arrogante con il suo mood Eighties (vengono in mente addirittura gli Wham) da respingere critiche altrimenti doverose se non fosse per una scrittura sopra la media. Il tribalismo del Mali, fiore all'occhiello di Cape Cold Kwassa Kwassa (classico dal loro debutto) c'è ancora, ma il terzo album dei Vampire Week End tra melodie dall'architettura perfetta e amare riflessioni, segue un flusso più ragionato, declinato di episodio in episodio con grande competenza e che richiede più ascolti per essere assimilato appieno. 

martedì 14 maggio 2013

Space Boy

-Sounds of the Universe-


L'astronauta Chris Hadfield è una celebrità sul web e non solo in ambito scientifico: i suoi tweet e video sulla vita a bordo della stazione spaziale internazionale sono clikkatissimi (l'aggettivo è aberrante, lo so...). Qui omaggia David Bowie con la sua Space Oddity a secco di gravità...

giovedì 9 maggio 2013

Cold War Kids: Dear Miss Lonelyhearts

- Aka: signor disco-
I Cold War Kids sono un paradosso. Da sempre. Sfornano signori dischi _ certamente mai epocali _ ma con regolarità (dal 2006 ad oggi sono quattro). Il paradosso è che altrettanto regolarmente non ottengono l'attenzione che meritano. Un vero peccato. Prima, schiacciati da un filone che ha recuperato, peggio rispetto a loro, lo spleen di Joy Division e affini (Interpol ed Editors su tutti e spesso con risultati fin troppo scolastici), e ora la loro moderata svolta “pop” (nei limiti del contesto sia chiaro) li ha messi a contatto con miliardi di band concorrenti. Fortunatamente gli argomenti non mancano al gruppo Californiano e nuova linfa viene apportata dall'ultimo arrivato, il chitarrista _ e co.producer Dan Gallucci, già nei Modest Mouse. Dear Miss Lonelyhearts si apre con il botto di Miracle Mile, esercizio di forza nell'addomesticare il pop ad una forma canzone perfetta nel suo incedere spedito, un inno da arena rock per intenderci con il soul nell'anima (I feel the air upon my face, forget the mess I'm in). Giocano subito a viso scoperto i Cold War Kids: questo album vuole sovvertire il paradosso ed imporli _ finalmente _ ad un pubblico più ampio. Lost That Easy altro capitolo degno di nota è un pezzo che rimane impresso dal primo ascolto, un lifting sonoro con abbondanza di synth. Addomesticare un sound, dicevamo (stavolta la “concorrenza” sono i Kings of Leon e gli ultimi Killers), ma con misura, mancata un po in Loner Phase e recuperata nella contagiosa Bottled Affection e in Tuxedos (con Lennon dietro l'angolo). La voce di Nathan Willet continua a spingere che è una meraviglia, e gli strumenti “in dissonanza” (ricordate Hang Me Up To Dry?) ci sono ancora, qualcuno che fa altro, rispetto all'armonia principale e mantiene vivo il tessuto del brano. Apprezzabile il solo di sax nella malinconica Fear &Trembling, un gospel contemporaneo e attuale. Altrettanto significativa la malinconica conclusione di Bitter Poem. Che sia la volta buona? Tifiamo per loro...



sabato 4 maggio 2013

Beady Eye: Flick of the Finger

-Second Preview-

venerdì 3 maggio 2013

Beady Eye: Second Bite of the Apple

 -Preview-


Mi ricorda un casino Dirty Day degli U2 (Zooropa)... gran bel pezzo comunque.

giovedì 2 maggio 2013

Rassegna stampa r'n'r


mercoledì 1 maggio 2013

Yeah Yeah Yeahs: Mosquito

3 anni fa gli Yeah Yeah Yeahs se ne uscivano con It's Blizt il disco più  divertente e accessibile che abbiano mai fatto. Mosquito, quarto capitolo di una discografia in continua evoluzione, metamorfosi dall'indie punk all'elettro pop ammorbidisce smussa gli angoli nel sound della band. A dispetto dell'assurda copertina splatter/comics, che lascerebbe presagire un umore decisamente più "cazzaro" il mood generale è malinconico ed intimista. Il disco, va detto si apre alla grande con un trittico di canzoni ottime: dal soul gospel di Sacrilege (!) alla tenue Subway, "dedicata" alla Metro della Grande Mela fino a Mosquito, reminescenza aggiornata dei fasti di Fever to Tell. Poi dalla quarta canzone una brusca virata, con Karen O e soci che stravolgono tutto, proponendo un'inedita attitudine dub/cinematica in Under the Heart, il pezzo in cui la salvifica mano del producer David Sitek (Tv on The Radio) si sente eccome, aggiungendo effetti, riverberi e proponendo soluzioni decisamente non convenzionali. La chitarra di Nick Zinner riemerge _ finalmente _ dalle nebbie in Slave, altra buona prova. Nel loro lavoro più sperimentale gli YYY stanno raccogliendo pareri contrastanti, tra chi li difende a spada tratta e chi, invece con meno indulgenza ha parlato di una prova sotto le aspettative e priva di mordente quando non di ispirazione tout court e These Paths, quasi a confermarlo, unisce synth ed effetti assortiti alla voce _ sempre piacevole _ di Karen O nel peggiore dei modi. Uno a zero per i delusi. Il pareggio, fortunatamente arriva con Area 52, riproposizione del punk rock newyorkese del '77. Interlocutorio l'inserto rap in Buried Alive (feat. Dr. Octagon). Always, sembra emergere dalle sessions di It's Blitz. In zona cesarini il colpo di reni con Wedding Song, lo slow migliore del disco, sui livelli dei loro classici Little Shadow e Skeletrons, nobilita il tutto, assieme alla voglia del gruppo di evolvere il proprio sound, noncurante dei rischi che questo comporta.



domenica 28 aprile 2013

Beady Eye: Q Magazine

-Blue Moon-

venerdì 26 aprile 2013

Mudhoney: Vanishing Point

Ascolti il nuovo dei Mudhoney e viene il dubbio che sia l'album d'esordio. Grandi ragazzi. Ancora una volta Raw Power!

domenica 21 aprile 2013

Sound City: Real to Reel

Grohl re mida del rock? Forse si a giudicare dal tenore dei suoi (sterminati?) progetti solisti. Stavolta non è una band nel senso convenzionale del termine, ma un “partito liquido” del rock. Una formazione trasversale che raccoglie adepti all'area stoner, al grunge, all'alternative, seguaci del noise, passando per i fedelissimi del country, per gli anarcoidi punk e per i metallari duri e puri. Larghe intese per i Sound City Prayers quindi, all star del rock americano. Tutto parte dai Sound City Studios  _ che hanno visto nascere dischi epocali. Jonny Cash, Tom Petty, Nirvana, Neil Young, Ry Cooder etc etc _  e da una console (la Neve 8028) destinata ad un abbandono frutto dell'ennesimo sgarbo tecnologico. Peccato che l'anima di certi oggetti non sia facilmente replicabile.Per salvare il salvabile (la struttura ha chiuso i battenti nel 2011) Grohl ha trasferito la console al 606, il suo studio di registrazione casalingo. Poi, un giro di telefonate dopo, questo progetto è diventato qualcosa di più di un'idea: la colonna sonora per un documentario, diretto dal leader dei Foo Fighters, e presentato con successo anche al Sundace Film Festival. Un gioco di memoria costante: Cut Me Some Slack (i Nirvana superstiti con McCartney) a rinverdire i fasti di Helter Skelter, Heaven and Hell con i Black Rebel Motorcycle club accompagnati dal drumming solido di Grohl. Il disco stuzzica, ricordate i Masters of Reality? Dopo i pezzi in cui compare Chris Gross andate a ripassare la lezione (blues/stoner a palate). Poi ci sono i Ratm, i Foo's, Homme e Reznor che duettano in Mantra e il rock pìù convenzionale con Corey Taylor (From Can to Can't) e Stevie Nicks nel quasi singolo You Can't Fix This



giovedì 11 aprile 2013

Cold War Kids: Miracle Mile

-Searching for good vibes-



mercoledì 10 aprile 2013

The Strokes: Comedown Machine

A due anni dal bel ritorno di Angels, “His Laziness” Julian Casablancas richiama i ragazzi e rimette in moto la macchina. 10 canzoni, giusto 40 minuti di musica. Che sia buona o blasfema tocca a voi giudicare. Magari schierandovi, come il grosso dei magazine e delle fanzine di settore, divisi in maniera “manichea” tra chi ha gridato al miracolo e chi ha liquidato Comedown Machine come il peggior disco del gruppo e _ udite udite _ degli ultimi anni. La verità forse sta nel mezzo, ma per il sottoscritto, notoriamente di manica larga, prevale un voto positivo. Presto detto: due o tre pezzi ricordano il brillante debutto di Is This It e questo basta per divertire, riaggiornare il repertorio più r'n'r senza fotocopiarsi ad libitum (ricordate Room on Fire?) . Il resto rappresenta una nuova e consapevole sterzata verso sonorità ancora più catchy e pop. Abbandonate le schitarrate da redivivi Velvet Underground, sono le tastiere anni Ottanta a dominare la scena, come nel debutto solista di Casablancas, il cantante che ha definito il tenore del “nuovo” corso. Tap Out rappresenta il compromesso storico tra il passato/presente dei nostri, mentre All The Time è in linea con la loro tradizione sonica. Julian Casablancas non canta quasi mai con effetti e altri ammennicoli (un po la sua coperta di Linus), ma si lancia in un falsetto _ sorprendente per chi ha in mente gli Strokes di 10 anni fa. Se per voi Comedown Machine è sinonimo di blasfemia One Way Trigger _ clonata da Take On Me degli A-ha _ farà paura, se invece non temete spauracchi vari i 4.02 del brano sapranno sicuramente divertire. Nel trittico finale il colpo di coda con l'Happy Ending dato dall'omonimo brano, l'hypster song assoluta dell'album e pausa di riflessione tra due ballate: Chances e l'insolita _ inedita e piacevole _ Call It Fake, Call It Karma, oggetto alieno nel loro repertorio. Ma chissenefrega. Sono gli Strokes e in macchina con la propria ragazza sono il compromesso (e due!) migliore per bypassare assurdi network radiofonici. 

lunedì 8 aprile 2013

Queens of the Stone Age: My God is in the Sun

-Le regine pronte al gran ritorno-
Stavolta Homme ha fatto le cose per bene (sembra). Ha reclutato un cast stellare per il nuovo album delle Regine, intitolato Like Clockwork e in uscita il prossimo 4 giugno per l'indipendente Matador Records: Dave Grohl _ di nuovo dalle parti di Joshua Tree dopo Songs For The Deaf _ Trent Reznor, Mark Lanegan, Elton John, Alex Turner degli Artic Monkeys etc etc. Poi tira fuori dal cilindro un artwork in stile vampiresco/Dylan Dog. Altra notizia fresca fresca, è stato reclutato un mostro di bravura, Jon Teodore (già nei Mars Volta) per suonare la batteria dal vivo. E per finire, ciliegina sulla torta, anticipa il nuovo corso con un interessante estratto, My God Is In The Sun. Bello. 


mercoledì 3 aprile 2013

Atoms For Peace: Amok

Quanta curiosità per il debutto degli Atoms For Peace, annunciati e ibernati più volte. Yorke senza i Radiohead. Yorke che si rilassa e mette insieme una band (e che band verrebbe da dire) dopo le intuizioni electro di The Eraser, (il nome del gruppo deriva proprio dall'omonima canzone del suo debutto in solitaria). Sulla carta il non plus ultra del post/rock/electro/ qualsiasicosa. Ovviamente la critica specializzata ha speso parole d'elogio per le rare uscite pubbliche degli Atoms. Ora è in programma un mini tour a ribadire la padronanza dell'esecuzione live (non si discute, per carità!), ma soprattutto ora abbiamo tra le mani (finalmente) Amok. Il disco. Pubblicato da Xl Recordings è un bell'oggettino, un cartonato ripiegabile illustrato in chiave naif, che sintetizza l'astio di Yorke contro i mali di questa modernità disfunzionale, una parata di icone/simboli del capitalismo (petrolio, mass media, banche, addirittura Walt Disney!) sui quali si abbatte una pioggia di meteoriti. Ironiche provocazioni post/apocallittiche a parte, Amok è un disco spesso, in cui la forma canzone viene sacrificata/scarnificata. Il giochino _ ribadito fino allo sfinimento _ consiste nel rendere indefinibile la distinzione tra elettronica e beat umano. E' Flea che suona in questo punto o sono i campionamenti di Nigel Godrich (producer dei Radiohead)? Amok si lascia apprezzare per la ricerca sul ritmo, per l'aspetto elettro/percussivo (encomiabile il lavoro del drummer Joey Waronker e del percussionista brasiliano Mauro Refosco), per quell'anima sintetica che diventa umana per un attimo e si trasforma di nuovo. Non è un disco di canzoni, ma di intuizioni, forse non tutte memorabili, ma in alcuni casi degne di nota (Stuck Together Pieces, Dropped e Ingenue) su tutte. “Eravamo a casa di Flea a Los Angeles, ci siamo fatti e abbiamo giocato a biliardo ascoltando Fela Kuti”. Detto tutto...



martedì 2 aprile 2013

Miss Chain & The Broken Heels: The Dawn

Il country di Calcutta o il brit/western (un ossimoro, ma funziona!) di It's Gone sono piacevoli divagazioni sul tema, un garage pop che rimane in testa dal primo ascolto, in cui il collettivo si mette a disposizione, senza virtuosismi di sorta, ricercando ora la melodia perfetta ora una precisa atmosfera _ qualcuno ha parlato di sunshine pop anni Sessanta. The Dawn, è stato prodotto dalla band con il producer Pierluigi Ballarini (The R's) al T.U.P Studio di Brescia e se la gioca alla pari con le fatiche di gruppi americani o inglesi senza troppi patemi. Concepito in due settimane, testimonia un momento creativo cruciale per il gruppo, ormai con tutti i requisiti per imporsi in giro per il mondo. Da marzo infatti, partirà quello che potrebbe essere il loro neverending tour: Italia, Europa, Usa, Canada e Giappone. The Dawn guarda ai The Coral più bucolici e tradizionalisti, all'indie delle Dum Dum Girls, al brit dei The La's _ tanto per fare qualche nome _ proponendo il tutto in maniera autonoma e personale, senza inutili dispersioni. La cantante Astrid evoca le 4 Non Blondes di Linda Perry in Quack, bypassando il pericolo di una stantia seduta spiritica. Ancora lei in Little Boy rilancia le intuizioni revival country/mainstream di Lilly Allen e della sua Not Fair. La strumentale Lazy Tide, con i suoi riverberi introduce alla conclusiva In Rainbow. Il brano si chiude sulle note di una musica da circo, finito lo spettacolo, arrivano i titoli di coda su un lp leggero un prodotto intelligente e ben calibrato.  

domenica 24 marzo 2013

mercoledì 20 marzo 2013

Suede: Bloodsports

Bloodsports è il disco che non t'aspetti, per tanti motivi: arriva dopo ripetuti e reiterati rifiuti ad andare oltre tour nostalgia: “mai e poi mai”, dichiarava sicuro il cantante Brett Anderson, due o tre anni or sono. E poi è il disco che non t'aspetti perché suona bene, decisamente meglio rispetto al precedente A New Morning del 2002, (nato male e invecchiato peggio), come se il letargo decennale sia stata una parentesi estemporanea. Anche se la storica line up non è al completo, (le due anime della band, Anderson e il chitarrista Bernard Butler ci hanno provato con il buon side project The Tears nel 2005) è un disco al 100%Suede, con tutti i pro del caso. I contro _ perdonate il mio essere partigiano _ non esistono. Musicalmente Bloodsports è il trait d'union tra Dog Man Star e Coming Up (il gota della loro discografia), cori immediati, sorretti da riff glam alternati a morbide trame brit. Il concept dell'album, ispirato dal libro Essays in Love, di Alain de Botton, racconta la genesi di una storia d'amore e il suo tribolato epilogo. La nobiltà sonora d'Albione è degnamente rappresentata nei 10 capitoli di un lp che si apre in pompa magna con Barriers. Perfetta, tra Smiths, Roxy Music, e... Suede! Sabotage, ma soprattutto For The Strangers sono tra le migliori ballate del gruppo. Si rallenta con Sometimes I Feel I'll Flow Away, dall'ineccepibile partitura di chitarra e con le malinconiche e disilluse vibrazioni di What are you not telling me? Faultline, in ossequio al concept di cui sopra, chiude sommessamente il discorso, con Anderson a cantare ancora una volta il suo dolore per una storia finita male. Come ai bei tempi. Bentornati ragazzi. 

domenica 17 marzo 2013

Who feels love?

lunedì 4 marzo 2013

Be Here Now: schegge di Brit Pop

-Il Brit Pop, tra ghigni stronzi, eroi sonici e feat. fantascientifici-


Noel Gallagher l'ha buttata li, ed ovviamente è clamorosa: ai prossimi Brit Awards ha intenzione di suonare con Damon Albarn. E chi si ricorda più  il '95 di Country House/Roll with It????



E mentre il fratellino è in studio con Andy Bell e Gem per registrare  il nuovo album dei Beady Eye...




...Un ispirato Jonny Marr  se ne esce con il primo (ottimo) disco solista: The Messenger.

domenica 3 marzo 2013

Yeah Yeah Yeahs: Sacrilege

- Preview: Karen O e soci sono tornati-




giovedì 28 febbraio 2013

Black Rebel Motorcycle Club: Specter at the Feast

Specter at the Feast: lo spettro, invocato nel titolo altri non è che il padre di Robert (mentore della band e componente dei Call negli anni Ottanta), scomparso nel 2010. La rielaborazione di un lutto, la voglia di celebrare la figura di Michael Been, padre del bassista: un cerchio che si chiude a livello umano e di riflesso sul piano musicale. L'album si apre con gli armonici di Fire Walker, tono sommesso per Robert Been e miglior viatico per immergersi nella atmosfere rarefatte del disco (Some Kind of Ghost), che per la cronaca, è un signor disco. Più misurato rispetto al precedente (e nonostante tutto più felice e consapevole), sintetizza un percorso non privo di battute d'arresto, magari dalle alterne fortune, ma sempre il linea con il loro credo sonico. Non a caso i BRMC cantavano fieri “I gave my soul to a new religion, whatever happened to our rock and roll." In questa versione Let The Day Begin, cover dei Call, ricorda per stile chitarristico le intuizioni di The Edge. Returning, intrisa di malinconia è un estremo emozionante saluto, così come il gospel di Sometimes The Light, tra gli slow migliori dei nostri. Specter at the Feast _ ispirato al dramma shakespeariano Macbeth _ ripropone, con maggiore sobrietà il meglio della carriera della formazione americana. Stavolta però i riverberi shoegaze, la psichedelia à la Jesus and Mary Chain non monopolizzano la scena: semmai è il mood del capolavoro Howl a essere predominante con le sue venature folk/blues ( basta Lullaby, la 4° canzone per la conferma: mio disco dell'anno). Il R'n'R selvaggio non manca: il trittico Teenager Disease, Rival e Hate The Taste in concerto farà sfracelli. Pelle d'oca per Loose Yourself: evento più unico che raro al giorno d'oggi.

mercoledì 27 febbraio 2013


If it makes you happy 
It can't be that bad
 If it makes you happy 
Then why the hell are you so sad

giovedì 21 febbraio 2013

Milan vs. Barca 2-0 (@Sambodromo)

-Chi l'avrebbe detto?-
 

-

mercoledì 20 febbraio 2013

Torni a bordo (c...o!)

E' giunto il momento di riprendere in mano il blog, magari riducendo le ore di ricreazione, sempre più frequenti ultimamente. Sto cercando di ricaricare le pile. Serve più rock'n'roll. E in marzo i Balck Rebel Motorcycle Club suonano ai Magazzini Generali a Milano: consecutio temporis.
 Concerto da inserire nel C.V. 

giovedì 7 febbraio 2013

Tomahawk: Oddfellows

Mike Patton non riesce proprio a stare fermo, è più forte di lui: dopo Faith No More, Fantomas, Pepping Tom, l'avventura crooner con Mondo Cane, ecco tornare _ era ora _ i Tomahawk, super gruppo elitario del rock alternative. Il singer di Epic se la gioca con Lanegan, altro onnipresente del settore. Oddfellows (uscito per l'etichetta Ipecac Records) sancisce il ritorno del gruppo a sei anni da Anonymous, il precedente album, ma guai ad equipararla ad un'operazione meramente commerciale, specie per il tenore complessivo di un album improntato alla ricerca e alla sperimentazione. Mostruoso come sempre, l'onnivoro Patton passa con disinvoltura da un registro all'altro senza troppi convenevoli, note pulite svaniscono, schiacciate da parole ora urlate ora sussurrate (con piglio sinistro of course)! Limitarsi ad elogiare Patton però, significa non rendere giustizia ad una formazione stratosferica completata da Duane Denison (Jesus Lizard, Unsemble,), John Stanier (Helmet, Battles,) e per l'occasione da Trevor Dunn (Mr Bungle, Fantomas). Fosse un progetto “normale” I.O.U con quel basso poderoso e una drum machine semplice semplice (i rimandi ai Pepping Tom si sprecano) si candiderebbe a ballad del disco, invece diventa un bel lento incazzoso e anti-convenzionale. Se le ottime South Paw e Stone Letter ricordano gli ultimi Faith No More, una lucida follia è la stella polare di Patton in White Hats/Black Hats: cosa riesce a fare in 3.21? Una botta d'energia clamorosa e malata, à la Melvins per intenderci. Un disco che non può annoiare: ad ogni ascolto si scopre qualche particolare in più, necessario per (cercare di ) trovare il bandolo della matassa. 

martedì 5 febbraio 2013

What if God was one of us?



Such a great question...

lunedì 4 febbraio 2013

Un pessimo tempismo...

giovedì 31 gennaio 2013

L'Officina della Camomilla: Senontipiacefalostesso

Una strage al panificio/ tutte le persone sono spazzatura/siamo pieni di droga/ faccio esplodere il mio condominio di m... Al netto delle provocazioni tout court estrapolate a caso dai testi dell'Lp _ innaffiati di ironia e sarcasmo al quadrato (ovvio) _ abbiamo tra le mani un piccolo album, inteso nell'accezione più bella e semplice del termine. Un disco di confessioni, raramente bugiardo e nel complesso sincero. Un disco che cita per nome e cognome oracoli, miti dei padri (Monica Vitti) e magari dei fratelli maggiori o degli zii (Federico Fiumani dei Diaframma) ne Un Fiore per Coltello, elogio all'auto-esilio in giornata scoglionata. L'esordio _ dopo ep e comparsate “virali” su You Tube _ dell'Officina della Camomilla è  (anche) un bignamino di Milano vista da gente di 20anni, metropoli che si dilata in spazi infiniti salvo contrarsi in un attimo (che bello il sussurro nella title track). Senontipiacefalostesso Uno, il primo di due volumi che vedranno la luce quest'anno per l'etichetta bolognese Garrincha Dischi, non può dimenticare la provincia. Ecco allora che i mobili Ikea (non luogo per eccellenza), il brucomela per i tossici, lo scoglio di Marinella, il vino al supermarket, le tute dell'Adidas, delineano un quadro quasi grottesco ne La provincia non è bella da fotografare, piacevole come la riuscita collaborazione con Lo Stato Sociale in La tua ragazza non ascolta i Beat Happening. L'officina della Camomilla è una band composta da Francesco De Leo e Claudio Tarantino con Marco Amadio, Anna Viganò e Ilaria Baia Curioni. Da adesso in poi non potrà MAI mancare nei loro concerti la proto-punk Ho fatto esplodere il mio condominio di m... Alla faccia dello scontro generazionale.

mercoledì 30 gennaio 2013

Soundgarden: Black Rain (Acappella)

-Ed è più forte senza strumenti-



La voce di Chris Cornell, in questa versione di Black Rain, fa paura. Passaporto per mandare affanculo mezzo mondo, poi passa tutto, ma quando ci vuole ci vuole.

venerdì 25 gennaio 2013

Depeche Mode: Il 1/02 esce Heaven

-People are People-



Buone nuove per gli amanti dei Depeche Mode: venerdì prossimo esce il Heaven, primo singolo del nuovissimo album del gruppo intitolato Delta Machine e disponibile dal 26 marzo. «Questo disco _ ha detto il cantante Dave Gahan _ ha un suono magico. Amiamo sporcare i brani, vogliamo che abbiano la nostra impronta»

giovedì 24 gennaio 2013

Syd: See You Downtown

Chiamatelo “cittadino del mondo”, non tanto perché ha studiato 6 mesi a New York (al Drummer Collective della Grande Mela), ma piuttosto per la sua conoscenza della electro-geografia musicale tout court e per un curriculum bello pieno che lo ha portato a destra e sinistra tra collaborazioni, progetti, live e produzioni assortite ( tra gli altri ha collaborato con The Bloody Beetrots, Lee Mortimer, Dj Kaos...). L'esordio di Marco Pettinato... ops... John Lui sotto il moniker Syd (See You Downtown) è un debutto che parla ai club con il verbo dello stoner rock ( non si spiega diversamente quella coda acida in How Many Reasons). Matrice comune all'intera operazione, il recupero di soluzioni squisitamente anni Novanta (il prossimo filone definitivo del remake, direbbe il critico musicale Simon Reynolds), con flash dei Prodigy, omaggiati in Sinner. Just For a While sembra un remix firmato da Flood _ producer dietro agli episodi più sperimentali e disco degli U2 (Mofo), tuffo sintetico prima della morbida slide guitar di Frozen (sulle orme di Lanegan e Campbell?). Lo scorrere veloce (troppo veloce!) del tempo è il filo conduttore dei testi: lungi dall'essere un concept, l'opera prima di Syd è più semplicemente un invito alla riflessione. Il disco è stato ultimato nei Posada Negro Studios con la collaborazione di Roy Paci e Marco Trentacoste.

venerdì 18 gennaio 2013

Led Zeppelin: Houses of The Holy

Houses of The Holy è l'istantanea di un gruppo per l'ennesima volta in stato di grazia (nel '73 anno di pubblicazione del disco era già successo altre 4 volte: un record!). Una band ancora lontana dalle secche compositive e dalle tensioni di Presence, monocorde e disperato urlo hard rock, forse la prima e unica flessione nella discografia del dirigibile. Con questo disco gli Zeppelin contaminano il proprio sound, includendo elementi reggae, funk e pop e smarcandosi dal precedente Led Zeppelin IV. La copertina del disco è ispirata da un romanzo di Arthur Charles Clarke del 1952 intitolato “Le guide del tramonto”. “Floydiana” fino al midollo, la cover è stata realizzata da Aybrey Powell, grafico dello studio Hipgnosis (celebre per le copertine di Waters & Gilmour). Il disco (in totale 8 canzoni) alterna composizioni lunghe e articolate, con cambi di tempo, di atmosfere e registro pressoché continui e ripetuti. In quel periodo niente sembrava scalfire l'ambizione di Page, autore di un vero e proprio miracolo chitarristico per l'opener The Song Remains The Same, con un campionario sonico pressoché infinito, miracolo "bissato" in Over The Hills and Far Away. Finalmente sale in cattedra John Paul Jones, polistrumentista mai troppo lodato: è suo l'organo spettrale nella funerea No Quarter, tra l'altro l'interpretazione più dark di sempre per Robert Plant. Houses of The Holy è un caleidoscopio di atmosfere sognanti e rarefatte (The Rain Song), caraibiche (D'yer Maker, il primo reggae bianco anticipa l'esplosione della musica Giamaicana), psichedeliche o pop (Dancing Days). 

martedì 25 dicembre 2012

Have Yourself a Merry Little Christmas

- Buon Natale gente!-


lunedì 24 dicembre 2012

La vera favola di natale


Billy Bob Thorton, nei panni di Babbo Bastardo, il vero Babbo Natale.

mercoledì 19 dicembre 2012

Deftones: Drive (Cars cover)

-Che scimmia per questa canzone-


martedì 18 dicembre 2012

Tanti auguri Keith!



Oggi compie gli anni Keith 'Keef' Richards: happy birthday man!

lunedì 17 dicembre 2012

Manic Street Preachers: Generation Terrorist

L'esordio dei Manics è stato l'antidoto alla positività del post teacherismo, inteso come naturale evoluzione/aspirazione culturale per una generazione in cerca di riscatto e speranza dopo anni di bastonate _ non solo morali. Il debutto dei gallesi _ come detto _ è antidoto perché crudo, asciutto e scomodo negli argomenti trattati, corpo alieno rispetto alle eteree visioni anticipate dagli Stone Roses, tanto per citare altri padri putativi del movimento. Another Invented Disease e Motorcycle Emptiness le vette di un album che testimoniava l'amore, sopito con il tempo, dei gallesi per i Guns'N Roses e più in generale per quelle trame hard rock e glam, così in voga non solo sul Sunset Strip di L.A. Nonostante il tentativo fallito di imporsi oltreoceano, i Manic Street Preachers si affermarono comunque nel Regno Unito, vendendo quasi 300.000 copie dell'album, promosso concerto dopo concerto, singolo dopo singolo. In attesa di assestarsi, di album in album, verso sonorità prettamente anglofone, i Manics dimostrarono da subito una padronanza quasi assoluta della materia. I 6.07'' di Condemned to Rock N'Roll sintetizzano l'iniziale credo della formazione gallese, così come il punk di You Love Us. Motorcycle Emptiness _ melodicamente ineccepibile _ è il primo brano tendente alla perfezione dei loro singoli. Il riff migliore, però è quello di Another Invented Disease, così semplice, eppure inedito fino ad allora. Generation Terrorist vede un gruppo forse ingenuo nell'approccio (troppo istintivo?), ed ignaro delle ombre all'orizzonte (il chitarrista Richey Edwards è sparito nel nulla dal '95). "L'album e i demo suonano benissimo, le nostre ambizioni suonano ridicole, e considerando gli argomenti di cui parlavamo, eravamo veramente divertenti", ha dichiarato il bassista Nicky Wire commentando la reissue in uscita per il ventennale di questo Lp. 

domenica 16 dicembre 2012

Mick sul concerto di Newark degli Stones

-Glimmer Twins & Friends-


The last show in Newark was such a blast, everyone was at the top of their game. I thought all the guests, Bruce, Lady Gaga, the Black Keys, Gary, John and Mick Taylor were all fantastic. The Stones weren't bad either!

venerdì 14 dicembre 2012

Chuck Klosterman: Fargo Rock City

-Un'odissea heavy metal nel Nord Dakota rurale-
 Segnalo Fargo Rock City, avvincente e brillante "trattato" sul pop metal (ri-aggiornato nel 2012) hard rock glam heavy anni Ottanta/Novanta. Ricco di aneddoti (più o meno seri) su tantissimi gruppi, dai Guns (sia i seminali L.A. che i famosi Roses), ai Bon Jovi, ai Poison ai Mötley Crue...  

"Un libro sulla cultura pop americana non poteva raggiungere un livello più alto, o essere più divertente e leggibile, di Fargo Rock City. Se amate il rock, lo adorerete"
 Stephen King

giovedì 13 dicembre 2012

Miraggi rock'n'roll?

-Deliri desertico/onirici e una leccata di rospo-
Stanotte  la mia fase rem  è stata un work in progress interessante: prima ho sognato di essere Keith Richards e mentre ero l'inarrivabile chitarrista dei Rolling Stones andavo in giro per un circolo privato del mio paese  borbottando e litigando con Mick Jagger... (??!!????)
Mi sveglio alle 6 impossibilitato a prendere sonno, accendo la tv e vedo in un documentario su Rai5 Josh Homme, il chitarrista dei Queens Of The Stone Age mangiare trippa nel deserto di Joshua Tree. Decisamente troppa psichedelia in un colpo solo...


lunedì 10 dicembre 2012

Sgt. Pepper nell'iperspazio

-Pop Art-



domenica 9 dicembre 2012

Lorenzo Jovanotti: Backup

Lorenzo l'ho seguito fin da bambino, dall'omonimo del '94 (Piove, Serenata Rap, Penso Positivo) su cassetta pirata (mea culpa). Una specie di cugino alla lontana, che ogni 2 o 3 anni tornava a casa, inquilino del mio stereo di tanto in tanto (tanto). Certo alle volte la nostalgia era parecchia, mente in altre occasioni mi stava quasi sulle palle(Il quinto mondo). Pazienza.  Ma nel 2012 con l'uscita di Backup _ "opera omnia" del Jova pensiero con il meglio del meglio e una manciata di inediti _  possiamo definitivamente dirlo: il tempo è dalla sua. Lorenzo c'è sempre.  
For President.

mercoledì 5 dicembre 2012

The Rolling Stones: Doom and Gloom

 - Mick & Keith & Charlie & Ronnie-


Ma che tiro ha questa canzone? Grrrr il box set con il meglio degli Stones sarà mio. Nella versione apocalittica e mega galattica da 80 pezzi.

martedì 4 dicembre 2012

... Tender...


lunedì 3 dicembre 2012

I Led Zeppelin alla Casa Bianca!

 "Per favore non devastate la Casa Bianca": con una battuta il presidente statunitense Barack Obama ha accolto al numero 1600 di Pennsylvania Avenue i Led Zeppelin, durante la cerimonia di consegna dei Kennedy Center Honors 2012, prestigioso riconoscimento per gli artisti che hanno dato un significativo impulso alla cultura americana. Oltre a Robert Plant, Jimmy Page e John Paul Jones sono stati premiati il bluesman Buddy Guy e l'ancorman David Letterman. 

domenica 2 dicembre 2012

Lenula: Profumi d'epoca

Quel grido di dolore, travestito da canto di gioia etilico e una figura che torna dal passato e spaventa: il pezzo è Promessa, e si ricollega all'ideale seguito de Il Naufragio (e sorride l'uomo stanco per la sbronza che lo cura. Amico mio di guai ne abbiamo tanti e di gioia nessuna). Un frammento a caso di Profumi d'epoca da l'idea di come il concept del disco sia pietra angolare per imbastire un discorso profondo, sicuramente scomodo. Antiche passioni, antichi dolori, rimedi trasfigurati nel tempo e riproposti con un'urgenza attualissima, in un parallelismo con l'antichità dei baccanali per urlare con lucida follia l'assurdità dell'oggi e di questi tempi stanchi. Meglio (o peggio?) se persi in quei paradisi artificiali urlati da Gabriele Paparella (chitarra e voce). Fin qui la mitologia tout court, la mitologia _ quella sonora _ dei Lenula è plasmata dalla cinica foga del Teatro degli Orrori, dall'eclettismo di Capossela, del prog rock anni Settanta tanto caro ai Calibro 35 (l'hammond onnivoro di Senza Tempo). Un sorso del disco ubriaca di rimandi, citazioni, digressioni, dove _ senza apparente soluzione di continuità _ si alternano a ritmo incalzante rivincita e sconfitta. Il disco è stato registrato in due settimane, lavorando e vivendo in presa diretta in una casa di campagna allestita a studio. I Lenula nascono a Villa Castelli, un piccolo paese nella provincia di Brindisi, in Puglia: oltre a Paparella la line up comprende Ciro Nacci (piano bass, pianoforte e sintetizzatore) e Gabriele Conserva (batteria).

giovedì 22 novembre 2012

Soundgarden: King Animal

Da adepto al “culto” dei Soundgarden mi sono avvicinato a King Animal con sensazioni contrastanti: sospetto e curiosità per il nuovo corso, riconoscenza per il loro glorioso passato e paura nel dover ammettere un ipotetico _ in questo caso scongiurato _ tonfo artistico. Dalla reunion del 2010, dai secret gig come Nude Dragons (anagramma di Soundgarden), ai tour mondiali fino alla retrospettiva Telephantasm, King Animal è partito da lontano. Ora che _ per stessa ammissione di Cornell _ “la ricreazione è finita” abbiamo tra le mani un ibrido tra Superunknown e Down on the Upside, ma senza brani “assoluti”. Ad aprire i giochi Been Away Too Long, più che un titolo un modo per scusarsi con i supporter della band “ a secco” da 15 anni. Assieme a Non-State Actor e alla marziale By Crooked Steps rompono gli indugi all'insegna di un hard rock intelligente e ben calibrato, ma è solo con la quarta traccia, A thousand Days Before che Kim Thayil colora di sonorità orientali ( vi ricordate la bonus track del '94 She Like Surprises?) la canzone, dando il la a quelle venate psichedeliche trade mark delle ultime prove targate Soundgarden. Blood On The Valley Floor _ nel tentativo di riconnettersi a Superunknown _ testimonia l'amore per i Sabbath dei nostri. La voce di Cornell seppur scalfita dal tempo è ancora immensa, e dove non si arriva più ci pensa il mestiere. Bones of Birds è una spettrale ballad rassegnata, mentre Black Saturday regala il miglior riff dell'album, non a caso inserito nel promo dell'Lp. Inedito (e forse inutile nell'economia complessiva del prodotto) il pop di Halfway There, comunque gradevole. L'ultima zampata di King Animal, arriva con il trittico Worse Dreams (dove Cameron e Shepherd si distinguono per la loro compattezza), Eyelid's Mouth (con l'ospitata di Mike McCready) e assoli di chitarra come se piovesse e Rowing, che si congeda nel migliore dei modi.

lunedì 19 novembre 2012

Aerosmith: Music From Another Dimension

Sono passati 11 anni dall'ultimo album Just Push Play,  ma è bello notare come da allora il verbo in casa Aerosmith sia rimasto lo stesso: un invito a divertirsi senza farsi troppe menate. Metti su il disco (per chi ancora ci crede e li compra) e goditi l'ascolto. That's all folks! D'altronde, la loro carriera, elencata fieramente come un odissea rock'n'roll nel video di Legendary Child, è il miglior modo per riassumere una vita all'insegna dell'eccesso: se dagli anni Settanta chiunque li conosce come Toxic Twins, un motivo ci sarà... Music From Another Dimension, è un viaggio nel rock a stelle e strisce più classico, equamente diviso tra pezzi r'n'r, con lo stesso tiro che c'era in Toys in the Attic oppure in Rocks (Lover Alot, cazzo se prende bene!), e ballate nel solco della miglior tradizione dei nostri. In Tell Me (ma non era su Get a Grip?) Steven Tyler mostra senza paura, una voce provata dal tempo, ma incredibilmente soul, calda e comunicativa, (ancora) avanti anni luce rispetto alla concorrenza. Joe P. ci mette del suo macinando riff su riff (Luv xxx), arte perduta della quale il chitarrista di Boston è tra gli ultimi custodi.  Il bello (almeno per me) di questi Aerosmith, che cadono sul palco, che litigano (Perry e Tyler) da Letterman, che sono sempre più sfatti, che escono con le modelle di 25/30 anni, che vanno ad American Idol e SONO lo show, che si odiano, vanno in tour, bevono ancora troppo, fanno una vita come Steve McQueen (cit.), registrano due pezzi a Los Angeles e si imbarcano nell'ennesimo tour mondiale  è proprio questo: non ne hanno ancora abbastanza. E avendo venduto 150 milioni di album è un piccolo miracolo. Meno patinato nei suoni rispetto agli ultimi dischi, Music From Another Dimension recupera una componente soul che emerge con fierezza in Oh Yeah e Out go the Lights. Clamorosamente belle e anacronistiche Beautiful e Street Jesus, solo anacronistica e melensa What Could Have Been Love, inferiore rispetto a We All Fall Down. L'album scorre via che è un piacere e regala, dopo Something _ con vaghi rimandi ai primi Aerosmith _  altri bei momenti: Closer _ perfetta _ e Another Last Goodbye, voce e piano. Da Brividi. Dio benedica i Toxic Twins.

domenica 18 novembre 2012

Aerosmith @ Letterman

- The Toxic Twins-


venerdì 16 novembre 2012

Flowers: Monna Lisa Store

 - (Br)It pop-
Prendi It's gonna be alright, con quel finale “bipolare” e sempre in bilico tra gli Oasis di Be Here Now e i Supergrass dei giorni migliori: non sembra vero che il panorama nostrano annoveri una realtà talmente “padrona” della materia, il brit pop per l'appunto, da sembrare un'istantanea, magari di metà anni Novanta, made in Uk. Invece i Flowers, sono italianissimi (vengono da Piacenza) e all'esordio _ dopo un Ep auto prodotto nel 2009 _ dimostrano subito il fatto loro. Oltre alla scanzonata For Anytime buon biglietto da visita, il disco si fa apprezzare nella sua interezza. Ottimo lo spunto di Heart of Life, che ricorda musicalmente pezzi di “gallagheriana memoria” e in cui vi è il richiamo ad un passo del De Profundis di Oscar Wilde, lettera scritta durante la prigionia, dove l’autore scavava nella sua anima per esternare pensieri, rimembranze e ossessioni. Altrettanto apprezzabile Four in a Row, brano con lo stesso mood “easy listening” dei Fratellis Per registrare l'esordio su lunga distanza Alex (voce e basso), Mel (batteria) e Steve (chitarra, seconde voci e songwriter della band) si sono avvalsi della collaborazione dell'ex Hormonauts Andy Macfarlane, chitarra solista in Country Shop e di Paolo ‘Apollo’ Negri(Link Quartet) all’hammond in Let me, It’s Gonna be All Right e Heart of Life. Il disco esce sotto l’Aka Fruit Records, nuovissima etichetta nata a inizio 2012.